Storia · capitolo 8

CAPITOLO 8

Il peso della polvere di MarVin

​— Non cercare rinforzi, Davide — disse Gloria, leggendo i miei pensieri mentre osservavo il cellulare, ancora inutile. — Qui l'unica legge è quella che Rinaldi scrive ogni mattina. Se vogliamo uscirne, dobbiamo far sì che la fabbrica parli per noi.

​Le luci dei fari si avvicinarono. Sentii il ghiaietto del piazzale scricchiolare sotto gli pneumatici. Rinaldi era arrivato.

​— Ascoltami — le dissi, il tono ferreo di chi ha smesso di dubitare. — Queste macchine sono vecchie, meccaniche. Se forziamo la pressione nelle caldaie e simultaneamente apriamo le valvole di scarico nel tunnel in cui siamo entrati, creiamo un effetto camino. L'intero piano terra diventerà un inferno di vapore bollente.

​Gloria annuì. — Io chiudo il portone principale dall'interno, così dovranno entrare dal tunnel. Tu occupa le postazioni di comando.

​Ci dividemmo. Il silenzio dell'officina era rotto solo dal mio respiro e dai passi degli uomini di Rinaldi che entravano nel magazzino adiacente. Erano a pochi metri.

​Presi un tubo metallico e iniziai a svitare freneticamente le valvole delle presse. Il vapore iniziò a sibilare, un suono acuto che copriva i rumori esterni. La pressione nelle tubature aumentò fino a far vibrare il pavimento. Ero in una zona cieca, nascosto tra gli ingranaggi massicci.

​Vidi Rinaldi entrare nell'officina. Non correva. Avanzava con la solita eleganza, il bastone d'ebano che batteva a terra come il battito di un cuore malato. Dietro di lui, tre uomini armati di torce e pistole.

​— Davide! — la voce del Conte era un richiamo melodico che echeggiava tra le travi in ferro. — Uscite. Vi prometto una morte rapida. Se continuate a giocare a nascondino, la vostra fine sarà molto più... creativa.

​Il mio momento era arrivato. Afferrai la manovella principale e la girai di scatto.

​Un boato fragoroso scosse l'intero edificio. Le valvole di sicurezza saltarono e una colonna di vapore rovente, simile a un getto di lava bianca, esplose dal soffitto e dalle pareti laterali. L'officina si trasformò in un istante in una nebbia fitta, bollente, accecante.

​Gli uomini di Rinaldi urlarono. La visibilità era scesa a zero. Sentii colpi di pistola esplodere a vuoto, traccianti che illuminavano la nebbia senza meta.

​— Gloria, ora! — urlai.

​Lei attivò il comando che avevamo concordato. Il portone principale si sbloccò, creando una corrente d'aria che spinse il vapore dritto verso l'ingresso. Rinaldi e i suoi uomini, accecati e investiti dal calore estremo, si trovarono nel caos più totale.

​Approfittai della confusione. Balzai fuori dal mio nascondiglio, colpendo il primo uomo che mi capitò a tiro e sottraendogli la pistola. Ma non cercavo lui. Cercavo il bastone d'ebano.

​Vidi l'ombra di Rinaldi arretrare verso l'uscita, ma inciampò sul pavimento reso viscido dal vapore. Gli fui addosso prima che potesse rialzarsi. Gli strappai il bastone dalle mani e lo scagliai lontano, contro una pressa in movimento che lo triturò in un istante.

​— Il registro, Rinaldi — ringhiai, puntandogli la pistola al volto, mentre Gloria mi raggiungeva, i lineamenti induriti dalla battaglia. — È sparito. Ed è già nelle mani di chi non puoi corrompere.

​Il Conte mi guardò, il volto contratto in una smorfia che non era di paura, ma di un odio puro, antico.

​— Credi di aver vinto? — sussurrò. — In questo posto, il silenzio è la terra. E tu sei appena diventato parte del concime.

​In quel momento, sentii il suono più dolce della mia vita: le sirene della polizia, non quella locale di Valenti, ma quelle della prefettura, stavano risalendo la valle.

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