CAPITOLO 7
L'uomo di Rinaldi era piazzato tra noi e la leva. Aveva una corporatura massiccia, di quelle che si ottengono lavorando anni tra le presse, e impugnava un tubo di ferro con la noncuranza di chi sa di avere il controllo totale.
— Non fate un passo in più — ringhiò, mentre il gas rendeva l'aria sempre più pesante, un velo grigio che ci bruciava i polmoni.
Guardai Gloria. Non c'era bisogno di parole. Il nostro legame era diventato un'intesa silenziosa, brutale come il posto in cui ci trovavamo. Mentre io facevo un passo falso, fingendo di barcollare per la mancanza di ossigeno, Gloria scattò di lato. Con un movimento rapido, afferrò una tanica di lubrificante industriale ancora sigillata e la scagliò con tutta la sua forza contro la base della grande pressa idraulica.
Il metallo della tanica esplose contro un ingranaggio, inondando il pavimento di olio denso e scivoloso. L'uomo di Rinaldi perse l'equilibrio, le sue scarpe chiodate scivolarono sul liquido come su una pista di pattinaggio. Fu l'istante che aspettavo.
Mi lanciai in avanti, caricando tutto il peso del corpo nella spalla. Lo colpii all'altezza dello sterno, mandandolo a sbattere contro il pannello di controllo. Il tubo di ferro gli sfuggì di mano, rimbalzando con un flagore metallico che risuonò tra le pareti di cemento. Non gli diedi il tempo di riprendersi: un pugno secco alla mascella lo fece accasciare al suolo, privo di sensi.
— La leva! — urlai, tossendo convulsamente.
Elena corse verso il comando. Afferrò la manopola d'acciaio e la tirò verso il basso con entrambe le mani. Un boato sordo scosse la fabbrica: le paratie di sfiato si spalancarono sul soffitto, risucchiando il gas verso l'esterno. L'aria pura della notte, gelida e pungente, inondò l'officina.
Eravamo vivi. Ma il tempo stava scadendo. Rinaldi non ci avrebbe lasciato uscire vivi dalla proprietà.
— Il registro — ansimò Gloria, indicando la borsa che aveva portato con sé. — Abbiamo la prova. Ma Davide, guarda fuori.
Mi avvicinai al finestrone dell'officina. Le luci dei fari di tre auto illuminavano il piazzale della cartiera. Erano uomini. Molti uomini. E in testa al gruppo, sotto l'ombrello nero retto da un sottoposto, c'era il Conte Rinaldi.
Non era più il tempo di nascondersi o di fuggire nei tunnel. Rinaldi era venuto a chiudere i conti personalmente.
— Non ci lasceranno uscire da qui — disse Gloria, stringendomi la mano. Le sue dita erano fredde, ma la presa era ferma, d'acciaio.
— Non usciremo — risposi, guardando la rastrelliera degli attrezzi. — Li faremo venire qui. Se vogliono questo posto, glielo daremo, ma non alle loro condizioni.
La mia mente di cronista tornò a girare a mille: dovevo trasformare quel labirinto di macchine e ingranaggi in un territorio che solo io conoscevo.
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