CAPITOLO 6
Il rumore del bastone d'ebano sul marmo era un metronomo che scandiva i nostri ultimi secondi di libertà. La maniglia continuò a girare, un movimento lento, quasi sadico.
— Dietro la libreria — sussurrai a Gloria, spingendola verso la parete ovest, dove una pesante scaffalatura in mogano nascondeva un passaggio stretto, probabilmente una via di fuga privata per il padrone di casa.
Entrammo appena prima che la porta dell'ufficio si spalancasse. Dallo spiraglio, vidi un uomo alto, magro, avvolto in un cappotto di cashmere scuro. Il Conte Rinaldi. Non aveva fretta. Appoggiò il bastone contro la scrivania e, con una calma glaciale, si avvicinò al registro che avevamo lasciato aperto. Sapeva che eravamo lì. Sapeva che avevamo visto.
— La curiosità è un vizio costoso, Davide — disse, rivolto verso il vuoto della stanza. La sua voce era un sussurro vellutato che raggelò l'aria. — Ma è anche un vizio che porta sempre a un conto saldato.
Gloria tremava contro di me; sentivo il calore del suo corpo e la sua paura. Rinaldi non cercò di aprirci la porta. Si limitò ad accendere una sigaretta e ad aspirare lentamente.
— Pensate che quel libro sia la prova della mia fine? — continuò. — È solo un elenco di debiti. E il vostro, da stasera, è diventato il primo della lista.
Sentimmo il rumore metallico di una serratura che scattava: aveva attivato il blocco di sicurezza dei sotterranei. L'intera fabbrica stava diventando una trappola ermetica. Uscimmo dal passaggio dietro la libreria proprio mentre il sistema di ventilazione della cartiera smetteva di ronzare, sostituito dal sibilo di un gas che iniziava a inondare i condotti.
— Ci sta soffocando — boccheggiò Gloria, coprendosi il naso con la sciarpa.
— Non se troviamo la leva manuale per lo sfiato d'emergenza — risposi, cercando di mantenere la lucidità nonostante il fumo acre che iniziava a bruciare i polmoni. — È nell'officina sottostante.
Corremmo lungo il tunnel di servizio. Ogni passo era una sfida contro il soffocamento. Dovevamo scegliere: sacrificare la fuga per arrivare alla leva, o cercare un'uscita d'emergenza e lasciare che il registro bruciasse insieme alle prove della colpevolezza di Rinaldi?
Gloria mi afferrò per il braccio, gli occhi lucidi ma pieni di una determinazione feroce. — Non possiamo lasciargliela vinta, Davide. Non questa volta.
Sfondammo la porta dell'officina. Davanti a noi, le macchine colossali per la pressatura della carta sembravano mostri addormentati, pronti a stritolarci. La leva di sfiato era sul lato opposto, proprio sotto il controllo di un uomo armato di Rinaldi che ci aspettava, con un sorriso crudele stampato sul volto.
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