Storia · capitolo 4

CAPITOLO 4

Il peso della polvere di MarVin

​Uscii dal retro della casa, cercando di muovermi tra le ombre dei pini che cingevano la proprietà. Il fango mi arrivava alle caviglie, ma non era il freddo a farmi tremare, quanto l'idea di aver visto le iniziali di Valenti su quella spilla. Avevo bisogno di qualcuno che conoscesse le crepe nei muri di questo paese, qualcuno che avesse vissuto il silenzio non come un complice, ma come una vittima.

​Mi mossi verso la parte bassa del borgo, dove le case si fanno più vicine e le luci delle finestre sono rare. Mi fermai davanti a una piccola locanda che esponeva l'insegna "Il Vecchio Torrente". Era l'unico posto ancora illuminato. All'interno, dietro al bancone, c'era lei, Gloria.

​La conoscevo di vista. Era tornata a San Michele qualche anno dopo la scomparsa di Clara per prendersi cura della madre malata. Aveva sempre avuto quello sguardo un po' malinconico, il tipo di donna che osserva tutto senza mai farsi notare, una barista che ascolta i segreti che gli uomini credono di aver lasciato nel fondo di un bicchiere.

​Davide? — disse, posando lo straccio che stava usando per pulire il bancone. Le sue sopracciglia si arcuarono, una miscela di sorpresa e una punta di apprensione che non riuscì a celare. — Cosa ci fai qui a quest'ora? Il maresciallo ha detto a tutti di chiudersi in casa stasera. C'è brutta aria.

​Mi avvicinai al bancone, abbassando la voce fino a renderla un soffio. — Valenti ha detto che c'è brutta aria, o ti ha suggerito di stare lontana da me?

​Gloria si bloccò. Il suo sguardo saettò verso l'ingresso, poi tornò su di me, più profondo. C'era una scintilla di ribellione in quegli occhi scuri. — Il maresciallo non suggerisce niente, Davide. Lui impone. E tu sei tornato a rompere l'equilibrio che lui ha costruito con tanta cura.

​Mi sporsi verso di lei, sfiorandole quasi la mano. — Clara è morta. E non è stata l'unica. Ho trovato una scatola, Gloria. C'è dentro la roba di chi è sparito. E c'è anche la roba di Valenti.

​La giovane impallidì vistosamente. Si guardò intorno, poi mi fece segno di seguirla nel retro, nel magazzino delle scorte. Lì, circondati da cassette di vino e polvere, mi fissò con un'intensità che mi fece mancare il respiro. C'era un dolore antico, condiviso, che ci avvicinò in un istante.

​— Anche mio fratello, vent'anni fa... — sussurrò, con la voce che le incrinava la gola. — Avevano detto che se n'era andato a Torino, che aveva lasciato questo posto di merda. Non gli ho mai creduto.

​Allungò una mano e, in un gesto impulsivo che tradiva un bisogno di conforto che andava oltre il mistero, mi sfiorò il viso, sporco di terra. Per un attimo, il resto del mondo scomparve. Non eravamo più due estranei in un borgo maledetto, ma due persone che stavano cercando, disperatamente, di non annegare.

​— Ho bisogno di un posto dove nascondermi, e di sapere cosa sai di Valenti — le dissi.

​— Il maresciallo non è il capo, Davide — rispose lei, con una determinazione che non le conoscevo. — È solo il guardiano del cimitero. Il vero potere a San Michele non cammina con una divisa, ma con un bastone da passeggio in legno d'ebano. E ora che hai iniziato a scavare, non ti lasceranno più andare via.

​Sentii il suo calore, il profumo di pioggia e gelsomino, e capii che la mia indagine era appena diventata qualcosa per cui valeva la pena combattere. Ma sapevo anche che, accettando il suo aiuto, stavo mettendo in pericolo l'unica persona che, in quel posto infernale, sembrava avere ancora un'anima

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