Storia · capitolo 3

CAPITOLO 3

Il peso della polvere di MarVin

​La minaccia di Valenti mi ronzava nelle orecchie come un insetto molesto. Mi chiusi in casa, sprangando la porta d'ingresso con un vecchio catenaccio di ferro che non veniva usato da una vita. La casa era gelida, ma l'adrenalina mi teneva sveglio, trasformando ogni scricchiolio dei vecchi pavimenti in legno in un potenziale segnale di pericolo.

​Appoggiai la cassetta di metallo sul tavolo di cucina, illuminato solo dalla luce fioca di una torcia. Dovevo agire con metodo, come se fossi tornato a scrivere i miei articoli di cronaca nera, quelli che mi avevano garantito una carriera solida a Milano, ma che mi avevano anche reso cinico e stanco.

​Estrassi gli oggetti uno a uno, disponendoli in fila su un foglio di giornale che avevo trovato in un cassetto.

​La catenina di Clara: Il ciondolo a forma di cuore era graffiato, ma la chiusura era ancora intatta. Sulla parte interna, una minuscola incisione: “Per D., sempre”. Il battito del mio cuore accelerò. Ero io "D."? Non mi ricordavo di averle mai regalato quel ciondolo. Forse non eravamo solo amici, o forse lei mi aveva tenuto nascosto un amore che io, nella mia arroganza giovanile, avevo ignorato.

​L'orologio da taschino: Era un oggetto pregiato, d'argento massiccio, fermo alle 11:15. Sul retro, lo stemma inciso di una famiglia locale, i Morandi. I proprietari della cartiera, la colonna portante dell'economia di San Michele.

​La spilla dorata: Raffigurava un giglio, il simbolo del comune. Era un oggetto che raramente si vedeva in giro, un regalo che solitamente veniva fatto solo in occasioni istituzionali molto particolari.

​Analizzando la spilla, notai qualcosa che mi sfuggì a una prima occhiata: sul retro, inciso quasi a microscopio, c'era un numero di serie e le iniziali “P.V.”. Il respiro mi si bloccò. Paolo Valenti. Il nome del maresciallo.

​Non era solo un uomo terrorizzato. Se la sua spilla, un oggetto che doveva essere custodito gelosamente, si trovava nella scatola insieme ai ricordi di persone scomparse, allora Valenti non stava proteggendo il paese. Stava proteggendo se stesso o, peggio ancora, stava tenendo il registro dei trofei di un predatore di cui era complice.

​Il silenzio del borgo, fuori dalla finestra, era diventato assordante. Nessun cane che abbaiava, nessuna auto di passaggio. Solo la pioggia che continuava a battere contro le persiane chiuse. Presi il mio smartphone. Assenza di segnale. Una costante in quella valle dimenticata da Dio, ma che in quel momento mi sembrò una trappola studiata a tavolino.

​Dovevo uscire. Dovevo scoprire dove abitava il maresciallo. Se volevo risposte, avrei dovuto smettere di aspettare che venissero a cercarmi nel buio di questa casa.

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