Capitolo 1
RINASCERE
Mi chiamo Olivia e ho 30 anni. Lui ne ha 67 ed é l’uomo più importante della mia vita: mio padre. Sento dire che esiste il complesso di Elettra, la controparte femminile del complesso di Edipo, e, proprio perché si chiama “complesso“, pare che sia una situazione psicologica che crea limiti allo sviluppo di un adolescente. Io ho avuto un ”Elettra” grosso come una casa, ma non si è mai trasformato in complesso, é stato anzi la mia forza, una specie di amorosa spinta alle spalle verso il nuovo, verso l’inaspettato. Qualunque fosse l’ostacolo che avevo davanti sapevo che dietro le mie spalle c’era lui, e non sarei stata mai sola.
Insieme abbiamo dovuto affrontare, due anni fa, una disgrazia che ha spezzato in due le nostre vite: un prima e un dopo. Mia madre, sua moglie, era dentro un negozio, si è trovata in una sparatoria fra la guardia giurata e un rapinatore, e un proiettile l’ha uccisa.
Da qualche anno vivo in un’altra città, il trasferimento è stato difficile e complesso, ma mi sto organizzando. Tuttavia stavo male a pensarlo solo coi suoi pensieri, ed ero quindi tornata da lui per qualche settimana. Abbiamo provato a ripartire, ma è molto difficile, per lui quasi impossibile. Non ho fratelli né sorelle, e questo peso grava tutto sulle mie spalle, insieme col dolore della perdita, del tragico distacco da mia madre. Lui sembrava pian piano riprendersi, andava tutti i giorni al circolino sotto casa, dove non era più andato da oltre venti anni, giocava a carte coi vicini e con qualche vecchio amico, la domenica andava alla messa, più che altro per dare un senso ai giorni di festa, che ormai per lui erano giorni ancora più tristi degli altri. Faceva passeggiate con un gruppo trekking della zona, e qualche volta andava in pizzeria con loro.
Ma non vedeva vie d’uscita, non ce la faceva proprio a guardare avanti, a pensare al domani. Ho dovuto lasciarlo, e al termine di quelle settimane sono tornata nella mia casa, al mio lavoro, nella mia città. Per me è un dolore che si somma a un dolore: se lui sta male sto male anch’io, é sempre stato così, fin da bambina. Fin da quando mi diceva: sei la mia fidanzata, quando sei grande ti sposo! Ed io ci credevo. Non c’è stato niente nella mia vita che contasse qualcosa se non c’era lui con cui parlarne, e un suo sguardo poteva cambiare tutto. Mi ha sempre fatto sentire libera e mi ha sempre incoraggiata, ma erano la sua voce, i suoi occhi, quello di cui avevo bisogno. Questo rapporto fortissimo é sempre stato fondamentale per me, anche a distanza. Quando mi ero trasferita in un’altra città sentivo tutti i giorni lui e mia madre, una coppia che mi dava speranza. La morte di lei aveva rotto per sempre questo equilibrio, ed ora tocca a me aiutarlo.
In questi due anni ho continuato il mio lavoro e ripreso in mano la mia vita, ma sola, anch’io come lui sola. Negli ultimi mesi tuttavia qualcosa sta cambiando: vedo un collega, Alberto, ogni giorno e mi piace stare con lui anche fuori dal lavoro: andare al cinema, a teatro, ascoltarlo, raccontargli quello che mi era successo anche se non ha significato, confidargli le mie angosce; ma non superiamo mai il limite dell’amicizia. Ci stiamo avvicinando, con la mia paura di ricominciare.
Ero in questo momento di sospensione quando arriva la sua telefonata:
Olivia, ho deciso, ti prego comprendimi. Vado a parlare con quell’uomo, ne ho bisogno, oppure mi ammazzo
Ma come? Non ne avevamo mai parlato, mi sento spiazzata completamente. Cosa faccio io ora?
Ecco fatto: tutto quello che faticosamente stavo cercando di ricostruire stava saltando in aria. Il mio lavoro, la mia serenità da ritrovare, il mio rapporto “in costruzione” con Alberto ….. avrei dovuto fermare tutto, perché non avrei mai potuto lasciare solo mio padre in questa sua decisione.
Ma forse era giusto così, se era giusto per lui.
Prendo una lunga aspettativa e salto sul treno per Sarteano, dove lui è rimasto a vivere in solitudine. Avrei dovuto guardare con occhi di figlia questo suo atto di incosciente coraggio, questo suo muoversi in un territorio inesplorato. Forse ha ragione, avremmo potuto salvarci solo cercando di inserire quel fatto dentro la nostra vita, non rimuovendolo. Del resto, la sua salvezza sarebbe stata anche la mia.
Mi è venuto a prendere alla stazione, é in buone condizioni, rasato, pulito, occhi grandi e persi. Ci abbracciamo come due sopravvissuti e, senza fare alcun commento e senza fare propositi, passiamo subito a organizzarci, senza piangersi addosso.
Il giorno dopo avrebbe avuto il primo colloquio con l’assassino, che aveva accettato, ma intanto nelle prossime ore avrebbe incontrato la psicologa del carcere, una signora più o meno della sua età, qualche anno meno, che si è dimostrata molto attenta e disponibile.
Comincia così, con grandi punti interrogativi, tanta incertezza e tanta paura, questo tempo difficile: mio padre sta un’ora ogni mattina con la psicologa, poi parte per il carcere e parla con l’assassino di sua moglie. A cena poi mi racconta solo qualcosa e io ascolto, ma non commento, non giudico. Ci guardiamo attenti mentre lui parla, ed è così che entriamo in sintonia. Abbiamo bisogno l’uno dell’altra, ma non abbiamo bisogno di discutere sull’accaduto, sulla colpa o sul perdono.
Ma cosa si dicono lui e quell’uomo? Io so solo che è un disgraziato come tanti, un disperato senza lavoro, senza una famiglia, senza una storia, da sempre dentro un’esistenza ai margini: un “non amato” insomma. Certo la sua vita non giustifica la rapina finita male, con quel colpo di rivoltella, ma forse la spiega. É proprio questo che mio padre cerca, una specie di nesso che gli faccia capire come queste due rette parallele, le loro vite, si sono in un punto incontrate, come questo punto abbia portato a quella conclusione: lui cerca un “come”, non un “perché”.
Ogni colloquio con l’assassino viene poi elaborato con la psicologa, che, mi sto rendendo conto, sta diventando quasi un’amica, come se quello tra loro fosse un vero e proprio incontro, e non un semplice rapporto psicologo/paziente.
Non è in discussione la possibilità che mio padre possa perdonare, non lo é nemmeno per il detenuto, che non lo chiede: forse per entrambi conoscersi sta diventando il modo di mitigare il dolore per l’uno e il rimorso per l’altro.
Non saprò mai cosa si sono detti, e non voglio saperlo.
A volte la psicologa rimane a pranzo da noi, ed io con una scusa esco, perché vedo che stanno bene insieme: parlano di tutto e condividono molti aspetti delle loro vite, per motivi diversi solitarie.
Ma non è quello che faccio io con Alberto? Forse tutto può essere più semplice se non inseguiamo chissà cosa, se non cerchiamo il sogno ma la realtà. Forse sedersi accanto, al tavolo di cucina, e sentire di stare bene, é davvero tutto. Alberto ha capito perché ho scelto di non lasciare solo mio padre, non ha detto nulla, non si sentiva privato di qualcosa: lui é affettivamente presente, ed io sto cominciando a capire solo ora cosa questo possa significare per me.
Il tempo passa così, ogni giorno uguale all’altro. Vedo mio padre tornare gradualmente a interessarsi al mondo.
Io telefono a Alberto ogni sera, e finalmente mi sono decisa a invitarlo a passare un fine settimana da noi, e a dormire insieme. Capisco che sto provando ad affrontare la vita in modo nuovo, non solo rispetto a questi due anni, ma forse anche rispetto a prima dell’incidente, e che la stessa cosa sta accadendo a mio padre. Perché l’amicizia e l’amore non sono poi così lontani o addirittura diversi. Perché il piacere che ci dà un clima di tenerezza è più forte e più bello di qualsiasi altro piacere. Ma soprattutto stiamo sentendo che ogni dolore può essere anche una porta.
E così, quando mio padre, d’accordo con l’assassino, conclude l’iter degli incontri, ha un altro sguardo sul mondo.
E inizia a frequentare la psicologa.
*****
Oggi è una bella giornata, c’è il sole e l’aria é pulita. É pomeriggio e siamo venuti in questa Casa del popolo a fare merenda noi quattro: io, Alberto, mio padre e Irene, la psicologa.
Poi qualcuno, in maniera imprevista, ha messo della musica, e mentre io e Alberto parliamo mi sono accorta che loro due sono scesi in pista, solo loro due. E stanno ballando il twist.
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