Storia · capitolo 1

Capitolo 1

LA FORMA DELL'ATTESA di LORENZO IANNELLI

La forma dell’attesa

Il buio non è solo nero. Qui dentro il buio è denso, appiccicoso, come uno straccio bagnato che ti si incolla addosso e non ti lascia scappare. Se mi muovo, sento che si muove con me. Apro gli occhi, ma è inutile: è nero uguale. Sempre uguale. È un silenzio che fa rumore, un ronzio costante che mi preme contro le orecchie.

Sono bloccato. Racchiuso in uno spazio troppo piccolo per respirare bene, troppo stretto per muovermi davvero. Lo spazio intorno a me non ha angoli: segue una curva continua, come se mi avvolgesse. Provo a spostarmi. Niente. Mi sento addosso qualcosa che mi segue in ogni gesto, come se questo posto fosse fatto su misura per tenermi fermo. È liscio. Freddo. O forse sono io che tremo. Non lo so più.

Non ricordo come ci sono finito, né chi mi abbia messo qui. Mi sento come un piccolo segreto chiuso a chiave in un cassetto. Le pareti mi aderiscono addosso; se provo a muovere un arto, incontro subito una barriera liscia, fredda, leggermente curva.

«Ehi…» dico piano. «C-c’è qualcuno?» sussurro. La mia voce rimbalza subito indietro, come una pallina lanciata contro un muro. «Per favore… a-aprite. Mi manca l’aria, qui dentro l’ossigeno sembra un filo sottile che si sta spezzando». Nessuno risponde. Silenzio. Un silenzio che fa rumore, come quando ti fischiano le orecchie e non riesci a pensare ad altro.

Provo a dare piccoli colpi con la parte davanti, dove immagino ci sia una porta. Toc. Toc. Comincio a battere. Con cosa, non saprei dirlo. Con quello che ho. Toc, toc. Poi più forte. Tum. Tum. Niente. Tutto resta muto. Provo a spingere con la schiena, a puntare i piedi, ma non c’è un appiglio, non una sporgenza, non un chiodo a cui aggrapparsi. È una prigione perfetta. Senza finestre, senza entrate, senza uscite. È una scatola senza coperchio perché non ha fine.

«Aiuto!»La parola mi esce storta, spezzata. Qui dentro sembra sbagliata, come se non fosse fatta per stare in questo buio. Aspetto. Conto. Uno… due… tre… Niente.

«Mamma? Mi senti?» grido. Il cuore mi batte veloce. Troppo veloce. Mi sembra un uccellino impazzito che sbatte contro le pareti del petto cercando una finestra che non c’è. «D-dovete tirarmi fuori! Non respiro bene… è tutto così liscio, così vuoto. S-sembra di stare nella pancia di una balena che ha ingoiato anche la luce».

Cerco di calmarmi. Devo calmarmi, me lo dico da solo. Devo stare calmo. Se mi agito finisce peggio. Forse non devo scappare. Forse devo solo aspettare che qualcosa si rompa. Da solo. «Va tutto bene», mormoro, anche se non ci credo molto. «Va… va tutto bene».

«Devo restare lucido. Forse è solo un incubo. Forse tra un minuto qualcuno accenderà una lampadina e dirà che era tutto uno scherzo». Aspetto. Il tempo passa. O forse no. Qui dentro il tempo non cammina, striscia. Un minuto. Dieci. Un’ora? Non so più cos’è il tempo. L’ansia sale come un’onda che mi travolge. Tocco intorno a me, piano, come quando di notte cerchi l’interruttore senza voler svegliare nessuno. Sopra: liscio. Sotto: liscio. Di lato: liscio. È come stare dentro una palla dura, levigata, compatta, senza maniglie, senza spigoli, senza niente a cui aggrapparsi. Una prigione senza sbarre, e forse è proprio questo che fa più paura.

«Magari si apre da sola», dico a qualcuno che non c’è. «Magari è solo… solo una prova». Mi viene da ridere, ma è una risata corta, rotta, che muore subito. Come la luce di una candela soffiata via.

Provo di nuovo a spingere. Tutto il corpo contro la parete davanti a me. Spingo finché mi manca il fiato. Niente. «Dai…» sussurro. «Dai, per favore». Mi sento stupido a parlare così, ma parlare mi fa compagnia. È come se la mia voce fosse l’unica cosa viva qui dentro.

L’angoscia sale piano, come l’acqua quando allaga una stanza: all’inizio ti bagna solo i piedi, poi le ginocchia, poi non sai se riuscirai a respirare. Ho paura. Una paura grande, piena, che mi prende tutto. Ho paura di restare qui per sempre. Ho paura che questo buio sia tutto quello che c’è. E che ci sarà. Per sempre.

«Non voglio… non voglio stare qui», dico. E la voce mi trema. «C’è qualcuno là fuori? Mamma? Qualcuno?»

Nessuna risposta. Solo io. E il buio. Un buio che sembra trattenere anche i suoni.

Mi rannicchio come posso, cercando di occupare meno spazio possibile, come se così potessi farmi più piccolo del posto che mi tiene prigioniero. Chiudo gli occhi, anche se è inutile. Penso. Cerco di ricordare. Ma non ricordo niente di prima. Solo questo. Solo adesso.

Comincio a dare colpi più forti, alla cieca, con la disperazione di chi sente che la fine è vicina. Mi fa male tutto. Sono stanco, abbattuto, mi sento piccolo come un granello di polvere in un universo di terra.

«Non ce la farò mai... resterò qui per sempre, a-al buio, a diventare parte di questo nulla» dico tra i singhiozzi.

Poi, all’improvviso, lo sento.

Crack.

Uno scricchiolio. Quasi un sogno. Un rumore piccolissimo. Piccolissimo, come un rametto che si spezza sotto il passo di un insetto.

«Avete sentito?» chiedo subito, tutto agitato, anche se so che non c’è nessuno. Trattengo il respiro. Eccolo di nuovo: crack.

Il cuore mi salta in gola. Mi avvicino, se così si può dire, verso il punto da cui sembra venire il rumore. Spingo piano.

Crack.

C’è qualcosa che cede. Qualcosa che non era mai successo prima.

E poi… una cosa nuova. Davanti a me, nel vuoto assoluto, appare un punto bianco. Non è un’allucinazione. È luce. Non tanta. Solo un filo sottile, come quando apri appena appena la porta di una stanza buia. Ma è luce vera. Calda. Diversa dal nero. «La vedo», sussurro. «La vedo davvero!» Una crepa minuscola si apre sulla parete e un filo d’oro entra a ferirmi gli occhi.

«Sì! Sì, ti prego, continua!» urlo a me stesso, ritrovando una forza che non credevo di avere. La paura si mescola a qualcosa di nuovo. Speranza. Una speranza timida, che cammina piano piano, in punta di piedi. Spingo di nuovo. Questa volta con più coraggio.

Crack.La crepa si allarga. La luce entra di più, mi pizzica gli occhi, ma non fa male. È bella. È come una promessa mantenuta.

«Aspettami», dico. «Arrivo!»

Comincio a colpire con tutta la mia foga quel punto preciso. La fessura si allarga. Spingo ancora. Tutto il corpo. Tutta la forza che ho. Sento il mondo che si apre, che si rompe, che fa rumore. È faticoso. Mi sento stanco, stanchissimo. Per un attimo penso di non farcela. Sento delle voci, un chiacchiericcio allegro che viene da fuori. La parete cede, si sbriciola come gesso. Spingo ancora, faccio leva con tutto il corpo finché il muro non esplode verso l’esterno.

Poi cedo. E cado fuori. Crollo in avanti, accecato. Aria.

L’aria fresca mi schiaffeggia, il profumo della paglia pulita mi riempie i polmoni. Mi scuoto di dosso i resti di quella prigione bianca e fragile che ora è a terra in frantumi intorno a me. Un posto pieno di suoni morbidi, di odori buoni, di movimento. Intorno a me ci sono altri come me, piccoli, vivi, che becchettano e si muovono sicuri, come se sapessero già tutto. Davanti a me c’è lei. Grande. Calda. Protettiva. Mi guarda e fa un verso tranquillo, che mi entra dentro e mi sistema il cuore.

Sono nel pollaio. Il guscio è dietro di me, rotto. Vuoto.

«Pio! Pio!» faccio io, ma con un tono che finalmente non trema più. Mi avvicino agli altri. Mi sento goffo, un po’ in ritardo, ma nessuno mi spinge via. Lei mi accoglie, mi copre, mi scalda. È tutto così… giusto. Semplice. Domestico.

Davanti a me ci sono i miei fratellini, batuffoli gialli che corrono e beccano già da giorni. E poi c’è lei, enorme e calda, che mi guarda con i suoi occhi tondi e buoni. Mi si avvicina, mi spinge piano col becco verso una ciotola d’acqua e mi fa spazio sotto le sue piume, dove il buio non fa più paura perché sa di casa.

Che fatica, però. Tutto quel penare per questa libertà. Ma ora che sento il calore della mamma e il morbido della paglia, posso dirlo: si sta proprio bene qui fuori. Semplicemente, ne valeva la pena.

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