Storia · capitolo 1

Il latte della sirena

NAUFRAGIO di Leo Nardi

 

 Guardo un attimo Emilio, poi ad un suo cenno mi alzo, spengo il televisore.

L'Italia ha appena battuto Haiti  3 a 1, ma la mia sensazione - immagino condivisa dal mio anziano ospite - è che per gli azzurri il cammino non sarà affatto semplice...

“Penso che di partite al mondiale ne vedrò ben poche, dottore”

Allargo le braccia…

“Temo anch'io. Argentina e Polonia sono squadre toste”

Lui mi guarda, un sorriso sarcastico gli piega le labbra…

“Sa benissimo cosa intendo, dottore, non mi prenda in giro”

In effetti, ha ragione, eppure da qualche settimana, almeno fisicamente, sembra rinato, e anche gli ultimi esami non sono quelli di un uomo in fin di vita…

“Signor Portaluppi, ci conosciamo da un sacco di tempo, sa che non sono il tipo da indorare la pillola. Però deve ammettere che rispetto a un mese fa sta meglio, molto meglio…” 

Fa un gesto spazientito nell’aria…

“E io so, come lo sa anche lei, che è un fenomeno abbastanza frequente, nei malati terminali, questo - apparente? - miglioramento, prima del crollo finale. Solo che, almeno nel mio caso, ne conosco la causa… Un altro po’?”

Senza aspettare la mia risposta allunga il braccio, versa dalla caraffa  nel mio bicchiere ciò che rimane del frappè alla banana - la mia passione, tra l'altro preparato a suo dire con un "latte speciale”-

Ne gusto un sorso, poi appoggio il bicchiere sul tavolino in cristallo che ci divide…

“Va bene, signor Emilio. E quale sarebbe la causa?”

Lui cerca di rispondere, ma non ce la fa, perché comincia ad ansimare, con il viso che  gli si imporpora e poi sbianca, improvvisamente, mentre si accascia sul sedile così, come un sacco vuoto.

Quando di nuovo riesce a parlare, la sua voce è un filo sottile…

“Ho cercato di uccidere, la notte del naufragio. Non l’ho mai detto, a nessuno. Lei è il primo, dottore”

Scrollo mentalmente la testa…

“Mai detto a nessuno”, penso.

Poveraccio, nemmeno si rende conto di quante volte, in realtà, ha raccontato di quelle ore in mare, di come…

Sono le sue parole, soprattutto  il tono  con cui le pronuncia, a interrompere i miei pensieri…

“Immagino cosa le sta passando per la testa, dottore. No, non si preoccupi: non le racconterò per l'ennesima volta di come Lady Astor intercedette con l'equipaggio della scialuppa perché mi facessero salire, della pistola in madreperla che stringevo tra i denti e poi nelle mani, terrorizzando chi mi era intorno. Prima, ben prima che ciò avvenisse, tentai di uccidere…”

Freno la tentazione di accendere una sigaretta, poi mi alzo, vado alla finestra…

“Perché me lo vuole raccontare, signor Portaluppi? Perché proprio ora? E perché proprio a me?”

Mi guarda in modo strano, senza parlare: allunga solo la mano destra ossuta e piena di cicatrici, mano da vecchio picasass, e afferra il bicchiere posato sul tavolino , succhia rumorosamente con la cannuccia blu mare un lungo sorso di frappè... E io faccio lo stesso, in piedi davanti alla finestra, e il mio bicchiere è gelido, sotto le mie dita grassocce e curate...

Poi lui appoggia il suo  e inizia a raccontare...

“Ero in acqua da… non so quanto; sorpreso di essere ancora vivo, dopo quel salto di venti metri dal ponte, quell'abbraccio gelido. Quando una cosa morbida  mi urtò alle spalle pensai ad uno dei canotti, mi voltai di scatto…”

Mentre parla, ancora quel respiro ansimante, come se improvvisamente nella stanza gli mancasse l'aria, poi  eccolo boccheggiare con gli occhi sbarrati e le mani che battono ritmiche sui braccioli della carrozzina come pinne di un pesce morente.

Sto per chiamare l'infermiera, ma lui improvvisamente si calma…

“Una sirena, dottore, dalla pelle vagamente luminescente. Ma enorme, grande circa come un’orca. Penso che gli antichi marinai si siano confusi, che le abbiano viste tra le onde da molto, molto più lontano di quanto credessero…"

Ritorno vicino a lui, mi risiedo sulla poltroncina in raso azzurro mare.

Sì, il povero Emilio è decisamente andato, e io cosa potevo fare, se non ascoltare i suoi deliri?...

“... Si allontanò rapidamente a circa due metri da me, forse perché potessi contemplarla meglio: una coda da delfino da cui si innalzava nella notte un corpo, un meraviglioso corpo di donna, con il ventre piatto e senza ombelico e più su l’allargarsi di un petto che si muoveva lento e regolare al ritmo di un respiro antico. Fu a quel punto che la creatura cominciò lentamente a immergersi,  ed ecco davanti ai miei occhi il suo viso. Senza capelli, ciglia, sopracciglia… Eppure di una bellezza da far male. Ebbi paura, dottore. In una tasca del giubbotto di salvataggio avevo nascosto una pistola di madreperla. La presi, sparai. Volevo colpirla in fronte, ero lucido nella mia volontà di ucciderla… E di uccidermi, subito dopo. Non ci riuscii, perché nel momento in cui lo feci improvvisamente riemerse e la pallottola passò tra il braccio destro sollevato e il fianco, perdendosi nell’acqua gelida. Lei sorrise senza farci minimamente caso, poi cominciò a cantare e mentre lo faceva mi prese tra le braccia sollevandomi al suo petto, e io non ebbi più né paura, né freddo, perché ero il suo bambino e il suo latte era caldo e buono e non finiva mai…

Scrollo la testa.

“Emilio, non le  è mai venuto il sospetto che tutto ciò che mi ha raccontato sia solo frutto della tua fantasia? O meglio, siano solo allucinazioni causate dal freddo e dalla paura?”

Lui mi guarda e mi tranquillizzo, perché è uno sguardo che conosco bene…

“All'inizio pensai la stessa cosa. Appena a bordo della  sulla scialuppa mi tolsero i vestiti maceri e mi gettarono addosso una coperta. Mi addormentai  quasi subito, al risveglio mi dissero che stringevo una pistola tra i denti, me la ridiedero, la guardai: aveva gli stessi riflessi dei capezzoli della sirena. Così, pensai che fosse stato tutto uno strano sogno… Però dalla pistola mancava un colpo…”

Lo guardo, taccio.

“Dottore, non mi chiede come facessi a sapere che i capezzoli della sirena avevano riflessi di madreperla, visto che era notte e non c'era nemmeno la luna?"

Tocca a me, ora, mettere sarcasmo nella voce…

“Immagino che fossero luminosi, giusto? Come il resto della pelle…”

Lui fa un respiro, profondo.

“E invece si sbaglia, dottore. Lo so perché ad un certo punto il faro di una scialuppa ci illuminò in pieno, e la creatura si immerse, rapidissima. E sa l'assurdo? Mentre eravamo sott’acqua e bevevo il suo latte e ascoltavo il suo canto, non solo non avevo freddo, non solo non avevo paura, ma nemmeno sentivo il bisogno di respirare…”

Non so cosa pensare. Delira, questo è certo. Ma quello che racconta è talmente affascinante che non posso fare a meno di ascoltare…

“A lungo credetti che quella immersione facesse parte del sogno e non ci pensai più. Poi arrivò la notte del 20 luglio 69, ricordo bene la data perché fu quella dell’ allunaggio. Lo vidi con altre decine di persone nel bar della pensione Palma di Alassio, dove come ogni anno dal 65 passavo le vacanze. Alla fine ero troppo eccitato per dormire, andai a passeggiare  in riva al mare…Lì per la prima volta ebbi quella strana sensazione di essere, letteralmente, un pesce fuor d'acqua. E l’acqua era lì. Mi denudai, entrai nel mare… Scoprii che non avevo bisogno di respirare, che potevo rimanere immerso quanto volevo. Poi mi accorsi che ero…diviso. Una parte di me li, un’altra lontano, dentro una creatura strana e meravigliosa”

Mentre mi interrogo sulle sue parole, ha come un conato, ma non va in bagno. Spinge la carrozzina in cucina, e scompare in un angolo dietro la porta. Sento per qualche secondo il ronzio del frullatore, poi mi arriva la sua voce…

“Venga, dottore, ho una cosa per lei”

Lo faccio: la prima cosa che vedo è lui che sta pulendo il bordo di una caraffa in plastica colma di frappè da uno sbaffo biancastro, e con lo stesso tovagliolo gli angoli della bocca… 

“Quando ho detto che il latte della sirena non finiva mai non era una esagerazione letteraria, perché è vivo, capisce? Si riproduce da allora dentro di me, ci lega assieme... e riempie i miei polmoni quando sono sott’acqua, mi permette di vivere senza respirare. Però talvolta succede anche se non sono immerso, devo sputarlo fuori, come fosse catarro”

Cerco di stare calmo, ma è difficile…Soprattutto, dovrei vomitare, guardandolo riempire un  bicchiere con quella cosa e porgermelo, così, con noncuranza. invece…invece ascolto la sua voce, rapito.

“Tra poco morirò, dottore… la sirena ha bisogno di qualcun altro, che le trasmetta le sensazioni che nel mare non può vivere. Il sapore del vino, quello della carne alla griglia. Il rumore dei passi sull’asfalto. Il calore del fuoco...

Forse dice altro, non so.

Ora sono troppo preso a gustare quel nettare degli dei per ascoltare.


 

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