Storia · capitolo 1

Capitolo 1

L'isola di Cristina di Claudio Messere

L’Isola di Cristina

Claudio Messere

C’è un posto nel mediterraneo dove i colori si fondono con la poesia e illuminano l’animo umano: Procida, ovvero Prochyta, il cui nome ricorda la caduta del giovane guerriero Bitta, evocata da Virgilio nell’Eneide. I colori qui non somigliano a quelli di nessun altro posto al mondo. Sono un’esplosione di intonaci pastello che si riflettono nell'acqua della Corricella, ma l'isola palpita anche di un giallo limone accecante, che d'estate matura nei giardini nascosti, emanando un profumo acido e dolce. C’è poi il verde brillante delle vigne selvagge che si arrampicano verso l’isolotto di Vivara, e l’azzurro liquido del mare che, sotto la spiaggia del Pozzo Vecchio, si fa trasparente come cristallo.

In questa splendida tavolozza cresceva Cristina, una bambina con i capelli selvaggi e due grandi occhi verdi, limpidi e profondi, ereditati direttamente da suo padre Claudio. Nelle ore più calde, quando l’isola si fermava per la controra, Cristina parlava con Karm, lo spirito della poesia. Karm non aveva un corpo solido: era un soffio dorato che si muoveva tra i riflessi azzurri del mare.

«Perché mi guardi così, Karm?» sussurrava la bambina, arrampicata sul tufo, «cerco nei tuoi occhi verdi il riflesso delle parole che Virgilio ha scritto per queste coste», rispondeva lo spirito con una voce che sembrava il fruscio del vento tra i limoni :«tu hai il fuoco dell'arte, Cristina. Cerca di non spegnerlo mai !».

La vita quotidiana della bambina era però un terreno di scontro tra due forze opposte: il padre Claudio, archeologo burbero, e la nonna materna Tiziana, una donna iperprotettiva: «la stai crescendo come una selvaggia, Claudio!» gridava spesso Tiziana nel cortile, agitando le mani profumate di acqua di colonia.

«Sempre scalza in mezzo alla terra. Guarda quei capelli, sembra un maschiaccio!».

«La bambina deve vivere libera, senza briglie, più è a contatto con la natura, più rinforza il suo sistema immunitario, Tiziana», rispondeva Claudio con la sua voce profonda, senza alzare gli occhi dai diari di scavo «Il suo mondo non deve essere fatto di zucchero e merletti, ha bisogno di radici forti, non di essere viziata». A mediare tra i due c'era Tina, la matrigna di Cristina. Entrata in punta di piedi nella casa, Tina calmava i silenzi di Claudio e assecondava le ansie di nonna Tiziana: «lasciatela correre», diceva accarezzando la bimba, «la terra e il mare sono i suoi maestri».

Un'estate arrivò sull'isola anche la zia Sabrina, la sorella minore del padre di Cristina. Sabrina aveva solo pochi anni più di lei: era una ragazza ribelle, spensierata e divenne subito la sua complice perfetta. Una sera, per sfuggire al controllo ossessivo di nonna Tiziana e al coprifuoco imposto da Claudio, le due organizzarono un piano per andare a vedere i fuochi d'artificio alla Chiaiolella : «tu metti i cuscini sotto le coperte», sussurrò Sabrina a Cristina, ridacchiando nel buio della camera ,«se tuo padre controlla, penserà che tu stia serenamente dormendo e ti lascerà in pace!».

«E se nonna si sveglia per portarmi il latte caldo?» chiese Cristina, con gli occhi verdi che brillavano eccitati all’idea di quella piccola trasgressione infantile: «ci penso io», disse Sabrina, mostrando una vecchia registrazione audio del respiro pesante di Cristina.

Le due si arrampicarono giù dalla finestra della cucina, calandosi su un albero di limoni. La fuga funzionò, ma al loro ritorno a notte fonda, trovarono Claudio seduto in cucina.

«I fuochi erano belli?», domandò l'archeologo, senza accendere la luce.Sabrina e Cristina rimasero pietrificate : «Claudio, io...» provò a giustificarsi la zia. «Sabrina, tu dovresti avere più testa di lei», tagliò corto Claudio, burbero. Poi guardò Cristina, incrociando i suoi stessi occhi verdi, «e tu... la prossima volta chiedimelo. Ti potevo accompagnare io in barca. Ora filate a letto, prima che la nonna si svegli e cominci la tiritera con le solite storie e le sue dannate paure».Le due scapparono in camera soffocando le risate, unite da un segreto indimenticabile.

Con la giovinezza, l'isola portò a Cristina l'amore. Arrivò Sergè, un giovane viaggiatore francese appassionato di letteratura. Non appena la vide recitare i versi di Alberto Mario Moriconi sulla scogliera, se ne innamorò perdutamente. Proprio come il protagonista di Graziella di Lamartine, Sergè vedeva in lei l'incarnazione della bellezza mediterranea.

Passarono settimane indimenticabili tra le spiagge vulcaniche. Ma l'amore di Sergè era anche una gabbia dorata: voleva che lei fosse la sua musa immobile.«Vieni con me in Francia, Cristina», le sussurrava Sergè, guardando l'orizzonte con le sue sfumature policromatiche,«Sarai la mia Graziella, vivremo d'arte».Cristina lo guardò, sentendo una stretta al cuore. Accanto a lei, invisibile a Sergè, Karm agitò nervosamente l'aria reagendo alla proposta con un brivido freddo.«No, Sergè», rispose lei con fermezza, mentre il verde dei suoi occhi si faceva duro come la pietra di tufo, «io non voglio essere la Graziella di nessuno. Non voglio morire di nostalgia e ricordi ed intristirmi in un libro. Io devo recitare, devo essere libera».Con il supporto silenzioso di Tina, Cristina trovò il coraggio di dirgli addio. Sergè riparti, e lei lasciò l'isola per studiare recitazione a Roma.

Gli anni di Roma furono un inverno lungo e spietato. La capitale era immensa, grigia e indifferente ai sogni di una ragazza di provincia. Cristina viveva in una stanza umida a San Lorenzo, dividendo l'appartamento con altri quattro studenti e riscaldandosi solo con tazze di tè economico. I provini andavano quasi tutti male perché cercavano volti patinati, stereotipi in cui la sua anima selvaggia e i suoi occhi fieri non riuscivano a incastrarsi.

La sua condizione economica divenne presto precaria. C'erano giorni in cui doveva scegliere se comprare il biglietto del tram o un pacco di pasta. A peggiorare le cose, da Procida arrivavano notizie dolorose. L'età avanzata cominciava a pretendere il suo conto. L'amata nonna Tiziana fu colpita da un grave malanno cardiaco che la costrinse a letto, spegnendo progressivamente quella sua esuberanza iperprotettiva. Anche Tina, sempre forte e silenziosa, iniziò a soffrire di forti dolori articolari che le rendevano difficile persino accudire la casa. Cristina si sentiva impotente, logorata dal senso di colpa per essere lontana e senza un soldo. In quel periodo  un solo colore che dominava,il grigio.Non solo per la tristezza delle giornate monotone .Il fumo grigio delle sigarette che lei aspirava durante il giorno, maledetta dipendenza ereditata psicologicamente dalla nonna,le creava una serie di incovenienti  che  riusciva sempre meno a tenere a bada.

In quel monolocale romano, quando la disperazione prendeva il sopravvento, lo spirito della Poesia tornava a far sentire la sua presenza. Karm non l'aveva abbandonata; si manifestava come una folata di vento che faceva sventolare le tende ingiallite della finestra, o come un calore improvviso che le avvolgeva le spalle nelle notti più fredde.

«Perché insisti, Karm? Qui la poesia sta morendo di fame», piangeva Cristina sul suo letto cigolante dove trascorreva gran parte delle giornate uggiose .«La poesia non muore dove c'è la verità,  sussurrava l'eco invisibile dello spirito. «Usa questo dolore. Trasforma l'inverno romano nella forza dei tuoi personaggi. Ricorda chi sei! ».

E poi c'era Claudio. Il padre burbero continuava a chiamarla ogni domenica, inflessibile nel tono ma tradito dai fatti. Ogni mese, puntualmente, Cristina trovava nella cassetta delle lettere una busta anonima contenente qualche banconota spiegazzata e un foglietto con su scritto, in una grafia rigida da archeologo: “Per i libri di testo” o “Per le visite mediche che so che non fai”. Claudio spendeva gran parte della sua misera pensione per aiutarla di nascosto, privandosi di tutto pur di non farle pesare quel sostegno, permettendole così di non arrendersi e di pagare l'affitto. Tina e Sabrina sapevano, e mantenevano il segreto con complicità affettuosa.

Gli anni della maturità videro finalmente il riscatto e il ritorno di Cristina a Procida per il debutto a Palazzo d'Avalos. Nonna Tiziana purtroppo si era spenta l'anno prima, lasciando un vuoto immenso. Poco prima di salire sul palco, nel camerino, Cristina trovò un biglietto infilato in un mazzo di limoni appena colti, ancora caldi di sole. Riconobbe subito la grafia elegante:

“A Cristina, che non ha voluto essere una musa di carta, ma ha scelto di essere carne, vento e verità. Il tuo mare non ha mai smesso di cantare nei miei ricordi. Stasera sono qui per ascoltare la tua voce, libero finalmente di ammirare la tua libertà. Sergè.”

Con il cuore in gola, zia Sabrina e Tina — che camminava a fatica sorreggendosi a un bastone — la aiutarono a sistemare l'abito. Presero posto in prima fila, accanto a Claudio, anziano, ma ancora brioso, con la pelle arsa dal sole dell’isola e gli occhi verdi umidi per la gioia. 

Quando Cristina salì sul palco, lo spettacolo divenne un'invocazione. I colori dell'isola vibravano nelle luci della scena. Durante il monologo finale, Cristina scelse di unire i poeti dell'isola, all'opera più pura del cinema che aveva toccato Procida: il film Il Postino di Massimo Troisi, dedicando anche un pensiero struggente alla nonna.

Sul palco allestito nell’ex carcere borbonico,davanti al belvedere, la sua voce risuono' potente.

«Lamartine voleva una musa da piangere, Morante cercava l'innocenza perduta di Arturo, Moriconi cantava i nostri marinai. Mia nonna Tiziana cercava di proteggermi da questa stessa terra, riempiendomi le mani di dolci al limone perché temeva la durezza del mondo. Ma è stato Massimo Troisi a insegnarci la metafora più grande proprio su queste spiagge. L'arte non appartiene a chi la scrive, ma a chi ne ha bisogno. Io oggi registro i suoni di questa isola: il vento tra i limoni, la risacca della Chiaiolella, i silenzi del tufo e il battito del cuore di mio padre. Registro persino il profumo di acqua di colonia di mia nonna, che ancora sento nell'aria. Ve li dono, perché questo è il mio filo invisibile. La poesia non ci chiude in una tomba come Graziella, la poesia ci rende liberi di tornare».

Karm apparve un'ultima volta tra le quinte, splendendo di una luce dorata e intensa, prima di svanire definitivamente nel vento procidano. Aveva compiuto la sua missione. Tutti in piedi applaudirono più volte intensamente. Cristina cercò lo sguardo di suo padre. Claudio, con gli occhi lucidi di lacrime, le fece un cenno fiero con il capo. Tina e Sabrina piangevano di gioia.

Ma proprio mentre s’ inchinava, la folla si aprì in fondo alla platea. Un uomo con i capelli brizzolati avanzò lentamente: era Sergè. Contrariamente al dramma di Lamartine, il destino aveva scritto un finale diverso. Sergè era tornato a Procida, guidato da quel filo invisibile di suoni e metafore.

Dietro le quinte, poco dopo, Sergè la raggiunse nel camerino. Cristina era ancora visibilmente scossa, felicemente emozionata e praticamente senza fiato. «Sei finalmente tornato nell’isola della poesia», disse lei, guardandolo. «Non potevo rimanere lontano», rispose Sergè, sfiorandole la mano. «Non cercavo una musa, Cristina. Volevo solo vedere la donna libera che avevi promesso di diventare. I tuoi occhi e il tuo cuore non sono cambiati».

Prima che potessero dirsi altro, Claudio entrò nel camerino spinto da Sabrina:

 guardò prima il francese, poi la figlia. Rimase in silenzio per qualche istante, studiando i due giovani con la stessa attenzione con cui un tempo esaminava i reperti di Terra Murata. Poi, con il suo solito tono burbero ma con un sorriso nascosto sotto i baffi, ruppe ogni indugio,procurandosi dei calici di vetro .

 «E va bene, francese! questa volta non ci sono reperti da scavare sotto terra, ma c'è una storia nuova da celebrare. Se hai intenzione di rovinare la festa, sappi che la mia barca è ancora ormeggiata al porto ed è pronta a riportarti a Napoli a calci. Sabrina, per favore, versa questo bianco nettare d’uva ai nostri ospiti, prima che mi rimbambisca del tutto!».

Tina passò i bicchieri a tutti con le mani tremanti e tese dall'emozione. Sergè alzò il calice verso Claudio, poi verso Cristina, incrociando lo sguardo fiero della donna. Zia Sabrina fece l'occhiolino a Cristina, proprio come quella notte di tanti anni prima sulla pianta di limoni. La bambina che inseguiva il vento e che aveva resistito al freddo di Roma aveva conquistato la sua libertà, l'orgoglio di suo padre e un nuovo, consapevole inizio d'amore.

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