Capitolo 1
LA PANCHINA
La panchina era sempre la stessa.
Da qualche giorno, nel primo pomeriggio, Elena sedeva lì, godendosi il sole ancora tiepido di quel mese di marzo del 1926.
Aspettava il suo amore, un'attesa che aumentava con l'ansia, man mano che i giorni passavano.
Ma nel suo tempo la vita non era facile. Il regime fascista conquistava sempre maggior potere. Lo scorso anno era stato assassinato, da squadristi fascisti, il parlamentare Giacomo Matteotti. Da pochi giorni un altro politico e giornalista, Antonio Gramsci, era stato incarcerato. Ovunque le strade portavano i segni delle continue incursioni dei militanti del partito, le persone parlavano a bassa voce di futuro e incertezza, le giornate sembravano sospese tra speranza e paura.
Il regime instaurato pochi anni prima dal partito fascista, guidato da Benito Mussolini, una dittatura, benché parlasse di ordine e progresso aveva portato solo povertà. Molte famiglie vivevano di lavori nei campi, che spesso erano insufficienti per sopravvivere dignitosamente. La disoccupazione era elevata e non esisteva un sistema di supporto a chi perdeva il lavoro, i salari erano bassi e regolati dal regime che limitava anche la possibilità di scioperare.
Il suo uomo, un dissidente ricercato dalla polizia politica, era nascosto chissà dove, ma quel giorno, finalmente, tramite amici fidati le aveva dato appuntamento.
Lì, sulla panchina.
Elena aspettava, ma dentro di sé combatteva contro il dubbio: sarebbe arrivato davvero?
Si fece sera e mentre il sole calava lento, qualcosa accadde, ma non quello che si aspettava lei.
L’aria tremò leggermente, come uno specchio d’acqua sfiorato dal vento.
Davanti a lei apparve un ragazzo. Indossava vestiti strani, aveva in mano un piccolo oggetto con uno schermo luminoso e si guardava attorno con stupore e inquietudine.
«Ma in quale anno mi trovo?» chiese lui.
Elena lo osservò sorpresa, ma stranamente calma.
«Nel 1926… ma tu da dove spunti?»
Il ragazzo esitò e poi rispose: «Nel 1926… ma io vivo nel 2026! Mi chiamo Luca.»
Per un momento rimasero in silenzio, osservandosi, divisi da cento anni.
«Com’è il futuro?» chiese Elena, con un filo di speranza negli occhi.
Luca abbassò lo sguardo. Il piccolo oggetto luminoso nella sua mano si spense. «È… complicato.»
«In che senso?»
«È veloce e frenetico. Troppo veloce, a volte. Possiamo parlare con chiunque nel mondo in un attimo, possiamo fare cose che voi non sareste mai riusciti a fare, abbiamo mezzi di trasporto rapidi, tecnologia avanzata… ma spesso ci sentiamo soli.» Fece una pausa. «E non è solo questo.»
Elena inclinò leggermente il capo. «Dimmi.»
Luca sospirò, poi riprese, angosciato. «Siamo sempre connessi, ma non ci ascoltiamo. Ci confrontiamo continuamente, ci sentiamo insicuri e abbiamo paura del futuro.»
«Paura?» chiese Elena, incuriosita.
«Sì. Paura per il pianeta che si è ammalato, perché nei cento anni successivi ai tuoi lo abbiamo maltrattato, e tanto. Abbiamo timore dei disperati che fuggono dalla fame e dalla povertà dei loro paesi di origine pensando di trovare accoglienza e lavoro, ma trovano, invece, spesso la morte o una vita fatta di stenti e povertà maggiore di quella che hanno lasciato nei paesi dai quali sono partiti.
Abbiamo paura perché le guerre, che non sono mai finite per davvero, stanno ritornando prepotentemente e, proprio in questi giorni, stanno esplodendo con ferocia. Senza saperlo usò proprio le parole di Gramsci e disse: «Sai, nella nostra epoca il vecchio mondo sta morendo e quello nuovo tarda a comparire, e in questo chiaroscuro nascono e si sviluppano i mostri.»
Elena abbassò lo sguardo per un istante. «Anche noi viviamo tempi difficili» disse piano. «Siamo sotto un regime dispotico e autoritario, che limita la libertà. Io ora sono qui ad aspettare il mio uomo, che è perseguitato dal regime per le sue idee.»
Sfiorò il cappello accanto a sé. «E non so se arriverà. Come hai detto tu, il mondo cambia…e i mostri si sviluppano.»
Il vento si alzò leggermente. Le foglie si mossero sopra di loro.
«E l’amore?» chiese Elena, come se fosse la domanda più importante.
Luca sorrise, ma con un velo di malinconia. «Quello non è cambiato. Fa ancora paura. E fa ancora battere il cuore. Anche se nella nostra epoca lo nascondiamo dietro schermi e parole veloci.»
Elena fece un piccolo sorriso. «Allora forse vale ancora la pena aspettare.»
Luca annuì lentamente. «Sì. Anche quando tutto sembra incerto qualcosa di meraviglioso può accadere.»
La luce attorno a Luca iniziò a svanire.
«Aspetta!» disse Elena. «Tra cento anni… qualcuno si siederà ancora qui ad aspettare qualcun altro? Lo farà?»
Luca guardò la panchina, poi lei. «Sì. Aspetterà… e avrà paura. Ma avrà anche una speranza. Proprio come te.»
E poi sparì.
Elena rimase sola sulla panchina.
Il cielo si era fatto più scuro, ma dentro di lei qualcosa era cambiato. L’attesa non era più solo un dubbio, era diventata certezza che lui sarebbe arrivato.
Si alzò, prese il cappello, poi si fermò un attimo.
Aveva capito che, anche tra cento anni, le emozioni sarebbero restate le stesse: la paura, la speranza, l’amore… e il coraggio di continuare ad aspettare, anche in tempi difficili.
E con un sorriso, appena accennato, si mise di nuovo a sedere e rimase ancora un po’ ad aspettare.
Perché alcune attese valgono una vita intera.
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