Capitolo 1
Il professore
E’ buio pesto ed ho freddo, tanto freddo, qualcosa dev’essere successo all’impianto di riscaldamento, dovrei andare a vedere, ma chi si muove, magari è mancata anche la luce, ed io non posso andare a vedere, troppo pericoloso scendere a controllare il riquadro degli interruttori. Non so neanche dov’é il mio cellulare per accendere la torcia. Sto proprio perdendomi, non ricordo cose, nomi, situazioni.
Se almeno avessi acceso il caminetto, un bel fuoco darebbe luce e calore, ne ho bisogno…ma no! Lei non vuole, il fumo (ce n’é pochissimo, la canna fumaria funziona bene). Dice che le dà fastidio l’odore ed incomincia a tossire senza sosta, così, per quieto vivere, non accendo più.
Da quanto tempo non vado all’università? Ho fatto una convenzione con la presidenza della Facoltà per continuare il mio lavoro a casa in smart working con l’obbligo di presenza due o tre volte al mese, ora non ricordo proprio quando ci sono stato l’ultima volta. Non mi ricordo neppure quando é venuto Jimmy ultimamente, é lui che, quando non mi vedono da un pezzo in Facoltà, viene a casa per prendere i miei appunti e ad aggiornarmi sul procedere del lavoro di gruppo, sulle chiacchiere dei colleghi e sul comportamento degli studenti.
A mia moglie Jimmy non piace, é sempre sgarbata con lui, lo tratta come fosse un intruso che si intrufola in casa nostra per chissà quale strana curiosità, lei non crede che sia per aiutarmi nel mio lavoro, nelle mie ricerche; tempo fa abbiamo anche litigato a causa sua…
Mia moglie? Tutti sanno che non siamo sposati, non ho voluto più legarmi ad una donna da quando ho divorziato dalla prima e unica moglie che mi ha abbandonato portandosi via mio figlio e cospicua parte delle mie sostanze, compreso la casa in città.
Perché mi sono imbarcato in questa convivenza? Spesso me lo chiedo, ero in un periodo di profonda depressione, lei, mia assistente all’Università, mi fu vicina, cercò di sollevarmi…e poi si sa come finiscono queste cose….
E adesso vivo qui, in, questa specie di baita solitaria sulla montagna, come piace a lei, soli in mezzo al bosco. Qui, nel New England, gli inverni sono freddi, certe volte viene tanta neve da ostruire il portone di casa, tocca a me spalare, lei non vuole farlo, dice che è per il mal di schiena, ma sospetto che sia per non rovinarsi le unghie.
A volte rimpiango il cielo di Firenze ed il sole di Forte dei Marmi, ma non potevo proprio vivere sotto la tirannia del mio ex suocero, illustre primario, ma anche barone onnipotente , mi trattava come uno schiavetto deficiente.
Questo lenzuolo nero mi soffoca, è gelido e viscido, lo ha voluto lei, dice che la parure notte di satin nero è molto di moda, ma a me sembra che il letto assomigli ad un catafalco e che tutta la
camera abbia un aspetto lugubre…A che vale opporsi?, in casa è padrona lei, io non me ne curo, ho il mio lavoro, le mie ricerche, un nuovo libro da scrivere.
Il lenzuolo mi soffoca, si attacca alla barba, devo tirar fuori la testa ma non ce la faccio, non sento più le mani, anzi tutto il braccio, quasi come me lo avessero segato via…deve essere la circolazione…anche le gambe non le sento più. Tutto questo non ha senso, sento che sto sognando, è solo un incubo, tra poco mi sveglierò.
Non riesco a uscire dall’incubo per quanto mi sforzi di tornare alla realtà, è tutto inutile, lo so, succede talvolta con quel sonnifero e ieri sera ne ho preso più gocce del solito.
Dopo l’ultima lite ero tanto sconvolto che la solita abbondante porzione di bourbon non è bastata a calmarmi. Sono un ricercatore, ma prima ancora un medico, dovrei sapere che non va preso un sonnifero assieme all’alcol, ma ci sono momenti…
Mi scoppia anche la testa, molto più che dopo una normale sbornia, la gola brucia come mi fossi tagliato facendomi la barba. un martello sembra fracassarmi le ossa e poi quell’ossessionante stridere della sega, lo conosco bene quel suono, per attutirlo, quando taglio la legna per l’inverno, metto le cuffie insonorizzanti. Dio mio, lasciami sprofondare in un sonno profondo senza incubi.
Il campanello squillò rumorosamente e la donna, immersa nei suoi pensieri, posò il bollitore elettrico con cui si stava preparando una tisana di erbe e si diresse verso la porta d’ingresso. Una volta avrebbe potuto essere considerata una bella donna ma gli anni e la sciatteria avevano proc2urato danni. Ingrassata, senza trucco, i capelli neri raccolti in una crocchia disordinata sulla nuca, la vestaglia da casa pulitissima ma logora, una calza smagliata, l’altra discesa alla caviglia, tutto parlava di noncuranza e abbandono, solo gli occhi nerissimi, lievemente a mandorla, esprimevano una certa fierezza.
Sulla porta un giovane agente in divisa salutò “Buongiorno Signora Fineschi,,,,”,
“Il mio nome è Mary Ann Yasuda” fu la risposta, “Io e il Professore non siamo sposati, come posso aiutarla?”
“Mi spiace per la gaffe involontaria signora Yasuda, non sapevo, son qui perché mi manda l’Università, a chiedere del Professore, é molto tempo che non si vede in Facoltà”
“E per questo mandano la Polizia?, di solito viene Jimmy”
“Il Dottor Stevens dice di esser venuto già due volte e che lei non lo ha lasciato nemmeno entrare, anzi, l’ultima volta lui afferma di essere stato accolto a male parole e pesanti accuse personali” “Non sopporto quel pederasta, lui sì che ha saputo entrare nelle grazie del Professore….comunque la sua è una visita inutile, il Professore non è in casa adesso”
“Aspetterò qui, permette?”
“No, non credo tornerà oggi, iersera abbiamo litigato, lui ha preso la sua roba e non si farà vedere per almeno due tre giorni o forse più, fa sempre così il signorino quando gli vengono le sue lune…” “Allora dovrò ispezionale l’appartamento, sono gli ordini”
“Ha un mandato?”
“No, ma posso procurarmelo in un paio d’ore, se lei desidera” “Allora entri, sbrighiamoci in fretta che ho il mio daffare”
Il poliziotto iniziò la sua visita dal piano superiore, la camera matrimoniale con cuscini e lenzuola di raso nero, la camera degli ospiti col copriletto patchwork, i due bagni con i servizi lucidissimi, uguale pulizia e lucentezza trovò al piano terra, in salotto, in sala da pranzo, nei disimpegni, in un locale doccia.
Trovò una porta chiusa “me la apre per cortesia?”
“E’ lo studio del professore, non vuole che entri nessuno, solo a Jimmy é permesso, per affari dell’Università, dicono….”
“Signora Yasuda, la apra per favore”
Aperta la porta la signora Yasuda si rifiutò di entrare e l’agente si ritrovò in una stanza dove fu preso alla gola da un forte odore di chiuso, odore che impregnava tende, pareti ricoperte da librerie, il sofà di tessuto viola. Su un tavolino bianco c’era un costoso microscopio e varie provette etichettate, su di una grande scrivania un barattolo con penne e matite colorate, fogli contenenti diagrammi e formule chimiche, ed un grosso posacenere con mozziconi di sigarette stantii.
“Non aprite mai la finestra qui?”
“Quel grand’uomo, nonostante le mie proteste, ha ripreso a fumare, io non sopporto l’odore e non entro mai qua dentro Se a lui piace così..”
“Su questo piano abbiamo finito, c’è anche un seminterrato o una cantina?” “Si, venga pure, si scende per di qua”
I due si ritrovarono in un vasto ambiente polveroso pieno di attrezzi agricoli, vecchi mobili e carabattole polverose. Ignorando i ripetuti affettati colpi di tosse della donna, l’agente indicò l’unico oggetto privo di polvere “che enorme congelatore avete, non é grande per voi due soli?”
“No, ci tengo in giaccio il corpo del Professore, sa, così si mantiene bene” ironizzò la donna, “sù, apra, così la finiamo con questa pagliacciata”. Ignorando il sarcasmo di quelle parole, il poliziotto sollevò il coperchio. Il vasto spazio interno era riempito in piccola parte da cibi surgelati e barattoli di preparati vegetali. Il resto era occupato da numerosi involti di plastica nera.
“Cosa sono quei pacchi così ben confezionati?”
“Circa un mese fa un amico cacciatore ha portato un cervo da scuoiare e porzionare per il tradizionale barbecue di fine anno accademico a cui parteciperanno tutti gli insegnanti della facoltà” riprese la signora tra un colpo di tosse e l’altro.
“ Le piace la carne di cervo?”
“Io sono vegana” riprese lei con aria disgustata “non sopporto quelli che mangiano i cadaveri di poveri animali innocenti. Quando hanno portato in cortile quella povera bestia sono corsa in camera trattenendo i conati e, nonostante le cuffie, non potei non udire quei colpi e quella orribile sega, fra le loro risate di uomini ubriachi di birra”
“Sono anch’io cacciatore e mi piacerebbe vedere come hanno fatto il lavoro” disse l’agente prendendo su un involto.
“Lasci stare quella schifezza” urlò la donna cercando di strapparglielo di mano e il sacco di plastica nera si lacerò facendo cadere sul pavimento il cranio congelato del Professore.
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