Storia · capitolo 1

Capitolo 1

Quando Elvis è morto di BARBARA DE ROSA

QUANDO ELVIS E’ MORTO

La partenza non era stata delle migliori e forse nemmeno l’idea di andare a Londra era una delle migliori, ma ormai era lì, seduta nella sala d’aspetto dell’aeroporto. A Pescara faceva caldo, un caldo insopportabile e l’aria condizionata presente nell’aeroporto non lo scalfiva minimamente. Per trovare un parcheggio, c’era voluta più di mezz’ora. Il volo, poi, era in ritardo, di quasi due ore. Barbara si sentiva stremata e continuava a chiedersi se fare quel viaggio aveva senso. Forse doveva arrendersi allo scorrere implacabile del tempo, chiudersi in casa e guardare le serie tv americane o le fiction nostrane o quelle turche. Guardare la vita scorrere a distanza di sicurezza per evitare incidenti e problemi. Sorrise: in realtà il braccio l’aveva rotto tornando a casa dal lavoro. Un tragitto noto e familiare, percorso centinaia di volte, avanti e indietro. Ma quella familiarità non l’aveva salvata dal crollare a terra “spiaggiandosi” inesorabilmente. E allora, forse, ne valeva la pena, rischiare. Quel suo desiderio costante di viaggiare l’aveva portata spesso in giro per l’Italia e per l’Europa. Amava addentrarsi in luoghi sconosciuti e perdersi in strade mai viste per poi ritrovarsi sempre allo stesso punto e sempre pronta a ripartire. Inseguendo i suoi pensieri si era ritrovata sull’aereo; accanto a lei, un sedile più in là, sedeva una giovane madre che stringeva a sé un bimbo di neanche un anno. Pensò a quando anche lei lo era: una giovane madre tutta dedita ai suoi di figli, quegli stessi figli così lontani, ognuno a rincorrere i propri sogni in città diverse dalla sua. Ma non era importante, nulla era ormai più rilevante.

Pensò che avrebbe voluto già essere in albergo: ne aveva scelto uno che conosceva bene e che le era costato una notevole cifra; non aveva badato a spese perché quella era la sua vacanza.

Poi, l’aereo decollò e cominciò a salire docilmente in cielo; quello era il momento: il momento magico in cui tutti i pensieri, le preoccupazioni, le realtà svanivano e lasciavano spazio al silenzio, alla magia del volo. L’aereo planava dolcemente nell’aria: il pilota sembrava uno bravo, esperto. Fuori il sole splendeva inondando la cabina brulicante di hostess e steward che distribuivano bevande e snack. Si meravigliava, ogni volta che andava a Londra, di quanto alcool bevessero gli inglesi, a terra e in volo. Avrebbe voluto sapere che ora fosse, prese il cellulare, segnava le 20:52 ma di dove, di quando? Il tempo non aveva più un’identità precisa nell’aria in cui l’aereo si spostava; sarebbe arrivata a Londra verso le 21:00 e non sapeva se avrebbe trovato il bus o avrebbe dovuto prendere un treno o un taxi. Era un po’ preoccupata, ma non tanto, in qualche modo se la sarebbe cavata. Le venne in mente sua madre:” Quando si va in giro basta avere i soldi e tutto si risolve” e lei i soldi li aveva, tutto sarebbe andato bene.

La prima notte in Hotel aveva dormito. Quasi sei ore filate come non succedeva da mesi, complici la stanchezza e l’aria fresca dell’Inghilterra. Un lungo sonno ristoratore, senza sogni o meglio senza incubi, quelli in cui le strade si incrociavano e le case si incastravano le une nelle altre come tutte le vite che aveva vissuto. Alle 7 era scesa a fare colazione. Nella sala c’era un’incredibile preminenza di orientali: cinesi o forse coreani, gli uomini con le ciabatte da mare e l’aria spavalda, le donne con voci garrule, tutti mangiavano con vorace esagerazione le enormi varietà del cibo a buffet. Lei, invece, come sempre quando si trovava in quelle situazioni, si sentiva in imbarazzo; prese alcuni dolci, dei panini ricoperti di semini ed una confezione miniaturizzata di confettura che scoprì essere marmellata di arance, quella che più detestava. Amarognola e granulosa. Intorno a lei ruotavano uomini, forse lì per affari e qualche donna, sola, come lei…poche in realtà, forse un paio. Il mondo cambiava ma mai abbastanza, le donne viaggiavano in compagnia altrimenti sembravano “diverse” anche nella Londra emancipata e multietnica del 2025. Lei, invece, era sola. Allein, così si dice in tedesco, all ein, tutto uno, solo uno. “Ich bin allein”, si ritrovò a pensare, usando quelle poche parole che le erano rimaste dentro, nascoste negli anfratti della sua memoria di un tempo lontanissimo in cui era un’altra lei.

Ritornò nella sua stanza per organizzare la giornata: quello era il giorno di Elvis. Qualche mese prima aveva letto che a Londra era previsto uno spettacolo teatrale dedicato ad Elvis Presley: “Elvis evolution, the immersive experience.” E così, senza pensarci troppo su, aveva comprato il biglietto e aveva aspettato con ansia. Ed ora era arrivato il momento. Quando Elvis era morto lei era una ragazza, giovanissima… agosto 1977. Ricordava perfettamente quella giornata, la tv accesa e lo speaker che, con voce incredula, comunicava la morte del mito. Lei aveva quasi pianto, Elvis allora era un sex symbol, un artista straordinario, una leggenda. E adesso, dopo cinquant’anni poteva rivederlo, con quello spettacolo costruito con l’A.I. che lo avrebbe tirato fuori dalla tomba dove, forse, non era mai stato. Gli esseri straordinari come Elvis non muoiono, restano nell’aria, nel tempo, in ogni luogo; sono quelli che trasformano il mondo, ognuno a suo modo, ognuno in maniera diversa.

Il teatro era in una zona di Londra in cui lei non era mai stata ma, nonostante il suo pessimo inglese, ci era arrivata senza troppe difficoltà e aveva trovato (come capita spessissimo a Londra) anche una ragazza italiana che le aveva indicato il luogo preciso in cui andare. Davanti al teatro c’erano già alcune persone, uomini e donne: età media settant’anni! Si sentì un po’ fuori posto, tutti erano accompagnati, da un amante, da un marito, da una moglie o da un’amica, solo lei era sola, allein. La solitudine non le aveva mai fatto paura ma da un po’ di tempo cominciava a sentirne il peso. Avrebbe voluto avere un compagno con cui costruire una comunione di pensieri, un uomo che le accarezzasse i capelli, la sera, davanti alla tv, mentre guardavano insieme un film e bevevano una tisana. Ma a quel punto della sua vita era difficile trovare qualcuno con cui condividere tempi e spazi, lei era diventata sempre più rigida e incapace di accettare l’altrui pensiero; era diffidente e aveva costruito un muro di acciaio intorno a sé, un muro che la rendeva inaccessibile. Le persone cominciavano ad entrare e così anche lei si avvicinò all’ingresso, mostrò il suo biglietto ed entrò. La sala non era molto grande ma era un’esatta riproduzione di un locale americano degli anni cinquanta. L’ambientazione era quella di Grease, anche le cameriere erano vestite e pettinate come si usava in quegli anni. Un’hostess le aveva allacciato un braccialetto colorato al polso e, trasportata dalla folla, si era ritrovata nelle canzoni e nei tempi di Elvis: aveva di nuovo vent’anni, per quelle due ore il tempo era andato a ritroso.

Quando si ritrovò nuovamente all’esterno il cielo stava cominciando ad imbrunire e aveva iniziato a piovere. Si sentiva leggera e, canticchiando “Suspicious minds”, si diresse verso la fermata della metro che l’avrebbe riportata in albergo. Intorno a lei la folla pian piano si diradava e Londra accendeva le sue luci mentre il Tamigi, sonnacchioso e metallico, scorreva placidamente e la pioggia sottile scendeva bagnandole il volto e confondendosi con qualche lacrima che, lieve, le scorreva insistente da dietro le lenti degli occhiali da vista.

Il mattino successivo aveva preso il bus che l’avrebbe portata a Stansted. Era in anticipo, come al solito. C’erano poche persone e sarebbe arrivata in aeroporto almeno cinque ore prima della partenza del suo volo. Ad un certo punto, però, il bus si era fermato nel bel mezzo del nulla. L’autista aveva un volto asiatico ma parlava inglese, bestemmiava in italiano, salutava in francese e cantava. Un autista pazzo, fermo su una strada immersa nella campagna inglese: non era affatto rassicurante! Nel bus, però, tutti erano tranquilli, assorti nei cellulari come gli alieni dei film del Dottor Who. Lui, l’autista, parlava al telefono ma Barbara non comprendeva il senso di quella conversazione. “Stare in un luogo in cui non si parla la tua lingua è come essere sordi” pensò distrattamente. Dopo un po’ il bus ripartì.

Seduta nella sala dell’aeroporto di Stansted, si sentiva molto stanca; intorno a lei le persone si alternavano come fantasmi, ognuno portatore della sua vita. Centinaia di vite, tutte diverse e tutte uguali, amori, figli, lutti, gioie, viaggi. Tutto sommato il suo di viaggio era andato bene pur con qualche prevedibile imprevisto. Le aveva fatto piacere anche aver conosciuto Silvia, la nuova giovane fidanzata di Martino. Era graziosa e delicata ma dietro le lenti nascondeva un carattere determinato e, forse, a tratti, spigoloso. Così diversa dall’altra, quella che a lei non piaceva. Martino era finalmente di nuovo felice, felice di quel giovane amore che gli aveva lenito le ferite dell’altro, finito sugli scogli delle differenze e delle somiglianze. Amava i suoi figli che erano la colonna sonora e visiva della sua vita. Aveva avuto desiderio di maternità fin da sempre: sognava quei figli amati che avrebbero avuto in lei la madre amorevole, quella che lei non aveva mai avuto. Essere madre dei suoi figli per colmare quell’assenza di una madre che aveva reso vuota la sua infanzia. Sua madre era stata una donna confusa, forse affetta da bipolarismo, incapace di proteggerla, ma contro di lei il rancore si era spento tanto tempo prima liberandola dall’odio che distrugge l’anima. Aveva sposato Salvatore per avere dei figli, con lui o contro di lui che figli non ne voleva. Anna era nata quasi subito e poco dopo era arrivato Paolo. Erano due bambini attenti e caparbi e la sua mano era sempre lì quando loro la tendevano nel vuoto. Poi era arrivato Martino: era spuntato in una notte piena di pioggia con gli enormi finestroni dell’Ospedale di Treviglio che si illuminavano di lampi quasi con la stessa frequenza con cui le contrazioni del parto le squarciavano l’anima. Era bello come il sole che spuntò il mattino seguente, con lunghe ciglia e lo stesso sguardo profondo di quel padre che non avrebbe mai conosciuto. “Il mio leprotto bisestile” pensò Barbara, e lui l’avrebbe amata profondamente, altrettanto profondamente di quanto l’avrebbe odiata nell’adolescenza; le piccole mani sempre incollate alla sua si erano staccate velocemente portandolo in luoghi lontani e a lei sconosciuti; un pezzo del suo cuore si era consumato per lui, sempre lontano, sempre in viaggio alla ricerca di vita, di emozioni. Barbara sapeva bene cosa provava il cuore di quel figlio e sapeva che, nonostante i successi che costellavano la sua vita, sarebbe stato il più infelice dei suoi figli, infelice come sono tutti coloro che non si accontentano, che scavano nel profondo, che cercano di capire il senso della vita fino nelle viscere, quelli che non trovano mai pace, quelli che si distruggono nella conoscenza, come stelle che si illuminano fino ad esplodere.

Le persone intorno a lei continuavano a muoversi, passavano velocemente trasportando bagagli, bambini urlanti, valigie colorate. Accanto a lei si era accomodata una sgradevole “signora” datata e grassa, con le unghie smaltate di rosso acceso che occupava ben più del suo spazio. Beveva un caffè, di quelli che strabordano dagli alti bicchieri di carta oleata, incurante del fatto che avrebbe potuto versargliene addosso una parte, era chiaro che si sentiva padrona del suo spazio e anche di quello altrui. Barbara pensò che avrebbe dovuto spostarsi, c’era un posto migliore proprio di fronte a lei, ma, vuoi la stanchezza, vuoi la pigrizia, non si era mossa e il posto era stato preso da un’altra donna, magra, tipicamente anglosassone che stava mangiando un triste panino puzzolente di formaggio. Più in là una coppia di spagnoli; parlavano ad alta voce e poi…

“Diverse lingue, orribili favelle, parole di dolore, accenti d’ira, voci alte e fioche, e suon di man con elle facevano un tumulto, il qual s’aggira sempre in quell’aura sanza tempo tinta, come la rena quando turbo spira. “

Divina Commedia – Inferno Canto III – vv. 25-30

Tutto quel caos le riportò alla mente Dante, gli ignavi nell’Inferno, sorrise: se Dante fosse arrivato in quel momento avrebbe pensato di essere nel “girone degli sfollati”. Ogni tanto dava un’occhiata distratta al tabellone delle partenze dove apparivano le notizie sui voli: orario, ritardo, numero del gate. Finalmente vide comparire, vicino al suo volo, il numero del gate, si alzò e vi si diresse mentre, intorno a lei, le voci in italiano aumentavano sempre di più, mescolate con le parlate locali dell’Abruzzo: era bello riuscire finalmente a capire quello che le persone dicevano. Si sentì quasi a casa anche se chiamare casa quella in cui viveva era alquanto insolito. Una città sconosciuta in cui era capitata quasi per caso, un appartamento ammobiliato preso in affitto in un condominio dove, dopo tanti anni, non conosceva nessuno. Però era l’unica casa che aveva, l’unico punto fermo della sua vita errabonda. Una lunga vita di sconfitte, di strade sbagliate, di sogni infranti, di brutte notizie. Non che le belle notizie non ci fossero mai state ma sembravano scomparire di fronte a quelle brutte che, almeno nella memoria, erano state molte di più. Alcune devastanti come il telegramma che le comunicava la morte di suo fratello, altre deludenti come i concorsi che non aveva superato, i trasferimenti che non aveva ottenuto, gli infiniti traslochi che aveva dovuto organizzare lasciandosi alle spalle tutti i mobili, i muri, i fiori del giardino e le mille suppellettili ammassate in un’intera vita.

Di nuovo l’aereo stava decollando, questa volta per riportarla indietro alla sua quotidianità di sempre, ma quei giorni, quelle strade percorse, quei volti incontrati le avevano lasciato dei segni nella mente, le avevano placato l’ansia del cuore e regalato nuovi ricordi, fino al prossimo viaggio, quello che non aveva ancora organizzato ma che, di sicuro, presto, avrebbe fatto.

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