Capitolo 1
Giostra di confine
E adesso? Dove andranno?
Quando si presentavano da lui così giovani, il vecchio Giostraio aveva sempre lo stesso pensiero, e i due appena arrivati, poi, erano proprio insondabili.
Quel pomeriggio non c’era confusione davanti al suo gabbiotto, così li scrutò per bene mentre li accompagnava lungo il viottolo. In un attimo furono di fronte alla Giostra. Alla luce di un crepuscolo in cui le ombre dei corpi non si allungavano più, i seggiolini appesi alle catene cigolanti aspettavano solo di essere occupati.
Il ragazzo, un po’ agitato, gli chiese se il giro fosse pericoloso. No, nessun rischio, è tutto collaudato da tempo. A quella risposta, sul suo volto fiorì un sorriso che lo fece sembrare ancora più giovane. Chissà qual era la sua storia. Il Giostraio non riuscì a immaginarla.
La ragazza, invece, doveva essere una tipa tosta. Nessuna esitazione nei suoi passi, che risuonarono marziali sul selciato, né alcuna domanda. Quando fece per aiutarla a sedersi, lei lo squadrò sdegnosa e si accomodò sul sedile come una regina in trono. Non erano molti i Passanti che si preparavano così ad affrontare il Confine. Chapeau, carina.
Era sempre complicato immaginare la direzione che le sedute avrebbero preso una volta messa in moto la Giostra. Quale sarebbe stata la loro destinazione? Voragine incommensurabile, o Azzurro eterno? Al Giostraio sarebbe bastato osservarle, ma non lo faceva mai. Preferiva rimanere con la sua impressione e limitarsi a immaginarla.
La macchina prese velocità e i seggiolini si staccarono dalle loro catene come accadeva fin dalla prima luce del mondo.
Il Giostraio sarebbe rimasto sorpreso nello scoprire che quello del ragazzo era sprofondato nell’abisso, inghiottito da un’oscurità impenetrabile che non aveva fine. Non avrebbe mai immaginato che quel giovane così perbene avesse avvelenato un rivale in amore senza alcun rimorso di coscienza. Eppure, così andava il mondo e la Giostra, implacabile, faceva il suo dovere.
La ragazza, invece, si librò sempre più in alto, su, verso l’infinito. Il Giostraio non poteva intuirlo, ma anche lei aveva ucciso: un militare dei corpi speciali lo fa per lavoro. Eppure, la Giostra sapeva che, potendo, lei aveva sempre preferito evitare anche solo di caricare le sue armi. Così andava il mondo, così andava l’oltremondo, e la Giostra, imperscrutabile, faceva il suo dovere.
Terminato il suo compito, rientrò nel gabbiotto. Sulla porta, a lettere così definite che nessuno avrebbe pensato risalissero a prima del tempo, un’insegna recitava un anonimo Confine 706. Ormai ci aveva fatto l’abitudine, eppure ogni volta che la guardava il Giostraio pensava che un luogo come quello avrebbe meritato un nome più altisonante.
- Sai cosa devi fare. È meglio che ti ci metta subito, prima che arrivino altri Passanti.
Zeno si era accomodato sul davanzale della minuscola finestrella che dava luce allo stanzino. Il Giostraio pensò che quel gatto riusciva ad essere elegante anche nelle posizioni più scomode, ma certo non glielo disse. Saputello com’era, non aveva bisogno di altri motivi per darsi arie. Ogni tanto si chiedeva perché, con tutti i Confini che c’erano in giro per il mondo, quella bestiaccia fosse toccata proprio a lui.
- Beh, che c’è? Cosa aspetti?
- Sto pensando in quale cassetto ho messo il taccuino.
Zeno gli rivolse un’occhiata compassionevole e prese a leccarsi una zampa.
Borbottando, il Giostraio rovesciò sul tavolo il contenuto di quattro cassetti stracolmi. Aprendosi, decine di quadernetti identici rivelarono elenchi infiniti: 12 agosto, ore 23:37 - Passante 08-0253478; 12 agosto, ore 23:58 - Passante 08-0253479; 13 agosto, ore 00:12 - Passante 08-0253480…
- Oh, eccolo!
Congratulandosi con sé stesso per aver pensato a segnarne la copertina con una stellina adesiva, il Giostraio pescò il libricino dell’anno in corso e con la sua grafia ordinata indicò: 29 ottobre, ore 18:41 – Passante 10-03071860; 29 ottobre, ore 18:42 – Passante 10-03071861.
Controllò di non aver fatto errori e, tutto d’un tratto, l’enormità di quel numero lo sopraffece.
La cifra avrebbe continuato ad aumentare inesorabile. Da lì a pochi minuti avrebbe dovuto registrare un altro Passante e poi un altro e un altro ancora, senza soste né interruzioni, senza alcun cambiamento di sorta.
Il Confine 706 era la sua casa, la custodia della Giostra il suo lavoro. Lo aveva scelto, voluto, desiderato. Era stato una zattera inaspettata a cui si era aggrappato con tutte le sue forze.
Eppure, in quel momento gli piombò addosso una stanchezza infinita, così pesante da costringerlo ad accasciarsi sull’unica sedia nello stanzino.
- Da quanti anni sono qui, Zeno?
Il gatto lo fissò. Non aveva mai visto il Giostraio in quello stato. Rispose cauto.
- Di preciso non me lo ricordo, ma i taccuini che hai compilato ogni anno sono parecchi oramai.
- Già. Forse anche troppi. A te piace ancora stare qui? Non hai mai voglia di andare avanti? Di oltrepassare anche tu il Confine?
Gli occhi del felino si ridussero a fessure. Un milione di anni prima, chi glielo aveva proposto era stato perentorio: accettare l’incarico di Assistente giostraio avrebbe significato non poterlo più abbandonare. Perché? aveva chiesto Zeno. Erano le Regole. La risposta non ammetteva repliche e il gatto se l’era fatta bastare. Comunque, l’impossibilità di rescindere quel contratto così vincolante non gli era sembrata un gran problema e anche ora, a distanza di un tempo infinito, non voleva rispondere alla domanda del Giostraio.
- Non me lo chiedo, perché non posso farlo. Il mio compito di Assistente è vincolante: quando l’ho accettato, sapevo che non avrei mai più potuto cambiare idea. Però ho conosciuto centinaia di Giostrai. Alcuni di loro sono rimasti in questo gabbiotto per qualche mese, altri per secoli, ma tutti, prima o poi, hanno scelto di andarsene.
- Quando?
- Te l’ho detto! Qualcuno dopo poche settimane…
- No, non intendevo questo. Quando hanno scelto di diventare Passanti? Che cosa ha fatto sì che si decidessero a oltrepassare il Confine?
Zeno tacque a lungo, poi rovesciò la domanda.
- Che cosa ha fatto sì che tu abbia accettato il tuo ruolo? E perché adesso pensi invece che vorresti passare il Confine?
Fu il turno del Giostraio tacere per un po’. Poi si decise.
- Non ero pronto ad andarmene davvero. Non era giusto. Settantatré anni, mi dicevo, sono troppo pochi per lasciare tutto. Così, quando mi sono trovato davanti il mio predecessore, gli ho chiesto disperato che cosa avrei potuto fare per rimanere. E lui, con mia enorme sorpresa, mi ha proposto di prendere il suo posto. Sarei diventato il Giostraio del Confine 706. Mi ha spiegato che la mia sarebbe stata una non-vita, un’esistenza a metà, bloccata qui, senza che potessi più tornare indietro. Ma a me stava bene. Tutto, pur di non andare avan…
- Non è vero.
Il tono di Zeno risuonò secco come un ramo spezzato.
- Ho sentito questa scusa mille volte. Non è questo il motivo per cui tu e i tuoi predecessori avete scelto di restare qui.
- Ah, no?
Il Giostraio cercò di infondere alle ultime due sillabe tutto il sarcasmo di cui era capace, ma quella affermazione l’aveva spiazzato.
- E quale sarebbe, allora, sapientone?
- Voi avevate paura. Paura della destinazione del vostro seggiolino. Paura di scoprire a quale destino la Giostra vi avrebbe condannati nell’oltremondo. Ma ammetterlo sarebbe stato troppo difficile, così avete preferito il limbo del Confine 706 e siete rimasti qui. Qualcuno ha impiegato poche settimane ad accettarlo, qualcun altro secoli. Evidentemente, è arrivato il tuo turno. Paura sbloccata e conseguente voglia impellente di partire. Tutto prevedibile, tutto già visto.
Il Giostraio fissò sgomento il gatto e rifletté su quanto gli aveva detto. Scelse di non ammettere che aveva ragione, Zeno lo sapeva già. Non ne poteva più di quella condizione di stallo. A lungo andare, si era rivelata una prigione peggiore di quella in cui forse la Giostra lo avrebbe spedito. Voleva andarsene da lì senza se e senza ma. Il prima possibile.
- Cosa devo fare adesso?
- Non lo immagini? Aspettare che un altro disperato come te ti chieda cosa può fare per restare e proporgli di prendere il tuo posto. Poi potrai salire sulla Giostra e lasciare che faccia il suo lavoro.
Il Giostraio guardò fuori dalla finestrella. Una figura senza ombra procedeva verso il gabbiotto, lo sguardo terrorizzato dalla paura che ben conosceva. Avrebbe preso il suo posto? Forse sì, o forse no, ma ora il Giostraio sapeva che c’era un modo, che anche lui sarebbe riuscito ad andare avanti. Prima o poi, avrebbe finalmente varcato il Confine 706.
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