Storia · capitolo 1

LE COLLINE SEMPRE NEGLI OCCHI

Le colline sempre negli occhi di Giovanni Casalegno

Le colline all’orizzonte hanno la forma di onde immobili che sollevano il paesaggio e mostrano campanili e castelli dominare le creste, che scivolano dolcemente nelle varietà tutte uguali e tutte diverse dei verdi di vigneti, di campi e di prati, di boschi e di chiazze isolate, a rendere il paesaggio sempre nuovo e sempre vario.

Oggi sono tornato e so che questa volta resterò sulla collina per sempre. Mi stanno riportando dopo tanti anni nella mia terra, tra i miei colori, che il sole, le notti, il gelo e le piogge hanno plasmato cambiandole ogni giorno, per renderle sempre uguali.

Lo sapevo che sarei tornato qui per sempre. L’ho lasciato scritto e l’ho detto alle persone della mia vita. Non potevo che tornare qua, da dove sono partito. Sono andato via quando avevo vent’anni e volevo altri spazi e altre dimensioni. Qui mi aspettava un futuro da misuratore della terra e piccolo progettatore di muri di rinforzo, di variazioni catastali, di successioni e altre perizie. Mi aspettava un futuro già segnato: io così almeno credevo e lasciai tutto, tra molti pianti altrui, guidato da un desiderio irruento di conoscere l’altrove. Lasciai le onde delle colline e cercai i miei spazi nel mondo. Sapevo fare poche cose, allora, ma sapevo farle molto bene. Sapevo cucinare, anche se mi avevano costretto a seguire altri percorsi. Io cucinavo per necessità, in una casa che sembrava ancora essere piantata nel medioevo, perché lì nessuno aveva il tempo per farlo. Io studiavo poco e cucinavo tanto, per tutti. E in ogni istante di tempo studiavo per conto mio l’inglese, il francese e un pochino di tedesco. Il mio professore dell’Istituto tecnico mi diceva che ero predisposto e mi prestò le cassette dei corsi. Allora il mondo era diverso, più semplice e, credo, più profondo. Non avevo altre distrazioni, c’erano, ma io le evitavo, soprattutto non me le potevo permettere. Studiavo poco, soltanto per stare promosso, e mi dedicavo allo studio delle lingue e cucinavo di tutto, usando i prodotti di questa terra generosa e varia.

Così a vent’anni ho lasciato ogni cosa e sono andato a New York, a lavorare nel ristorante di un cugino, figlio del fratello di mio nonno, che io non avevo mai conosciuto. Quella famiglia di emigrati era diventata quasi leggendaria a casa mia e veniva spesso citata come esempio di chi aveva trovato una soluzione vincente a un’esistenza che dalle mie parti, cinquant’anni fa, restava complicata. Fu una meraviglia trovarmi tra le mille luci di New York, rispetto alla scarsa illuminazione che ravvivava fiocamente le strade principali del mio paese. Non fu facile, ma io ero determinato e le ore passate a sentire e risentire le cassette del professore e a riempire quaderni e quaderni di frasi e traduzioni furono assolutamente utili per ambientarmi subito con la lingua. Il mio inglese era un po’ diverso da quello reale che parlavano i miei parenti e i clienti del ristorante, però mi abituai in fretta. Era in me talmente forte la voglia di ambientarmi che imparai subito a fare di tutto nel locale, senza mai tirarmi indietro. I primi mesi furono i più duri, perché mi misero a pulire la verdura, a pulire per terra, a togliere l’unto dal fondo delle pentole, a lavare milioni di piatti e posate e ogni genere di stoviglie. Lavoravo e sorridevo di continuo, senza mai lamentarmi. Avevo un giorno libero alla settimana e lo trascorrevo in parte a girare per la città immensa e in parte a Central Park, perché mi mancava il verde del mio paese. Ecco: gli alberi e le foglie che cambiavano colore e poi cadevano e quindi rinascevano e facevano giochi infiniti di ombre erano le mie assenze e le ore passate nel parco immenso mi allietavano soltanto in parte le fitte di nostalgia. Ma erano momenti di sconforto soltanto occasionali, per tutto il resto della settimana mi buttavo a capofitto nei milioni di colori diversi che quell’universo mi offriva. Non ci misi molto a farmi notare da mio cugino e a passare dal lavaggio alla produzione dei piatti. Portai un sacco di novità nelle proposte del ristorante e quasi tutte vennero molto apprezzate dalla clientela che lo frequentava. Dopo quattro anni, mi lanciai e aprii un mio ristorante italiano che chiamai proprio “Le colline d’Italia”, dove proposi una gran varietà di piatti collinari, sia del mio amato Monferrato, sia di altri territori regionali. Le colline mi erano entrate nel sangue fin dalla nascita e gli anni newyorchesi non riuscirono a farmele dimenticare. A scuola non ero stato un gran lettore, tanto meno un appassionato di letteratura. Fu grazie alla mia compagna americana, Jazzy, il cui nome mi evocava sia la mia musica preferita, sia il cespuglio di fiori bianchi che cresceva nell’orto adiacente casa mia, da dove ero partito e dove ora sono tornato. Ho lasciato scritto ai miei figli che, quando mi verranno a trovare, gradirei mi portassero quel fiore e io sono sicurò che ne sentirò il profumo delicato e le sfumature muschiate. Fu dicevo, grazie alla mia compagna, con cui condivisi più di metà della vita, l’arrivo della passione per la lettura. Quando mi parlò di un libro di poesie ambientato in un cimitero, posto in cima a una collina, non seppi resistere, me lo procurai e lo lessi tutto. Ogni volta che vedevo la quercia in copertina non potevo non pensare al gigantesco rovere che andavo a trovare quando ero un ragazzo e fu là sotto che i miei sogni presero una forma sempre più solida. Il mio ristorante diventava intanto sempre più frequentato e mi permise di aprirne un secondo e poi un terzo. Lavoravo tantissimo, senza rimpianti per la mia terra lasciata. Ma quando sentii parlare di una cittadina a nord di Manhattan che chiamavano la “Città delle Sette Colline” ci andai subito e trascorsi un’intera giornata a guardare il fiume Hudson dall’alto.

E così, tra quel libro che consumai a forza di leggerlo e le gite a Yonkers, il pensiero delle colline restò sempre vivo dentro di me. Ma alle mie colline sono ritornato una volta sola, adesso, e anche se sono qui senza luce io immagino di vederle, esattamente come le ricordavo, sotto le loro mille luci. Quando uscivo di casa alle sette del mattino per andare a prendere il pullman, vedevo il sole che cominciava ad accarezzarle di luce da dietro e metteva in risalto le loro forme tondeggianti, che talvolta diventavano due seni, come mi fece notare Jazzy, che si era appassionata alla narrativa italiana. Nelle notti insonni da ragazzo, tante volte mi affacciavo dalla finestra della mia camera e fumavo e guardavo la notte e vedevo la luna che sorvegliava il sonno delle colline, che si lasciavano guardare i loro contorni e tutta la vita che pulsava dentro di loro riposava, come io non riuscivo a fare. La vita è sempre troppo corta e per quanto uno riesca a fare si lascia sempre dietro delle situazioni irrisolte. Il mio rimpianto più grande è quello di non essere mai riuscito a tornare prima qui, da dove sono partito, ogni volta trovando una scusa diversa. E ora che vengo portato da quattro spalle, saluto questo paesaggio che è rimasto ad aspettarmi, con la sua calma eterna e che mi farà compagnia per tutto il futuro a venire.

Per sempre.

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