Capitolo 1
L'orologio al polso segnava le 23.50. Dieci minuti a mezzanotte, l'ora indicata negli ordini. Corso San Giorgio davanti a me sembrava una pista di atterraggio tra illuminazione pubblica e luci delle vetrine.
La torre del Duomo, sullo sfondo, tagliava il cielo. Superai due ragazzi barcollanti che uscivano dal bar San Matteo: gli ultimi superstiti della serata.
Damiano era fermo davanti alla vetrina della Mondadori, voltato di spalle. Era concentrato sui volumi esposti, ma in realtà mi seguiva attraverso il vetro.
«Ti ostini a vestirti da guardia notturna!» mi disse, girandosi.
«È il protocollo.»
«Vorrai dire il tuo protocollo! Non ci hanno mai dato istruzioni su cosa indossare.»
Si alzò il colletto del giubbotto di jeans e con due falcate mi affiancò. Ero più alto di dieci centimetri ma la sua vicinanza mi dava sempre un senso di protezione.
«È tutto tranquillo nelle vie laterali», continuò. Poi guardò in alto.
«Ed è pure una bella serata. Hai visto che luna, Wang?» La sua mano sfiorò la mia.
«Stasera dobbiamo preoccuparci anche della luna piena.» La missione assegnata dal Consiglio Supremo non poteva capitare in una serata più sbagliata.
«Meglio il Duomo che Sant'Anna. Mi è rimasta la cicatrice sul sopracciglio.»
In pochi minuti giungemmo a Piazza Martiri dominata dalla facciata posteriore del Duomo. Avevamo due accessi: lato ovest o lato est. Porta Misericordia era troppo esposta, la scartai appena ebbi la visuale completa dello spazio. Feci cenno a Damiano di tagliare per via San Berardo, l'unico cono d'ombra che avvolgeva il retro della cattedrale. Lì l'accesso era in alto.
L'occhio elettronico della telecamera su Piazza Orsini ruotava lentamente sul suo perno. Stavo calcolando il tempo morto della rotazione mentre osservavo il fianco orientale dell'edificio, dove la muratura rompeva la simmetria perimetrale, ma Damiano mi anticipò.
«Faccio io», sussurrò. Uno schiocco secco risuonò nell'aria quando la sua pelle si indurì e si trasformò in quarzite. Placche simili ad un'armatura ricoprirono il suo corpo mentre le unghie delle mani si allungarono in artigli affilati.
Con un balzo si aggrappò ad una sporgenza della parete irregolare, si arrampicò come uno scalatore utilizzando gli appigli tra le pietre. Silenzioso e fuso con la superficie del muro, scomparì oltre la linea del cornicione al di sopra del raggio di azione della telecamera. Tesi l'orecchio e controllai ancora i dintorni. Potevo sfruttare la stessa sporgenza per seguire la sua scalata quando il portone laterale di legno si aprì e lui ricomparve davanti a me. Mentre tornava in forma umana fece un inchino come un maggiordomo e mi invitò a passare.
Eravamo nel nucleo romanico del Duomo, un deserto di pietra e ombre lunghe.
«La fessura dietro al contrafforte esterno era troppo piccola per te anche in forma umana», confessò sottovoce. A sinistra nel profondo dell'abside, l'altare maggiore era immerso nella penombra. La luce entrava dall'alto come pioggia e, rimbalzando sul marmo, si rifletteva sull'argento dorato del rivestimento frontale.
«Le istruzioni dicono che è là.»
«Dobbiamo eseguire un codice su quel pannello metallico.»
Percorremmo i quindici metri di distanza avvolti da un sacro silenzio. Per un attimo mi sembrò che il bagliore fosse spezzato da un'ombra, guardai in alto ma i raggi lunari continuavano a filtrare.
Sul palmare ci era stata inviata la sequenza esatta.
Osservai le trentacinque formelle e le ventidue tessere romboidali in smalto davanti ai miei occhi.
Sull'obiettivo individuai la sequenza corretta da premere in rapida successione: Annunciazione, Isaia, Crocifissione, Geremia, Resurrezione, Ezechiele.
Abbassai di nuovo lo sguardo sullo schermo che lampeggiò un istante, ma la spia verde di conferma dell'invio dei dati era accesa.
Un rumore metallico confermò lo sblocco. Aggirammo l'altare maggiore: una botola si era aperta sotto al pavimento. Allungai la mano nel buio, ma Damiano mi bloccò il polso. Alzai un sopracciglio. Lui si sfilò dalla tasca posteriore dei jeans una torcia portatile, il suo equipaggiamento. Fece luce nell'anfratto.
«È sigillato da dieci anni. Se ti trovi un ragno sulla mano vai fuori di testa.»
Entrambi rivolgemmo lo sguardo nel punto illuminato. La reliquia era avvolta da una stoffa di lino grezzo. La afferrai, al tatto non sembrava proprio un osso. La superficie era più liscia. La tenni tra i palmi aperti, sia per rispetto sia per osservarla meglio. Guardai Damiano che aveva già colto la mia incertezza.
«Non mi sembra il braccio di San Berardo», confessai.
«Sei sicuro?»
«Le dimensioni non corrispondono.» Tra le mani avevo un oggetto grande quanto un tablet.
Damiano non rispose. Per la prima volta da quando lo conoscevo era rimasto senza parole. Lessi nei suoi occhi solo il desiderio di liberare l'oggetto del suo involucro.
Il mio compagno allungò le mani sulla reliquia ma si bloccò di colpo: uno scricchiolio secco simile al ghiaccio che si incrina ci mise in allerta. Dal soffitto dell'edificio, proprio davanti a noi, calarono delle corde. All'unisono alzammo lo sguardo. Quattro uomini in nero avevano violato le finestre e stavano scivolando verso di noi. Feci sparire la reliquia nella borsa a tracolla e ci fiondammo dietro le colonne della navata.
Il primo uomo che mise piede a terra imbracciò il fucile e tuonò:
«Consegnate la reliquia.» Uno dopo l'altro, i membri della squadra presero posizione attorno al nostro nascondiglio. Io e Damiano ci scambiammo uno sguardo. Gli feci cenno di aggirarli e prenderli alle spalle. Lui capì al volo. Si trasformò usando le ali come mantello per mimetizzarsi, appiattendosi sul pavimento di marmo. Sfruttò le zone d'ombra per muoversi lungo le pareti laterali.
«Non siamo ladri», gridai. Dovevo dare il tempo a Damiano di posizionarsi.
«Consegnatela», ordinò nuovamente la stessa voce. Osservavo il movimento del mio compagno nel buio. Quando lo vidi voltare dietro l'altare, uscii allo scoperto con le braccia alzate.
«Non la stiamo rubando», ripetei.
Adesso avevo la visuale completa sul gruppetto. Impugnavano fucili d'assalto e indossavano tute tattiche con caschi antisommossa. Il capo aveva il braccio alzato per dare l'ordine, intravidi un simbolo in rilievo sull'avambraccio ma non riconobbi cosa fosse.
«Dov'è l'altro?»
La domanda dell'uomo rimase sospesa nel silenzio della navata. Damiano attaccò alle spalle come un ariete. Due uomini furono scagliati in avanti. Un altro si girò di scatto verso l'avversario ma fu disarmato prima ancora di riuscire a fare fuoco. Solo il capo era rimasto a fissarmi e, senza la minima esitazione, sparò. Mi accorsi all'ultimo che i proiettili erano più veloci del normale. Feci in tempo ad indurire il corpo per un primo strato e a schivare due colpi.
Uno diretto alla spalla sinistra, invece, mi centrò ma non rimbalzò sulla mia pelle di giada. Scavò nella pietra. La struttura rimase integra ma mi ritrovai con un foro cilindrico che passava da parte a parte. Il dolore era come quando la carne umana viene trapassata da una lama. Il pensiero andò immediatamente a Damiano, il più esposto.
«Proiettili perforanti!» gridai.
«Sanno cosa siamo.»
Mi trasformai completamente. Spiegai le ali ed emisi un ruggito per il dolore alla spalla. L'urlo risuonò spaventoso nella navata. L'uomo indietreggiò e si nascose tra i banchi dei fedeli puntando verso Damiano. Aprì il fuoco. Sentii il mio compagno imprecare. La quarzite che componeva il suo corpo era più vulnerabile ai colpi perforanti. Con uno scatto lo raggiunsi e mi frapposi tra lui e gli spari avvolgendolo con le ali. Indurii ulteriormente la corazza e riuscii ad assorbire gran parte dell'energia cinetica dei colpi. Questa volta i proiettili non perforarono la giada limitandosi a lasciare solo graffi. Ci riparammo dietro l'altare.
«Sei ferito?» gli chiesi.
«Mi ha preso di striscio al braccio. Fa un male cane.»
Le corde usate dai nostri nemici per entrare penzolavano ancora sopra le nostre teste.
«Usciamo da lì?»
«No, avranno sicuramente aggeggi per bloccarci in volo», replicai.
«Allora che facciamo?»
«La cripta. Loro non possono accedervi. Noi sì».
L'oblò di vetro, da cui si vedeva l'antica scalinata, era a pochi passi da noi. L'accesso era murato da tempo per gli umani, ma per noi esisteva un passaggio. Alle spalle dell'altare il coro formava un semicerchio di legno massiccio immerso nell'oscurità. Velocemente raggiungemmo quella zona. Dietro la struttura si nascondeva una colonna con una cavità appena visibile: l'incastro per una mano in forma di gargoyle. Inserii la mia e, dopo un istante di resistenza, il meccanismo segreto della cripta si mise in moto.
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