La catastrofica festa di fine anno
Era una sera di fine luglio. Di quelle in cui il caldo si incolla alla pelle e anche i pensieri arrancano lenti. Il cielo era immobile, giallo di umidità, sospeso come una promessa non mantenuta. Clelia fissava la borsa mezza pronta sul divano con una lieve inquietudine. Per quanto gradisse il contatto con gli altri esseri umani, non amava le situazioni ufficiali e le feste aziendali. Ma a questa non poteva mancare.
Agnese, la direttrice della scuola nella quale Clelia insegnava, aveva organizzato la festa di fine anno nella sua splendida casa in collina con terrazza panoramica. Ci sarebbero state tutte le colleghe e lo staff dell’ufficio.
Malefica era già pronta per la serata. In certe occasioni non serviva invitarla: arrivava da sola, puntuale come un pensiero molesto. Aveva il corpo secco e ricurvo, come un bastone dimenticato in un angolo, e l’aria perennemente contrariata di chi ha sempre qualcosa da obiettare. Sedeva appoggiata allo schienale della sedia, tamburellando con dita invisibili. «Ti perderai. Farai tardi. E comunque, non sai nemmeno parcheggiare in salita.»
Clelia si allacciò i sandali con la pazienza di chi sa che discutere è inutile. Avevano già stabilito che Malefica non avrebbe occupato il sedile anteriore, né messo becco sul percorso, e soprattutto che avrebbe mantenuto la bocca ben chiusa. Eppure, eccola lì, accanto a lei, sgranocchiando insicurezze come fossero noccioline.
Alla fine, dopo curve incerte, cartelli sfocati e una rotonda presa al contrario, arrivarono a destinazione. Agnese la accolse con il suo sorriso smagliante. Era elegante, morbidamente abbronzata, sicura di sé e piena di entusiasmo. Con ogni ospite sfoggiava la solita generosità teatrale: sorrisi a profusione, baci sulle guance, abbracci leggeri ma studiati. Anche Clelia fu avvolta da quel rituale scintillante, completo di gridolini di gioia e complimenti, ma venne presto lasciata a sé stessa, in cerca di una postazione dove non si sentisse troppo osservata e potesse facilmente confondersi con la tappezzeria. Malefica si avvicinò con passo deciso e non perse l’occasione per sibilarle all’orecchio: «Te l’avevo detto. Dove pensavi di andare?»
Dopo i convenevoli, Agnese guidò personalmente il tour della casa, con l’aria solenne di chi apre le porte di una reggia. Un salone luminoso, il parquet tirato a lucido, mobili eleganti con cuscini intonati e profumatori d’ambiente distribuiti strategicamente ogni due metri. Il clou, naturalmente, era il terrazzo panoramico: ampio, scenografico, punteggiato da lanterne e vasi monocromatici. Da lassù la vista sulla città era incantevole e il lago, là in fondo, oltre ai comignoli e alle tegole rosse, avvolto dall’abbraccio delle montagne, brillava come uno specchio. In un angolo, la regina della serata: un’ampia vasca idromassaggio incassata nel legno, da cui partivano zampilli programmabili e fontanelle con lucine colorate. «Una meraviglia, vero?» disse Agnese, mentre la vasca iniziava a gorgogliare come un geyser da salotto. Clelia annuì con un sorriso sospeso tra l’ammirazione e lo smarrimento, mentre Malefica le soffiava sul collo: «E tu, con la tua casa colorata e col tetto a forma di coperchio…»
Agnese si accomodò su uno dei divanetti, accavallò le gambe con grazia calibrata e si sistemò gli occhiali con un gesto lento, quasi studiato. Sul terrazzo, un rinfresco impeccabile. Lanterne sospese, cuscini orientali, tartine con ingredienti mai visti: una festa di colori, profumi e decorazioni scelte con cura scenografica.
Tutti chiacchieravano. Ridevano. Parlavano di viaggi, di vacanze imminenti, con quel tono spensierato che si sfoggia quando ci si sente perfettamente a proprio agio.
Lei, invece, si sentiva rigida, quasi pietrificata. Era seduta sulla punta di uno sgabello, le mani fredde come il ghiaccio e un sorriso tirato, incollato al volto come una maschera di gesso. Tutto le appariva ovattato, irreale. Aveva la strana sensazione di guardarsi dall’esterno, come in un sogno: presente ma scollegata, visibile ma invisibile, come se il suo corpo fosse lì, ma lei no. E quel vortice di vita, attorno a lei, girava come una giostra impazzita, senza alcun posto per lei.
Malefica le soffiava pensieri corrosivi nell’orecchio: «Guarda come si muovono con disinvoltura… E tu lì come un pesce fuor d’acqua. È palese che non c’entri niente. Cosa credevi di trovare, venendo qui?»
«Basta!» sbottò Clelia, e d’impulso le sferrò un poderoso calcio negli stinchi. Malefica sussultò, guaì dal dolore e finalmente tacque.
Solo allora Clelia si rese conto di aver perso il controllo. Un attimo prima era lì, a contenere le emozioni, quello dopo si sentiva traboccare. Si guardò intorno, trattenendo il respiro.
Fortunatamente, nessuno sembrava essersi accorto di nulla: era appena stato annunciato il momento del bagno nell’idromassaggio, e tutti si stavano alzando con entusiasmo e asciugamani a portata di mano.
Clelia respirò. Per la prima volta in quella sera, respirò davvero, e senza quasi accorgersene, si divertì. Dalla terrazza, si vedevano le luci della città e, sullo sfondo, le ombre alte del cielo. In lontananza, un lampo silenzioso. Un temporale, forse. Dalle parti di casa, pensò con sollievo.
La festa volgeva al termine. Clelia tornò alla macchina, stanca, con i capelli spettinati e una fetta di torta avvolta in un tovagliolo. Aprì la portiera e, mentre si accingeva a partire, notò un insetto marrone, tozzo e incredibilmente testardo, che sbatteva sonore zuccate contro il parabrezza. Tentò di acchiapparlo con un fazzoletto di carta, ma l’insetto si rifugiò nella bocchetta del condizionatore e sparì. Pazienza, avrebbe fatto il viaggio di ritorno con un altro ospite indesiderato.
La strada verso casa fu silenziosa. Malefica era immobile sul sedile posteriore, l’aria era tesa, il silenzio pesante e denso di cose non dette. Clelia provò per lei un moto di tenerezza: in fondo, Malefica aveva sempre cercato di proteggerla, a modo suo.
Quando Clelia entrò in casa, fu accolta dalla quiete piena e calda di chi dorme. Le stanze, immerse nel buio tiepido, sapevano di vissuto, di famiglia, di amore non detto. Si spogliò piano. Si infilò sotto le coperte. Malefica tentò un’ultima protesta, ma Clelia la fermò con dolcezza. «È tardi. Adesso riposati anche tu...»
Poi si voltò, e nella penombra del corridoio sentì i suoi passi che si perdevano nel buio.
E l’immagine di Malefica si dissolse, lasciando spazio a quella di una bambina bionda che camminava a tentoni nel buio. Indossava una camicina da notte rosa, con le maniche a sbuffo. Aveva le trecce arruffate e le guance arrossate dal sonno. L’orsacchiotto le penzolava da una mano, con l’altra si strofinava gli occhi assonnati. Sembrava impaurita.
Clelia la guardò. Le sembrò di conoscerla. Per un attimo, un ricordo lontano si affacciò alle porte della memoria, per svanire di nuovo, dove i ricordi si confondono con la fantasia. La seguì con lo sguardo mentre, a tentoni, cercava la strada per tornare nel letto. E un senso di pace la fece lentamente scivolare nel sonno.
Dopo questo capitolo puoi leggere anche
Un insolito viaggio di andata e ritorno
UN INSOLITO VIAGGIO DI ANDATA E RITORNO Era un sabato mattina di fine aprile. In attesa del treno delle 9:10 per Napoli, Olivia si stava godendo la colazione in un bar poco fuori dalla Stazione Centrale di Milano, prima di intraprendere il suo insolito viagg
Il nido
Il ruolo principale dei genitori non è crescere i propri figli ma aiutarli a spiccare il volo, dare loro lo possibilità di lasciare il nido con la consapevolezza delle proprie forze.
L'imperdonabile
Un uomo ingabbiato in un oscuro segreto, tormentato da un amore per una donna che sembra condividere lo stesso dolore. Il destino attende dietro l'angolo il momento giusto per farsi avanti, per rendere reale il sogno a lungo rinnegato, ma sta ai protagonisti r
Il custode dei riflessi
Ettore è un piccione che ha imparato a rallentare. Dal muretto del lungomare osserva il mare, le facciate di vetro e le vite che scorrono dietro le finestre. Tra tutte, lo colpisce quella di Elena: ogni giorno china davanti a uno schermo, impegnata a creare im