Capitolo 1
Clémence va via quando Parigi glielo concede.
A Gervais piacevano i suoi occhi. Non perché fossero belli, anche se lo erano con una certa insolenza. Gli occhi di Clémence erano una porta socchiusa su una stanza in cui nessuno era stato invitato. A lei piaceva la sua bocca. Non per tenerezza, non soltanto. Le piaceva perché quella bocca aveva il vizio di mettere in fila le cose, anche quando le cose non desideravano affatto stare in fila.
Vivevano in un abbaino dal quale si osservava Parigi con l’aria di chi conosce segreti da non riferire. Da lì, i tetti si accavallavano uno sull’altro, grigi, blu, neri dopo la pioggia, così vicini e ostinati che sembrava non volessero mai lasciar spazio al cielo. Era una Parigi un po’ sgarbata. Non quella delle cartoline, ma la Parigi a cui pensiamo noi italiani: un tavolino rotondo, un bicchiere di vino, la Senna, un bacio sotto la pioggia, un pittore senza soldi, una donna che fuma alla finestra, la Tour Eiffel.
Clémence faceva l’asciutta. Gervais aveva imparato a non fidarsi. Dentro di lei l’asciutto era un disordine di pensieri tagliati a metà, un desiderio che arrivava fino alla bocca e poi tornava indietro come chi non vuole farsi riconoscere. Quando il disordine diventava troppo, lei diceva: “Ho mal di testa.” Oppure, nei giorni in cui voleva ferire meglio: “Sono stanca.”
Gervais prima tentava la ragione. Poi la poesia. Poi si offendeva.
La mansarda aveva due sedie, un tavolo, un letto e una stufa. Sulla parete, una carta da parati scolorita conservava l’ambizione d’essere stata floreale. Non era grande. Nemmeno comodo. Bisognava piegare la testa per arrivarci, e Gervais, che aveva una statura da portone di chiesa, ogni volta rischiava di lasciare una parte della fronte sull’uscio di casa. Clémence invece ci stava dentro con naturalezza. Guardava fuori e cambiava colore. Non nel volto: nel modo di tacere.
“Che cosa guardate?” chiese Gervais una sera.
“I tetti.”
“I tetti non fanno nulla.”
“Appunto. È un talento raro.”
Gervais si avvicinò. Parigi era un mare di ardesia. I comignoli parevano ufficiali in pensione. Le finestre delle mansarde di fronte brillavano a intermittenza, piccoli teatri dove qualcuno studiava, litigava, scaldava una zuppa o aspettava una lettera che non sarebbe arrivata.
“Vi piacciono perché sono ostinati” disse lui.
“Mi piacciono perché non spiegano.”
“Tutto spiega qualcosa.”
“Ecco perché, certe sere, vi trovo faticoso.”
Clémence appoggiò la fronte al vetro. “Guardateli. Sembrano non voler lasciare spazio al cielo. Come se Parigi avesse paura che, concedendo uno spiraglio di azzurro, qualcuno potesse scappare.”
Gervais rimase in silenzio. La frase gli piacque e lo irritò. Gli piaceva quando lei diceva qualcosa di giusto, così all’improvviso.
“Forse” disse “il cielo è distrazione.”
“E voi siete contrario alle distrazioni.”
“Sono contrario a quelle che vi porteranno lontano.”
Clémence si voltò. I suoi occhi avevano preso il colore dei tetti bagnati. “Non saranno le distrazioni a portarmi lontano, Gervais. Sono le stanze troppo strette.”
Lui incassò. Da buon uomo intelligente, capì. Da uomo innamorato, fece finta di no.
C’era sempre Parigi tra Clémence e Gervais. Come terza presenza. Entrava dall’abbaino, saliva per le scale, lasciava odore di caffè bruciato e carbone, si sedeva sul bordo del letto e giudicava. Perché Parigi giudica. O sì che giudica!
Era la Parigi della Belle Époque. I boulevard avevano l’aria di sapere più cose degli uomini che li attraversavano. Le vetrine accendevano i loro piccoli miracoli: cappelli, profumi, orologi, stoffe che parevano fatte per donne capaci di non chiedere un passaggio per tornare a casa. Nei caffè, gli uomini parlavano di arte, di denaro e di rivoluzione con la stessa incompetenza appassionata. Le donne ascoltavano quando conveniva e capivano prima.
Gervais portava Clémence a camminare quando lei diceva di essere stanca.
“Se sono stanca, perché mi trascinate fuori?”
“Perché Parigi cura quello che l’abbaino ammala.”
“Parigi non cura, distrae.”
“Meglio di niente.”
Arrivavano fino a Montmartre. I pittori avevano mani sporche e occhi puliti. Dipingevano luce anche quando il cielo era cupo; anzi, soprattutto allora.
Clémence non si fidava di chi trasformava un viso in macchie tremanti. “Non finiscono niente” disse.
“Gli impressionisti suggeriscono.”
“Allora sono parenti stretti delle vostre promesse.”
Gervais rise. “Le mie promesse hanno una struttura.”
“Sì, le si vede arrivare e si fa in tempo a chiudere la porta.”
Il pittore chiese se desiderassero comprare la tela. Clémence disse no. Gervais sì. Tornarono alla mansarda con quel piccolo studio sotto il braccio: quattro tetti, due comignoli, una striscia di cielo quasi inesistente. Parigi spezzata in due, come loro: una parte che resisteva, una parte che cercava la luce.
Il sole oramai incasinava e sovrapponeva le dimensioni e la prospettiva. Le case salivano una sull’altra come pensieri non conclusi, e tra una finestra e l’altra comparivano lenzuola, gabbie vuote, mani sporche, cappelli messi ad asciugare su davanzali ricchi di sfumature.
Clémence camminava davanti. Gervais la seguiva con il passo di chi vorrebbe proteggere e invece finisce per sembrare un doganiere. Sotto il braccio teneva il pane.
Davanti a un cavalletto, un pittore magrissimo dipingeva la collina usando un verde impossibile. Non c’era verde, attorno. C’erano pietre, polvere, un cane zoppo, due bambini con le ginocchia sbucciate e una suora che litigava con un venditore di acciughe. Eppure, sulla tela Montmartre diventava un giardino attraversato da ombre viola.
“State mentendo” disse Clémence.
“Naturalmente. Se dipingessi il vero, nessuno comprerebbe.”
Gervais intervenne. “La menzogna, quando rivela qualcosa, ne cambia il nome.”
“Visto?” disse Clémence al pittore. “Ecco perché non lo porto mai con me.”
Il pittore rise e mise sulla tela una macchia gialla dove non esisteva alcuna luce. La macchia parve accendersi da sola. Per un attimo Clémence ebbe l’impressione che non fosse il quadro a copiare la collina, ma la collina a cercar di somigliare al quadro. Le tegole si fecero più rosse, i vetri più febbrili, una donna affacciata al terzo piano diventò necessaria al paesaggio.
“Ecco l’impressionismo” disse Gervais. “Prima vi ruba la realtà, poi ve la restituisce più vera e meno affidabile.”
“Come voi con me.”
“Io non vi restituisco mai meno affidabile.”
Proseguirono fino a una piazzetta dove un organetto suonava una canzone troppo allegra per la povertà degli astanti. Una ragazza ballava da sola. Aveva un abito blu, scarpe consumate, una piuma rossa sul cappello e l’aria di chi era pronta per partire e prendersi il suo pezzo di vita.
Clémence la osservò a lungo. “Lei sì.”
“Lei cosa?”
“Lei non chiede alla testa di autorizzare il corpo.”
Gervais si limitò a porgerle il pane.
Clémence lo guardò. “Avete taciuto.”
“Sì.”
“Perché?”
“Per non rovinarvi l’idea.”
Lei prese il pane. “A volte sapete essere quasi amabile.”
Comprarono due bicchieri di vino. La Torre Eiffel, da lassù, appariva tra due tetti, lontana ma non piccola. Clémence la vide e fece una smorfia.
“Anche qui” disse.
“È una torre. Il suo mestiere è comparire.”
Restarono seduti su un muretto. Sotto di loro, Parigi si muoveva come un animale pieno di sonno. I tetti, da quella distanza, parevano una folla di schiene curve. Non lasciavano spazio al cielo nemmeno da lassù. Lo ritagliavano, lo tenevano stretto tra comignoli e abbaini. Clémence allungò una mano verso la città, ma non toccò nulla. Era un gesto da regina o da ladra. In lei le due cose convivevano senza litigare.
“Se un giorno me ne vado, non dite che Parigi mi ha portata via.”
“E cosa dovrei dire?”
“Che mi ha mostrato le scale.”
Gervais guardò la torre, poi i tetti, poi lei. “Io non amo le scale.”
“Lo so. Voi amate le soglie. Davanti alle soglie potete parlare. Sulle scale bisogna respirare.”
Quella frase rimase lì. Fece quello che fanno certe frasi di Clémence: trovò un angolo nella memoria e ci si sedette in attesa di essere compresa.
Una mattina andarono verso il mercato vicino alla Bastiglia. Gervais diceva che il quartiere conservava una memoria singolare della rivoluzione. Clémence rispondeva che lui avrebbe trovato memoria anche in una cipolla.
La piazza era piena di voci. Venditori di frutta, donne con ceste grandi sulla testa e le mani libere per saggiare la qualità delle mele, ragazzi che correvano, giornali agitati come bandiere. Soprattutto, invisibile e presente, c’era il fantasma della Bastiglia: non la pietra, ormai scomparsa, ma l’idea. L’idea che una porta possa cedere. Che un potere possa scoprire di essere fatto di serrature. Che la pazienza, quando smette di essere virtù, diventa follia o folla.
Clémence si fermò davanti a un banco di fiori. Non comprava mai fiori.
“Prendete quei ranuncoli” disse Gervais.
“No.”
“Vi stanno bene.”
“I fiori stanno bene nei vasi. Poi muoiono.”
“Anche le idee muoiono, eppure voi ne avete moltissime.”
“Le mie non muoiono. Si nascondono.”
Gervais pagò i ranuncoli. Clémence lo guardò come si guarda un uomo che ha appena commesso un gesto inutile.
“State tentando di addolcirmi?”
“Sto tentando di mettere un colore nella stanza.”
“La stanza ha già me.”
“Serve un colore che non sappia rispondere.”
Lei prese i fiori. Per un attimo sorrise. Bastò a Gervais per sentirsi il cittadino che ha visto cadere una prigione.
Qualche mese prima, in una sera di freddo tagliente, Clémence aveva quasi dato fuoco all’abbaino. La cosa nacque da una buona intenzione. La stufa non tirava. Tossiva fumo, sputava cenere e mandava nella stanza un calore così debole che bisognava avere immaginazione per scaldarsi. Clémence, che di pazienza ne aveva poca e di orgoglio moltissimo, decise di intervenire.
Gervais era uscito per consegnare un memoriale difensivo a un uomo accusato d’aver rubato un montone. Quando tornò, trovò la stanza in uno stato da rivoluzione fallita. Il pavimento era allagato, una tenda pendeva carbonizzata, i suoi fogli erano sparsi dappertutto. Nell’aria c’era odore di brodo freddo e dignità ferita.
Clémence stava in mezzo alla stanza con una candela spenta in mano. Aveva una striscia di fuliggine sulla guancia e gli occhi di chi ha già una difesa.
“Non dite nulla” disse.
Gervais guardò la tenda, poi i fogli, poi il soffitto. “Avevo molte cose da dire. Sono morte nell’incendio.”
“Non è stato un incendio. È stata una divergenza fra me e la stufa.”
“La stufa sembra aver vinto.”
“Ha barato.”
Lui si chinò sui fogli bagnati. Erano il lavoro di tre notti. La carta aveva bevuto brodo e acqua come un imputato al patibolo. Alcune righe galleggiavano ancora leggibili, altre si erano sciolte in una nebbia d’inchiostro. Gervais avrebbe potuto gridare. Aveva diritto a una scenata intera. Invece rise.
Clémence fece un passo indietro. “Quando ridete così, temo sempre che abbiate perso il senno o trovato una metafora.”
“Ho trovato e perso. Lascio a voi fare gli abbinamenti. Avete fatto quello che nemmeno gli avversari del mio cliente erano riusciti a compiere: avete assolto il montone per annegamento della procedura.”
Lei si morse il labbro. Voleva non ridere. Non ci riuscì.
Lui prese la giubba asciutta dall’attaccapanni e gliela mise attorno alle spalle. Il gesto fu semplice. Clèmence ne fu colpita. Gervais, però, non poteva restare semplice.
“Venite, piccola incendiaria del mio equilibrio. Andremo alla locanda. Io dirò che siamo superstiti di un attentato domestico. Voi direte poco. Il vostro viso sostiene già una tesi.”
“Sono stanca” disse Clémence, e quella volta era vero.
“Lo so.”
Scendendo le scale, lei si appoggiò al suo braccio. Non con abbandono, mai. Con quella misura orgogliosa che le permetteva di ricevere aiuto fingendo di concederlo. Alla locanda, mentre lei dormiva sopra una panca con la giubba addosso, Gervais riscrisse metà del memoriale su carta presa a credito dall’oste. Ogni tanto la guardava. Aveva fuliggine sul mento e l’espressione serena. Lì capì che la amava perché la sua vita, vicino a lei, non voleva ordine.
Il mattino dopo Clémence si svegliò e trovò i fogli ricostruiti vicini ad una tazza di caffè annacquato. “Avete lavorato tutta la notte?”
“No.”
Lei bevve il caffè e fece una smorfia. “Sa di pioggia vecchia.” Gli accarezzò la mano. Un tocco breve, quasi un errore. Gervais non lo commentò. Aveva capito che certi ringraziamenti, se nominati, si ritirano come animali diffidenti.
Ci furono altre sere in cui il mal di testa di Clémence entrava in casa prima di lei. Si sedeva sul canapè, occupava il cuscino migliore e pretendeva silenzio. Gervais lo detestava perché non gli riconosceva autorità. Poteva discutere con un creditore, con un giudice, con un venditore di castagne. Con un dolore alle tempie no. Il dolore non argomenta, vince per presenza.
Una volta le portò un panno umido con solennità eccessiva. Lei lo prese, lo appoggiò sulla fronte e disse che era tiepido. Gervais parve colpito nell’onore.
“Era freddo quando l’ho preparato.”
“Anche certi sentimenti. Poi arrivano e si scaldano.”
“Singiusta perfino con la biancheria.”
“La biancheria non pretende di capirmi.”
Lui si sedette sul bordo del letto, non troppo vicino. Era il suo progresso. Una volta avrebbe tentato di interpretare il dolore. Quella sera rimase fermo. Ascoltò il rumore dell’acqua nel catino e i tetti che sembravano addossarsi al vetro per origliare.
“Avete paura di me quando taccio?” chiese lei.
“Sì.”
“È onesto.”
Gervais le rimboccò la coperta. Clémence chiuse gli occhi. Non dormì subito. Lui lo sapeva. Lei sapeva che lui lo sapeva. Tra loro, quella sera, non passò il desiderio, ma una sua forma più difficile: la rinuncia a farlo entrare nel rapporto col rischio che si trasformi in una coppia stabile, che poi cambiano le geometrie e le competenze. Non sia mai.
La Senna non scorreva. O almeno così pareva a Clémence. Faceva finta di andare, ma restava lì, sotto i ponti, a rigirarsi addosso le luci come una donna che non sa decidere quale collana indossare per rovinare la vita, o almeno la serata, dell’uomo puntato.
Gervais la seguiva sempre due passi dietro. Per prudenza. Quando Clémence camminava vicino all’acqua, diventava una creatura più antica della città. Le mani in tasca, il cappello leggermente storto, lo sguardo verso la riva opposta. La Torre Eiffel sul fondo, alta e scura. Sembrava un ago piantato nella stoffa blu della sera.
“Vi dà fastidio?” chiese lei.
“La torre?”
“La sua pretesa di essere vista.”
Gervais la guardò. “È difficile accusare una torre di vanità.”
“Le cose alte sono sempre vanitose.”
“Allora io sarei vanitoso.”
“Voi siete un campanile ambulante della specie che ha imparato a parlare. È peggio.”
Passò un battello. Per un istante la luce tremò sull’acqua e la torre parve diventare una scala di ferro verso il cielo. Un musicista sotto il ponte suonava qualcosa di irriconoscibile. Sembrava Offenbach caduto in una pozzanghera.
Clémence si fermò. “Se la guardo troppo, mi viene voglia di andarmene.”
“Dalla torre?”
“Da tutto quello che le sta intorno.”
Gervais cambiò direzione. “Una volta credevo che l’amore servisse a trattenere.”
“E adesso?”
“Adesso temo serva a guardare qualcuno mentre si allontana.”
Clémence voltò appena il viso. La torre, dietro di lei, le disegnava un reticolo di ombre sulla guancia, come se Parigi fosse stata capace di trasferire la bellezza della sua anima sulle sue gote.
“Non dite cose giuste quando non sono pronta.”
“Voi siete pronta solo quando avete già deciso.”
“È il mio metodo per non farmi coinvolgere.”
Restarono così. La città passava alle loro spalle con le carrozze e le prime auto. La torre continuava a stare lì, troppo alta per partecipare, troppo presente per essere dimenticata.
“Gervais.”
“Sì.”
“Se io fossi sulla torre, voi salireste?”
Lui alzò gli occhi. “Non amo le altezze.”
“Non vi ho chiesto cosa amate.”
“Salirei fin dove il coraggio me lo consentirebbe.”
“È una risposta onesta. Quindi insufficiente.”
“Le risposte sufficienti sono bugiarde.”
Clémence sorrise. “Allora camminiamo, la Senna stasera ascolta troppo.”
Il giorno dopo i boulevard brillavano come frammenti di specchi e i venditori parevano attori pagati per convincere la città di essere viva.
Clémence volle camminare senza meta. Gervais accettò. Gli uomini innamorati chiamano destino ogni percorso che non hanno scelto.
La Torre Eiffel compariva dappertutto. Alla fine di una strada. Sopra un tetto. Tra due camini. Riflessa nel vetro di una bottega. Spezzata da un balcone. Li seguiva con pazienza indiscreta.
“È peggio di voi” disse Clémence.
“Chi?”
“La torre. Ogni volta che credo di averla lasciata indietro, ricompare.”
“Forse Parigi vuole ricordarvi che esiste un punto fermo.”
“I punti fermi sono utili alle mappe e pericolosi alle persone.”
Attraversarono una strada affollata. Un uomo con baffi monumentali vendeva palloncini. Uno scappò dalla mano di un bambino e salì, salì, fino a sembrare un piccolo cuore rosso che cercava udienza presso la torre.
Clémence lo seguì con gli occhi. “Anche lui fugge in alto.”
“È un palloncino. Non ha una filosofia.”
“Questo lo rende superiore a molti avvocati.”
Gervais rise.
Passarono davanti a un caffè. Ai tavolini si discuteva di pittura e di progresso. Un cameriere rovesciò del vino su un giornale. Il titolo parlava di guerre lontane. La macchia rossa cancellò metà del mondo.
“Il secolo nuovo sta facendo rumore” disse Gervais.
“I secoli fanno sempre rumore. Poi tocca alle donne raccogliere i cocci.”
“Voi non raccogliete. Voi calpestate.”
“Solo quello che qualcuno lascia in mezzo.”
La torre apparve di nuovo in fondo a un viale, perfettamente centrata, come un pensiero ossessivo.
Clémence si fermò. “Se continuasse a seguirci anche dentro casa?”
“Dovremmo farle spazio.”
“Non ce n’è. La mansarda è già piena dei vostri desideri non perseguiti.”
“I miei desideri sostengono il tetto.”
La risposta non piacque a Clémence.
Camminarono ancora. La torre diventava più grande, poi spariva, poi tornava piccola. A un certo punto Clémence indicò una bambina che saltava dentro i riquadri di luce sul marciapiede.
“Ecco cosa vorrei.”
“Saltare?”
“No.”
Gervais la guardò con serietà. “La vostra mente è una dogana severissima.”
“E voi siete un contrabbandiere.”
La frase rimase tra loro, ridicola e precisa.
A Montparnasse la torre smise di comandare. La si vedeva ancora, certo, ma piccola e lontana. Era un segno a matita lasciato da qualcuno sul margine del giorno.
Entrarono in un locale stretto. Un cameriere li guardò come si guardano due persone che non hanno ancora deciso se litigare o amarsi e quindi occupano troppo spazio. Sedettero vicino alla finestra. La torre, oltre i tetti, pareva un giocattolo ferroso dimenticato da un gigante distratto.
“Da qui” disse Gervais “sembra innocua.”
“Niente è innocuo quando torna nei discorsi.”
“Parlate della torre o di me?”
“Scegliete. Così vi sentirete incluso.”
Ordinarono caffè. Clémence lo bevve come si assume una decisione sgradevole.
Al tavolo accanto un uomo disegnava una donna con tre occhi. La donna, presente davanti a lui, ne aveva due e pareva già stanca di entrambi.
“Perché tre?” chiese Clémence, senza riuscire a trattenersi.
Il pittore sollevò le spalle. “Due guardano il mondo. Il terzo ne controlla la menzogna.”
“Allora fatene quattro, io controllo anche le intenzioni.”
Gervais sorrise.
“Non ridete” disse Clémence. “Voi ne avreste bisogno di sei.”
“Per vedere meglio voi?”
“Per evitare di vedermi sempre come vi conviene.”
Fuori, una donna attraversò la strada tenendo in mano una gabbietta, dentro c’era un fazzoletto bianco legato a un filo. La gabbietta oscillava e il fazzoletto pareva respirare. Clémence la seguì finché sparì. “Parigi ha un talento indecente per inventare simboli.”
“Se li cercate, li trovate.”
“Gervais”
“Sì.”
“Se un amore, visto da lontano, sembra più bello, vuol dire che da vicino è falso?”
Lui si prese tempo. “No. Vuol dire che la distanza è un pittore misericordioso.”
“E la vicinanza cos’è?”
“Un contabile.”
Appena arrivati all’abbaino Clemence guardò con tenerezza Gervais e gli disse: “Sono stanca.” Poi lo mise in allarme. “Sedetevi.”
“Ho commesso qualcosa?”
“Ancora no.”
“È una minaccia elegante.”
“È un esperimento. Chiudete gli occhi.”
Gervais obbedì con la diffidenza di chi sa che l’amore, quando chiede fiducia, ha già preparato una trappola.
“Ora salite” disse lei.
“Dove?”
“Sulla torre. A piedi. Io vi aspetto all’ultimo livello.”
“È vietato arrivare all’ultimo livello a piedi.”
“Nel sogno non ci sono guardiani.”
“Nel mio sì. Sono molto zelanti.”
Clémence si avvicinò. Lui sentì il fruscio della gonna e l’odore dei suoi capelli.
“Siete al primo piano” disse lei. “Avete Parigi sotto le scarpe e ancora abbastanza orgoglio per fingere che non vi tremi il respiro. Continuate.”
“Continuo.”
“Secondo piano.”
Gervais serrò le palpebre. “Mi fermo.”
“No.”
“Dal secondo in su è vietato.”
“Vi ho detto che non ci sono guardiani.”
“Li invento io. Mi danno sicurezza.”
“Gervais. Salite.”
“Clémence, non si può.”
“Si può se io sono lassù.”
“Questo non modifica il regolamento.”
Lei tacque quel tanto che bastava a far diventare il silenzio una scala.
“Ci sono io in alto” disse poi. “Spoglia e senza maschera. Senza pudore nel mostrarmi vera. Nessun mal di testa. Nessuna stanchezza. Nessuna frase usata come serratura. Solo io.”
Gervais aprì quasi gli occhi. Lei glieli chiuse con due dita.
“Non barate.”
“Ho già fatto seicento gradini” disse lui. “Come potete pensare che io ne faccia altri mille?”
“Perché trovate me su in alto.”
“Già ho le vertigini a centodieci metri dal suolo. Figuratevi a duecentosettanta. Mi dispiace, non se ne parla proprio.”
Clémence tolse le dita. La stanza tornò stanza. Il letto, il tavolo, il quadro dei tetti, la Bastiglia, l’abbaino chiuso. Tutto era al proprio posto.
“Aprite gli occhi.”
Gervais li aprì. La vide in piedi davanti a lui. Non era arrabbiata. Peggio, aveva deciso.
“Se non fate follie per me nei sogni, come posso pensare che possiate sentirmi vostra nella realtà?”
Gervais restò seduto. “Il sogno sorregge la realtà finché non ci entra” disse. “Voi volete che vi dia ciò che non sono.”
“Voglio sapere se per me sapreste tradire almeno una delle vostre paure.”
“Le paure non si tradiscono. Si attraversano quando non c’è altra strada.”
“Io ero un’altra strada.” Guardò fuori, come se oltre il vetro ci fosse ancora la torre, piccola o enorme, non importava.
“Allora restate qui, con i vostri guardiani e i vostri regolamenti.”
“E voi?”
“Io devo capire se esisto anche dove nessuno sale a prendermi.”
“Clémence…”
Fu così che si lasciarono, per eccesso di natura.
Lei chiedeva alla vertigine di diventare prova. Lui chiedeva alla prova di non travestirsi da vertigine.
All’alba i tetti erano immobili, magnifici nella loro ostinazione. Sembrava non volessero lasciar spazio al cielo; eppure, tra un comignolo e l’altro, l’azzurro trovava fenditure clandestine.
Clémence indossò il cappotto. “Lascio l’incisione”
“La Bastiglia?”
“Sì. Vi serve.”
“A me?”
“Siete pieno di porte da abbattere. Avete solo la cattiva abitudine di chiamarle ragionamenti.”
Gervais annuì. “E il quadro dei tetti?”
“Resta. È della stanza.”
Scese le scale senza teatralità. Si fermò, risalì tre gradini e gli mise in mano un foglio piegato.
“Leggetelo dopo.”
“È un addio?”
“Gli addii sono vanitosi. È una nota.”
“Posso cercarvi?”
“Potete diventare qualcuno che io abbia voglia di incontrare.”
“E voi?”
“Io proverò a non dire stanchezza quando intendo paura.”
Poi andò via.
Gervais rimase con il foglio in mano fino a quando la porta d’ingresso si chiuse.
“Gervais,
voi avete messo in fila molte cose per me. Non ve ne ringrazierò abbastanza, e forse proprio per questo devo andare. Non parto contro di voi.
Mi avete vista. Questo conta. Mi avete anche interpretata. Questo pesa.
Se un giorno ci incontreremo, desidero che sia in una Parigi senza mansarde prese in prestito, senza emicranie usate come scuse, senza frasi magnifiche messe davanti alle ferite. Desidero una luce più franca.
Tenete la Bastiglia. Come promemoria domestico: anche le prigioni costruite con amore restano prigioni.
Clemence.”
Gervais lesse due volte. Poi ripiegò il foglio con cura, come se la precisione potesse evitare al cuore di sfilacciarsi.
Andò alla finestra. La vide in strada. Piccola, dritta, con il baule e un cappello troppo leggero per la stagione. Un fiacre si fermò. Il cocchiere scese, prese il baule, disse qualcosa. Clémence rispose. Forse una frase tagliente. Il cocchiere rise.
Gervais sorrise suo malgrado.
Il fiacre partì. Lei non si voltò. Per disciplina. Alcune libertà, nei primi metri, non sopportano spettatori.
La stanza restò piena di lei e vuota di lei. Era una doppia presenza, la più difficile da abitare.
Gervais guardò i tetti. Parigi si apriva e si chiudeva nello stesso gesto. I comignoli fumavano. I vetri prendevano luce. Il cielo, povero cielo, provava ancora a farsi largo; i tetti lo trattenevano con quella loro bellezza compatta, come se la città volesse dire a ogni amore: prima di salire, impara a restare.
Gervais prese l’incisione della Bastiglia e la raddrizzò. Poi il quadro dei tetti. Poi il bicchiere dei ranuncoli secchi, che avrebbe dovuto buttare da settimane.
Mise in fila le cose, naturalmente.
Ma, per la prima volta, lasciò una sedia fuori posto.
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