Storia · capitolo 1

Racconto tragicomico del neonato di dubbio cognome

Racconto tragicomico del neonato di dubbio cognome di Musa D

Milano. Via della Commenda, Clinica Mangiagalli. Giovedì 27 ottobre 1983. Alle ore 22:25, nasceva un bambino. Nulla di raro; quanti bambini sono nati a Milano alla Clinica Mangiagalli? Chi mai potrà saperlo! Quello che so io è che quando nasce un bambino, oltre al lieto evento in sé, oltre alla festa perché qualcuno di nuovo è venuto al mondo, ci sono delle formalità da sbrigare. C'è da considerare "La Legge" e, come si dice? La legge non ammette ignoranza. Inoltre, dura lex sed lex. E per chi ne sentisse il bisogno rammentiamo: La legge è uguale per tutti. 
Ciò detto, chissà come deve essere andata al comune di Milano durante il disbrigo della registrazione dei nati il 27/10/83. Per uno di questi potrebbe essere andata così. L'ostetrica Petrullo, di turno fra il giovedì sera e il venerdì mattina, telefona al comune di Milano e dichiara, in nome e per conto di una mamma 26enne originaria della Campania, che è nato un bambino. Il bambino si chiama Haroun. Ebbene, è nato il bambino Haroun! E a questo bambino bisogna dare un cognome, un inizio, dal quale costruire negli anni una propria identità. 
In quegli anni la consuetudine culturale vuole che a tutti i piccoli venga assegnato il cognome del papà. Un momento da incorniciare, almeno per ogni papà che abbia intenzione di dichiararsi normale. Ma in quei giorni c'è ben poco di normale a Milano per il bambino Haroun. C'è comunque molta istituzionalità. L'ufficiale di Stato civile del comune, tale Giancarlo Raganà, ha preso in mano la pratica del bambino Haroun. Ad assisterlo la sua veterana segretaria, Daniela Sammarzano. Divagando: per essere a Milano le latitudini sono piuttosto meridionali. Ma il narratore, il 40enne ex infante Haroun, non è nella posizione per fare dell'ironia su questo. Perché si vanta di essere uno che, per citare un film di formazione, può far tranquillamente parte del Gran Visìr de Tuch i Terùn, accanto al compianto Totò Schillaci! Fine divagazione.
Ritroviamo il nostro ufficiale di Stato civile, Giancarlo Raganà seduto nel suo ufficio e pronto a stilare l'atto che certifica la nascita del bambino Haroun. Potrebbe esprimersi verosimilmente così: "In data 28 ottobre 1983 si riceve telefonata proveniente da Clinica Mangiagalli, a cura dell'ostetrica Petrullo, la quale afferma che la sera precedente, il 27 ottobre 1983, alle ore 22:25, è nato il bambino Haroun. L'ostetrica Petrullo, in nome e per conto della madre dell'infante, fa secondo i termini di legge la suddetta dichiarazione."
"Signora Sammarzano, sono state dichiarate le generalità dei genitori del bambino Haroun?""Eh, ha ragione dottore Raganà dobbiamo verificare... comunque la mamma si chiama Rubbiano di cognome!""Rubbiano con due b?" "No no, una b sola, Rubiano, dottore." "Ah ecco! Sammarzano, di grazia, scandisca meglio... e il padre invece, come si chiama?""Eh, il padre non c'è." "Come non c'è il padre? E che cognome ci dobbiamo mettere a stu picciriddo?" "Ci mettiamo il cognome della madre""Il cognome della madre il picciriddo deve prendere? Ma che dobbiamo fare qua?" disse Raganà con tono indignato, e proseguì: "Ma avete chiamato? È stato chiamato il padre? È stata segnalata la situazione?""Dottore, e a chi dobbiamo chiamare che non c'abbiamo un recapito, un indirizzo, un qualcosa che ci riconduca al padre del bambino. Abbiamo solo quello che dice l'ostetrica Petrullo, dottore Raganà. E quello che dice l'ostetrica Petrullo è oro colato dottore, perché l'ostetrica Petrullo ha fatto nascere tante creature, e se dice di metterci il cognome Rubiano, così dobbiamo fare".
"Sì sì, ma io non metto in dubbio quello che dice l'ostetrica, però un cognome ce lo dovrà pure avere stu picciriddo", ignorando completamente quanto detto dalla sua assistente riguardo all'assegnare il cognome materno. È chiaro che l'ufficiale di Stato civile Giancarlo Raganà è un siciliano d'altri tempi, uno tutto d'un pezzo, uno che nel 1983 non può capire il fatto di mettere il cognome della mamma a un picciriddo che nasce. Chissà se invece che nel 1983 ci trovassimo 40 anni dopo, nel 2023. Accetterebbe Raganà che, per legge i genitori di una creatura possano dare il cognome di entrambi scegliendone l'ordine, o addirittura possano dare il solo cognome materno? Inoltre, cosa farebbe se potesse rintracciare il papà del picciriddo attraverso un profilo social, un contatto WhatsApp, o un indirizzo e-mail? 
Invece siamo nel 1983 e tutto questo non è possibile immaginarlo. E il funzionario Raganà non sa proprio come trovare il papà latitante. Nel 1983, per il picciriddo Haroun, non c'è nessuna gara di solidarietà, manco l'ombra di una gara. Lacrime e sangue per il bambino Haroun, altro che legge di bilancio! E zero opportunità nella vita. Manco i nonni del mezzogiorno d'Italia saltano di gioia per questo bambino mezzo italiano e mezzo tunisino. Troppo italiano per essere considerato vulnerabile. Troppo tunisino per essere considerato uguale a un italiano. E poi, come diceva la nonna di Haroun in dialetto di Salerno provincia: "Hann' fatt' nu' figghio n'miezz' a via", definendo raffinatamente il nipote come 'Il Guaio'. 
Nessuna solidarietà, nessuna notizia rilevante per i mezzi di informazione, nessun caso per i servizi sociali. E nemmeno l'ombra di un padre. Niente di niente. Solo una ragazza madre e il bambino Haroun Rubiano. Ha così fine la crociata dell'Ufficiale di stato civile Raganà che, avendo trovato solo un mal di testa, conclude con rassegnazione e una punta di delusione: "Va bene, allora, visto che il padre non si trova teniamo questo come verbale ufficiale, in attesa di aggiungere all'estratto le eventuali annotazioni del caso. Allo stato attuale si dispone che al picciriddo Haroun venga dato il cognome Rubiano: Haroun Rubiano, nato a Milano il 27 ottobre 1983, alle ore 22:25."
Questa fu la situazione accertata all'epoca, e sinteticamente riportata in poche e fredde righe sul mio estratto di nascita integrale. Aggiungo dettagli, a beneficio dei lettori per nulla ansiosi della mia sorte e di quella del latitante padre che la notte della mia nascita non fu reperibile. Aggiungo che non fu presente il giorno appresso e nemmeno il successivo. Aggiungo che, assalito dalla gioia per la mia nascita, fece festa con un buon vino e si addormentò; o magari, pensando di essere sfuggito alle responsabilità della paternità fece festa con un buon vino e si addormentò, o magari... fece festa con un buon vino e si addormentò! Già! Perché questa fu la giustificazione portata da mio padre per questo distopico ritardo. Vera o non vera, ad oggi questa permane negli annali del nostro appassionante album di famiglia. 
E infine "egli risorse il terzo giorno" - mi si perdoni l'assonanza con l'altro ben più meritevole personaggio - venne in ospedale, in comune, e da qualsiasi altra parte occorresse recarsi per riconoscere suo figlio e farlo chiamare Haroun Dkhil. Ma quanto bene abbia fatto nella vita di Haroun Dkhil chiamarsi Haroun Dkhil e avere un padre durante l'infanzia lo lascio giudicare al lettore.
Basta un cognome per fare un'identità? Basterà un cognome per fare di un neonato, un individuo completo, sereno ed equilibrato? Senza rimpianti e recriminazioni? Che abbia un'abilità di comunicare con i suoi simili leggermente superiore a quella di un orso bruno appena svegliato dal letargo? Con qualche prospettiva di realizzazione personale e una ragionevole dose di autostima? Con una dotazione di base di amor proprio e un pizzico di sicurezza di sé? 
Con questo amaro in bocca, si conclude il racconto tragicomico del neonato di dubbio cognome. Volutamente amputato. Infatti, quella del picciriddo Haroun, nato il 27 ottobre 1983, sarà l'inizio di una vita mozzata, amputata, e forse questo è ciò che pensarono l'ufficiale di Stato civile del comune di Milano, la sua veterana segretaria e l'ostetrica-istituzione della clinica Mangiagalli. Le riflessioni che trassero non sono note a nessuno di noi. Ci rimane il dubbio, come quel dubbio cognome.

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