UNA DISTANZA IMPROVVISA
Si informa il lettore che la narrazione affronta dinamiche di abuso psicologico e violenza domestica, includendo inoltre accenni al consumo di sostanze.
Ho pazientato, sperando che mia madre uscisse il prima possibile e, una volta fuori, mi sono preparata con Simba; l’avrei portato con me. Forse sarebbe potuta arrivare per noi un po’ di felicità? Trepidante, ho atteso Burak, ma non si è presentato. Ho provato a telefonargli, ma non ha risposto. Sono andata alla porta di casa sua a bussare... e non c’era. Si è forse smaterializzato? Possibile che il suo interesse non fosse reale tanto da farlo scappare? O gli è successo qualcosa?
In angoscia, ho aspettato sue notizie per giorni e quando ho pensato che non avrei mai più saputo nulla di lui, l’ho visto dalla finestra mentre rientrava nel palazzo. Subito sono corsa a casa sua, incurante delle urla di mia madre (spero solo non abbia capito che sto andando da lui!).
Mi ha aperto la porta e non l’ho riconosciuto. L’uomo che con un solo sorriso illuminava il mondo, sembra ora solo una candela spenta. È stanco, affaticato. Il suo aspetto mi ha fatto preoccupare ancora di più. L’ho abbracciato, ma lui non ha ricambiato. «Ehi, Burak, cosa è successo? Dove sei stato? Stai bene? Sei sparito quando saremmo dovuti uscire…».
Si è staccato dal mio abbraccio e ha assunto in volto un ghigno malefico. «Che cosa vuoi? Che cosa ti aspettavi? Ho trovato un’altra che mi ha soddisfatto. Tu comportavi troppa fatica» ha detto, guardandomi dritto negli occhi.
La sua sicurezza mi ha fatta vacillare, più dei colpi di mia madre. Sicuramente non devo aver capito bene. Non può essere altrimenti. «Che cosa intendi?».
«Forza, non avrai pensato che fossi interessato davvero a te o alla tua storia, no? Volevo solo portarti a letto, ma richiedevi uno sforzo eccessivo, Carla».
Crack. È il suono che ha fatto il mio cuore. Mi ha preso in giro anche lui. Non si è scomposto nemmeno davanti alle mie lacrime. Vuol dire che prima fingeva. Non ci sono altre spiegazioni.
«Carlotta» ho sussurrato.
«Carla, Carlotta, stessa cosa. Non essere melodrammatica e torna da mamma, cara».
Avrei voluto schiaffeggiarlo, ma non sono mia madre. È lui a non valerne lo sforzo. «Mi dispiace solo di essermi fidata di te» gli ho detto e ho chiuso la porta alle mie spalle.
Solo prima di uscire mi è parso di aver colto un’ombra di incertezza nei suoi occhi. Ma è troppo tardi.
Sono ripiombata nella mia spirale di solitudine. Mia madre è partita con le sue amiche per l’estate e io e Simba siamo rimasti soli in una casa troppo grande e con l’uomo per cui ho cominciato a provare dei sentimenti al di là della parete.
Ormai ci ignoriamo, come se mai ci fossimo conosciuti. È continuato tutto così per un po’. Poi, una sera piovosa, di ritorno da una passeggiata, Simba, improvvisamente, si è staccato dal guinzaglio ed è scappato via. A niente sono valse le mie urla o il mio tentativo di rincorrerlo. Un signore, però, lo ha raggiunto e lo ha preso, riportandomelo.
«Che paura, Simba. Non lo fare mai più!» ho detto al piccolo, stringendolo forte a me.
«La ringrazio molto», ho aggiunto con sincera gratitudine, rivolgendomi all’uomo, ma quando ha alzato lo sguardo non mi sono sentita più della stessa opinione… Burak è di nuovo di fronte a me.
«Sembra che sia sempre Simba a riportarmi da te». Ha parlato con aria sognante come se il nostro rapporto non si fosse interrotto.
Incapace di ascoltarlo, ho distolto lo sguardo e mi sono voltata per andare via, ma lui ha afferrato il mio polso. Una stretta ferrea. «Ti prego Carlotta, aspetta!». La sua voce ha una nota tormentata, ma non mi interessa. Non sono il suo giochino.
«Lasciami subito!» ho detto, spezzando il nostro contatto fisico. «Non voglio parlare con te. Andiamo Simba!» e mi sono incamminata.
«Carlotta, io ti amo!». L’affermazione di Burak mi ha fermata. Dopo un primo momento di sbigottimento sono scoppiata a ridere.
«Che divertente! Immagino tu stia scherzando. O forse non hai nessuna compagnia per la serata e stai provando a sforzarti», (l’ho virgolettato con le dita mentre l’ho detto per fargli capire che non ho dimenticato una sola parola!) «di ottenerla. Hai anche ricordato il mio nome, dovrei esserne lusingata». Il mio tono è stato sprezzante, ma mi sono sentita emotivamente esausta.
«Quello che ti ho detto… non è quello che penso… Carlotta, mi manchi. Io ti amo, davvero» e mi ha abbracciato.
L’ho subito allontanato. «Tu sei pazzo! Pensi che possa stare dietro ai tuoi cambi di umore? Un giorno sono un gioco e un giorno il tuo amore? NON FUNZIONA COSÌ!».
Mi sono sentita esasperata e lui mi ha accarezzato il volto con le nocche della mano destra, abbassando il tono di voce: «Guardami! Fammi spiegare. Non è come credi. Io ho un problema…».
«Smettila!» ho detto, interrompendolo. «Questa volta sono io che non voglio capirti» e sono andata via.
Sono sconvolta. Da un lato mi chiedo come possa Burak trattarmi in questo modo, ma dall’altro continuo a tormentarmi non sapendo il motivo delle sue stranezze. Ho continuato a pensare e ripensare e quando ho deciso di andare a bussare alla sua porta, mi è suonato il campanello. Convinta fosse lui, ho aperto senza pensarci.
«Buonasera, sono il dottor Ahmed. Sono qui per Burak. Lei è Carlotta, la sua compagna?».
Che confusione! Sono sicura di non aver capito qualcosa. Questo medico cerca Burak e mi ha scambiato per la sua fidanzata?
«Buonasera! Ha sbagliato. La casa del signor Burak è quella di fronte e io non sono nessuno per lui».
Il medico è rimasto perplesso da questa mia affermazione. «Scusi se insisto, ma lei non è Carlotta Girasoli? Burak l’ha descritta così bene. Non posso essermi sbagliato».
Sono ancora più stupita. Quest’uomo sembra conoscermi bene, ma quello che mi sto chiedendo io è il motivo per il quale Burak abbia bisogno di lui. «Dottore, sono io, è vero, ma mi perdoni una domanda: Qual è il problema di Burak?».
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