UN'INSISTENTE PRESENZA
Si informa il lettore che la narrazione affronta dinamiche di abuso psicologico e violenza domestica, includendo inoltre accenni al consumo di sostanze.
«Muoviti, essere inutile. Vai a fare la spesa!».
Mia madre sta urlando da più di un’ora, ma stamattina il correttore non riesce a fare miracoli. I lividi violacei sono ben visibili sul mio volto. Spero solo di essere indifferente al mondo come sempre. Evidentemente, però, il karma non è d’accordo con la mia richiesta.
«Ehi! Buongiorno!». Burak, con la giacca di pelle che evidenzia il suo fisico (perché continuo a notare il suo aspetto?), si è materializzato al mio fianco. «Stai andando a fare la spesa, no? Ti accompagno!».
Un sorriso genuino è apparso sul mio volto. «Hai sentito tutto di nuovo? Immagino che le pareti siano davvero di cartapesta o forse urliamo troppo e basta».
«Non è colpa mia… a proposito, mi trovi impertinente se domando il tuo nome».
La sua domanda mi ha fatto fermare. «Perché ti importa tanto, Burak? Nemmeno mi conosci!».
Un’espressione corrucciata gli è apparsa in viso. «Sai, ti ho osservata in queste settimane, rivedo in te la mia solitudine. Sei così innocente…» e ha provato ad avvicinare la mano per spostarmi una ciocca di capelli dietro l’orecchio, ma, vista la mia ritrosia, l’ha ritirata, continuando però a parlare: «Credo che tu stia cercando la tua strada e forse con un amico è più semplice. Nemmeno io mi sono mai fidato di qualcuno eppure tu mi ispiri sincerità…» e ha sorriso in modo così solare da contagiarmi.
«Carlotta» ho detto, interrompendo le sue elucubrazioni. «Mi chiamo Carlotta Girasoli» e ho disteso la mano verso di lui.
«Burak Kurt» ha chiosato, stringendola. «Ma questo già lo sai. Adoro il tuo nome, significa donna libera e sono sicuro che otterrai la tua libertà».
Ho apprezzato le sue parole e siamo rimasti in silenzio fino al supermercato, ma prima di entrare Burak ha cominciato a tremare.
«Ehi, Burak! Stai bene?» gli ho chiesto, avvicinandomi e sorreggendolo per un braccio.
Lui ha avvicinato il suo volto al mio. «Allora ti preoccupi per me».
«Che sciocco, davvero! Beh, ora fai la tua spesa. Ci vediamo alla cassa».
Lui però ha continuato a seguirmi. «Che c’è? Devo fare i tuoi stessi acquisti».
La sua risposta, il suo sorriso, il suo comportamento mi hanno impressionato. Nessuno si è mai interessato a me, ma lui è sincero. Non posso sbagliarmi. «Allora, visto che facciamo la stessa strada, raccontami qualcosa di te». Il suo stupore è stato davvero genuino. Non si aspettava una tale richiesta da parte mia.
«Beh, mia madre è italiana e per questo parlo bene la lingua, invece, mio padre è turco, ma la loro relazione non ha funzionato. Ah, sono uno scrittore abbastanza famoso».
«Davvero? Io vorrei diventare una scrittrice!» ho detto, interrompendolo con entusiasmo.
«Non ci credo. Abbiamo in comune anche questo. Se vuoi, mi piacerebbe leggere qualcosa dei tuoi scritti» ha detto, avvicinandosi piano al mio viso.
Mi sta per baciare? Ma che cosa sto pensando? Ci conosciamo appena. Non ricambierei… o forse sì?
Drin, drin.
«Salvata dal telefono» ha sussurrato Burak.
«Pronto?» ho risposto senza prima guardare il chiamante. Che errore!
«Stupida, dove sei? Quanto ci vuole?» e ha attaccato. Mia madre, sempre lei. Per quanto mi avrebbe rovinato la vita? Immediatamente, i miei occhi si sono gonfiati di lacrime. Le sue offese mi fanno male più dei colpi fisici.
«Ehi, Carlotta, sono qui». Burak mi ha subito abbracciata nel tentativo di consolarmi. «Perché le permetti di trattarti così?».
«Perché non sono niente, non valgo niente. Lei sfrutta le mie debolezze. Ho una laurea in filosofia e non lavoro. Sono peggio di mio padre che è scappato con un’altra, solo un peso…».
«Guardami!», con la mano, mi ha preso il mento ed ha incastonato i suoi occhi nei miei. «Non dirlo mai più. Tu sei una persona, sei Carlotta e vali come tutti gli altri, anche di più. Dai ora andiamo» ha concluso, prendendomi la mano.
È stato così cortese, mi ha portato la spesa (visto che alla fine lui non ne ha fatta, come sospettavo!) e mi ha tenuto sempre la mano. Ci siamo salutati davanti alla porta, ma ancora non sapevo che cosa mi aspettasse.
«Allora, stupida, hai trovato qualcuno che ti guarda?». Slap.
Ormai sono abituata alla violenza di mia madre. Sembra il suo linguaggio abituale. Ha un vero e proprio odio nei miei confronti che trovo ingiustificato, ma è come se fossi il suo sacco personale. I suoi problemi e le sue frustrazioni sono tutte riversate su di me.
«Non è come pensi» ho biascicato, temendo un nuovo colpo. «Burak è solo un conoscente che ho incontrato al supermercato… tutto qui».
Slap. «E con il conoscente, come dici tu, un turco poi, siete tornati a casa mano nella mano?». Slap.
La sto solo facendo innervosire, ma non so proprio come giustificarmi e ho preferito non rispondere.
«Capisco, non parli. Sappi solo che non lo vedrai più. Hai capito? Altrimenti ci saranno delle conseguenze e ora in camera tua!».
Le permetto di trattarmi così perché non credo di essere in grado di vivere da sola. Sono piena di paure ed insicurezze. Ho troppi timori! E poi è pur sempre mia madre e, nonostante i suoi soprusi, mi preoccupo per lei. Questa volta, però, non avrei rinunciato a Burak!
Ho preso il cellulare e gli ho scritto: “Che ne dici se ci vediamo nel pomeriggio?”. Ho digitato il testo e ho lasciato il pollice a mezz’aria. Non ho il coraggio.
«Non vali niente!». Le parole di mia madre mi assillano sempre. Ho chiuso gli occhi, inspirato e ho cliccato “invia”. Poi ho fatto cadere il cellulare. Che cosa ho fatto? Mi sto torturando le mani. Forse è meglio cancellarlo. Sì, lo cancello.
Ding. Troppo tardi. Ha risposto: “Non vedo l’ora. A più tardi!”.
Ora non posso più tirarmi indietro, ma perché sto sorridendo?
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