Storia · capitolo 1

Racconto

Scosse di Daniela Di Pasquale

Scosse


Quella notte fece un sogno. Camminava in una pineta, la notte era serena, la luna piena illuminava il sottobosco, scintillante come se vi si trovassero intrappolate mille lucciole innamorate. All’improvviso il terreno si fece ripido e sentì che faceva sempre più fatica ad avanzare. Stava sormontando una ceppaia coperta. Più saliva, più il bosco si infittiva. Dopo poco, si fermò ansimando, era stanco e si appoggiò al tronco di un albero per riprendere fiato. Sentì allora che la terra gli ondeggiava morbida sotto i piedi, gelatinosa. Fu presto distratto da qualcosa che vide tra gli alberi e che sentì strisciare sotto il manto di foglie secche. Ormai era sopra la collina e vedeva l’alba farsi annunciare da lontano. Pensò che doveva scendere, andarsene, ma più correva e le scarpe gli sdrucciolavano nel fango, più sentiva crescere uno strano terrore. Udiva ancora dietro di sé fruscii di ombre che si muovevano tra gli alberi e masse informi che serpeggiavano mute. Cadde a terra e rotolò ai piedi della collina. A quel punto capì che non poteva più alzarsi in piedi e iniziò a strisciare anche lui, le gambe flosce come due fiori appassiti, in quel prato con steli d’erba così alti che ad ogni bracciata sul terreno la vegetazione lo schiaffeggiava. Era esausto, si voltò a guardare a che distanza fossero le ombre. Erano dietro di lui. Prima che potessero schiacciarlo, inghiottirlo, aspirarlo o qualsiasi altra cosa abominevole potessero fargli, a Damir cadde la faccia in avanti e si svegliò sudato sul divano del suo soggiorno.

Dalla TV ancora accesa, in quel settembre iniziato da un decina di giorni, ascoltò una notizia dell’ultima ora. Erano state avvertite delle scosse di terremoto dalle sue parti, ma il sismologo intervistato continuava a ripetere di non preoccuparsi, dal momento che la zona non era a rischio sismico. Damir si risistemò sul divano, dimenticando le visioni oniriche post-prandiali.

— Non c’è pericolo per queste zone, dico a tutti i cittadini di stare tranquilli.

La giornalista insisteva.

— Mi scusi dottor Bardelli, ma abbiamo ricevuto in redazione alcune telefonate di persone piuttosto allarmate, dicono di avere percepito chiaramente delle scosse, questa mattina, all’alba.

— Le ripeto che non c’è alcun pericolo, la gente spesso si fa suggestionare.

Fu allora che bussarono alla porta, tre leggeri tocchi e la porta si aprì rivelando l'uomo a cui apparteneva quella mano.

— È permesso?

Manuel sembrava un hippie fuori tempo massimo: coda bassa, collana di perle tibetane, camicia coreana in lino bianco, una borsa di tela portata di traverso. Infine, loro, come non notarli, i sandali francescani, miodio. Il telegiornale era finito e Damir guardò l’intruso senza espressione, ancora mezzo insonnolito, mentre cominciava la sigla di uno di quei programmi in cui qualche cafone arricchito racconta le proprie tribolazioni a presentatrice simil-piangente.

— Cercavo Guido, è in casa?

— Guido non c’è.

— Mi aveva detto che potevo venire nel pomeriggio, non sapevo che avesse un coinquilino, ti dispiace se lo aspetto qui? Fuori fa ancora un caldo boia. Sono un suo vecchio amico. Piacere, Manuel.

Damir lo ascoltò e fu rapido il pensiero: “E io che credevo fosse una giornata di merda, vediamo quanto regge.”

— Fai pure. Sono Damir.

Damir non ricambiò l’offerta della mano, ma fece solo un cenno col capo. A Manuel sembrò strano che quell’altro non si alzasse, scortese.

— Grazie, sono appena rientrato da un viaggio. Posso sedermi, Damian?

— Damir. È un nome serbo. Prego, accomodati pure.

— Sì scusa, Damir. Caspita, però. Hai imparato bene l’italiano.

— Sono cresciuto qui, sai com’è.

Manuel accennò un sorriso.

— Che guardi di bello?

— Niente. D’estate danno solo repliche di programmi schifosi. Mi faccio una cultura, la vostra.

— Sì, ma non siamo tutti così.

Rise.

— Lo so, era una battuta.

— Anche la mia.

Compiaciuto.

— Anch’io una volta ero come quelli lì, sai. I miei mi hanno cresciuto nella bambagia. Conosci la parola “bambagia”?

— Sì, ma solo di nome.

— Non avevo orari, facevo tutto quello che volevo, mi divertivo. E ci stavo da dio. Non mi andava di studiare, il mio mantra era: soldi, soldi e soldi.

In quel momento a Damir arrivò una zaffata di quell’inconfondibile profumo di rosmarino andato a male. Eppure c’era qualcosa di nauseante in quel soggetto, nonostante la flemma, nonostante l’apparenza pacifica che il suo aspetto studiato voleva insinuare.

— Ma per fortuna la mia vita è cambiata. Torno da un viaggio lungo un anno, sai? Mi sono preso un anno sabbatico. Ho mollato tutto, impegni, lavoro, e me ne sono andato in giro per villaggi, quelli veri, quelli della gente vera. Non ce la facevo più, avevo bisogno di rallentare, di capire meglio cosa volessi davvero dalla vita. Ero stufo di tutte quelle situazioni in cui dovevo fingere che mi piacesse tutto. Così un giorno ho detto basta.

— Hai fatto una scelta importante, coraggiosa, francescana direi. Bravo.

E bravo anche il nostro bel conto corrente, ma Damir non lo disse.

Con finta umiltà e vanità malamente repressa, Manuel si passò una mano tra i mistici capelli.

— Ma no! Il coraggio appartiene agli eroi. Io sono solo un umile abitante di questa terra.

Fantastico, ora mi chiederà di invocare l’universo e di ripulirmi il karma. Damir lo pensò e quasi si tradì con una smorfia.

— E dimmi Manuel, dove sei stato di bello?

— Prima tappa India, ovviamente.

— Ovviamente, che scherzi? (…)

— Esatto, vedo che mi capisci al volo. Poi Tibet, ovviamente.

— Ovviamente, non sia mai.

— Dopodiché sono stato in Kenia, poi di là dall’oceano Messico e infine Cuba, dove ho ripreso di nuovo in mano la mia vita.

— Caspita, tutti questi posti in un solo anno. Però!

— Damir, posso chiamarti Damir?

— È il mio nome.

— Damir, vedi, non è la quantità, ma la qualità del tempo che viviamo che conta.

— Ma va?! Non ci avevo mai pensato.

— Lo so, lo dicono tutti, ma nessuno capisce davvero cosa significhi questa frase. Io l’ho vissuta.

— Mmm…

— Sì, perché ho visto la vita vera delle persone che lottano per la sopravvivenza, sono stato anch’io affamato, assetato, bisognoso d’amore. E solo così ho capito davvero cosa vuol dire essere vivi, capisci?

— Credo di sì. Purtroppo.

Figurati se sappiamo che in India si muore di fame. Pensieri.

Il racconto dell’esperienza del turismo filosofico non accennava ad arrestarsi, sovrastando fastidiosamente la scenetta della lacrime della presentatrice in TV, che a Damir sarebbe tanto piaciuto analizzare con i topos della più aggiornata critica letteraria. Manuel non poteva sapere che a Damir mancava solo un esame in filologia romanza.

— Questo viaggio mi ha cambiato la vita. Non vedo l’ora di raccontarlo a Guido.

— Sono sicuro che anche lui non vede l’ora.

— Come scusa?

— No niente. Mi stavi dicendo?

— Sono sicuro che gli piacerà. Nonostante quello che è successo.

— Perché? Cos’è successo?

— Non te l’ha detto?

Manuel sorrise tronfio, lo sguardo sereno del pacifista accontentato. Sapeva che avrebbe dovuto raccontare un’altra storia e, soprattutto, che l’avrebbe raccontata con il suo ben pagato senno ascetico.

— Guarda, te lo dico perché sono ormai talmente distante da tutti quei discorsi che è come se ti stessi raccontando di un altro me che non c’è più. Guido non te l’avrà raccontato perché forse non ha ancora fatto il cammino esistenziale che ho fatto io. Siete tutti ancora legati ai vostri desideri, ma sono sicuro che un giorno anche voi saprete lasciare andare l’ego per abbracciare il noi umano e cosmico.

— Sì Manuel, andrà sicuramente così. Dacci tempo. Sai, non è facile per noi.

Manuel aveva colto il sarcasmo, ma quello che non sapeva era che, in quel momento di cotanta sapienza, stava passando altro davanti agli occhi azzurri di Damir. L’innesco gli venne dalla presentatrice alla TV, alla frase: “Allora, Vanni, possiamo raccontare al nostro pubblico di quell’incidente che all’improvviso ha cambiato il corso di tutta la tua vita?”

Possiamo.

Nell’iride cerulea di Damir apparve il tratto nero dei contorni di una casa in macerie.

La guerra lo aveva buttato giù dal letto un mattino d’inverno, nel misto di sentimenti tra la felicità di non dovere andare a scuola e il terrore per il futuro. Suo padre, Stefan, mandato a Karlovac con tutta la famiglia per lavorare alla produzione di armi per la HS Produkt, si rese conto abbastanza presto che le cose non sarebbero finite bene. Nel quartiere lo chiamavano tutti l’Acero Rosso, non per ragioni politiche, ma solo perché aveva raggiunto la rispettosa altezza di un metro e 95 centimetri e una generosa chioma fulva. Stefan, già nel pieno dei suoi quarant’anni, era uno che riusciva sempre a dare il giusto consiglio. La sua filosofia era abbastanza semplice: vivi e lascia vivere, sdrammatizza, siamo soli nell’universo. E così, bastava un quarto d’ora di chiacchiere con l’Acero Rosso per ritrovare la strada di casa.

Sebbene in quel novembre del 1991 non ci fossero molte ragioni per sdrammatizzare, Stefan sapeva cosa doveva fare. Fuggire, di nascosto, verso l’Italia. Damir ricordava nitidamente quei mesi di preparativi sotterranei, sua madre che racimolava con tutti i modi leciti e illeciti ogni centesimo che potesse servire alla causa. Lui, dodicenne, che continuava a studiare a casa, tra sirene benefiche che lo mettevano al riparo e bandiere incendiate in una città che non era più di questo mondo. Un ragazzino non dovrebbe sapere cos’è la devastazione. Non dovrebbe starsene in piedi di fronte alle case distrutte dai bombardamenti, alle lamiere taglienti dei tetti che gli sfiorano le caviglie, di fianco ad automobili crivellate di colpi, mentre lingue di fuoco fanno capolino dagli ammassi di blocchi di cemento spaccati, senza nemmeno la rassegnazione che si prova davanti a un terremoto. No, Damir, Stefan e Jelena, sua madre, non potevano rassegnarsi alla volontà degli uomini.

Damir sentiva vagamente che Manuel continuava a parlare, ma lui non riusciva a pensare ad altro che ai massacri, agli stupri a cielo aperto, alle cannonate che ancora gli fischiavano nelle orecchie e a quelle processioni disumane di persone che non erano più nemmeno gente. Non se ne sarebbero andate mai. File di sfollati, a piedi o su camionette arrangiate, come cuccioli di elefanti che si tengono la coda per non perdere la strada. Donne con buste di plastica colorata, a gruppi di tre o quattro, di fianco a uomini con bambini seduti sulle spalle dei padri. Tutto sfilava periodicamente davanti ai suoi occhi.

Aveva trovato un modo per lenire l’invadenza di quelle immagini penose. Immaginava tutti quei disperati dentro la scena di un film, sempre vestiti di poco ma custodi di molto, marciare in quelle stesse strade sterrate. Non avevano più gli sguardi sperduti e increduli, camminavano con le spalle dritte, le gambe svelte, i foulard svolazzanti dai capelli, e ridevano, ridevano di gusto, perché la guerra era finita, era finita per sempre, ovunque, davvero. E poi il regista diceva “Stop!”, le macchine da presa e da guerra si fermavano, si spegnevano i riflettori, gli attori smettevano di recitare e, mangiando un panino, si incamminavano verso le loro roulotte per togliersi di dosso tutto quel trucco pesante. Nella sua testa restava solo la risata.

Era sempre e solo un’immagine veloce, quasi colpevole. Damir conosceva bene il volto del dolore. Se la sofferenza aveva una faccia poteva essere solo quella di Vesna, la vedova che aveva una rivendita di salumi e formaggi in fondo alla via. Vesna era già sola quando Damir aveva sei anni e ricordava che gli regalava sempre qualche caramella incartata. Niente più marito, nessun figlio, né parenti nei dintorni. Non doveva essere molto avanti con l’età all’epoca della piccola bottega, ma quando Damir la rivide più tardi, solo qualche anno dopo, al tempo della devastazione, non la riconobbe immediatamente. Il viso aveva perso la dolcezza di allora, lunghi solchi le attraversavano le guance. Capì che non erano rughe precoci, ma tagli profondi. E poi c’erano gli occhi. Non avrebbe mai più scordato quegli occhi vitrei, smorti, senza un cenno di interesse per un particolare, un dettaglio, una manifestazione di vita che le passasse davanti. Sembrava avesse cent’anni, tutta crepata com’era, come l’asfalto sulle strade quando gelano. Damir a dodici anni sapeva cosa le avevano fatto. Quell'ultima volta la vide cercare maldestramente di salire su un camion scoperto, già affollato di infelici. Fece vari tentativi invano, era troppo debole, troppo fragile per quella scavalcata. Il pianale troppo alto per lei sembrava riderle in faccia, non agevolava la salita, si preservava probabilmente da un eccesso di carico umano. Nessuno dei trasportati accennava ad un aiuto, erano troppo stanchi, troppo feriti per conto loro. Damir e i suoi le passarono accanto, anche loro in quella processione ferina. Stefan si sentì gli occhi del figlio puntati addosso come un mitra in procinto di giustiziarlo. Acero Rosso lasciò a terra il suo fardello e senza troppi complimenti si caricò la poveretta in spalla. La depositò tra gli altri oggetti umani smarriti e chissà se mai ritrovati.

Quell’uomo era tutto per Damir, anche se durante la clandestinità del viaggio verso l’Italia li aveva costretti a rovistare tra i rifiuti per mettere qualcosa nello stomaco, anche se per tante notti avevano dormito dentro una vecchia trincea abbandonata. Era tutto perché Stefan approfittava di ogni residuo di umanità per dirgli che non era finita. Come quando lo obbligava a osservare il cielo splendidamente stellato sopra di loro, prima di addormentarsi al riparo di qualche albero, o quando lo invitava a fare silenzio, se sua madre cantava per tutti la dolce nenia che usava per cullarlo da piccolo. Allora a Stefan scendevano le lacrime e Damir lo amava di più.

Quando arrivò l’Italia, lei era bella, con la sua lingua incomprensibile e il sole insopportabile. La vita tornò a respirargli dentro, non importava se a scuola nessuno volesse stargli vicino, mezzo terrorista qual era e forse figlio di un assassino. A lui importava solo tornare a casa, dove Stefan e Jelena lo abbracciavano sempre prima di andare a dormire, anche quando era già diventato un uomo e il lavoro da casellante lo spezzava.

Ad un tratto, l’addestrata presentatrice fece partire un applauso fragoroso e Damir si ridestò. Gli rimase però ancora un’immagine nella testa: Stefan, con i segni in viso di una vita sgualcita, che gli stava accanto, nonostante la malattia, nelle sere in cui doveva studiare per il diploma. Ma non di più. A volte la malattia arriva quando il peggio sembra essere passato, quando pensi di avere raggiunto un equilibrio e ti lasci finalmente andare alla quiete.

Sì Manuel, forse un giorno anche Damir arriverà a capire quello che sai tu.

— Scusami, ma devo andare a pisciare.

Quando Damir riacquistò la posizione eretta, appoggiandosi a una stampella nascosta dal suo lato del divano, Manuel era a metà di una frase sull’importanza del Reiki per il benessere psicofisico e la sua espressione tradì una certa perplessità. Più per essere stato interrotto, probabilmente. Tuttavia Damir non esitò un istante, sorrise condiscendente e dopo avere sollevato il pantalone sinistro fino all’altezza della coscia, con la stampella diede tre colpi sulla protesi. I tre clang! risuonarono nella stanza meglio di un gong cinese.

— Forte eh? Articolazione idraulica, tubo di raccordo in titanio e piede pluriassiale in fibra di carbonio a restituzione di energia. Non appena metto via un po’ di soldi passo al controllo elettronico, figo no?

Indossò una faccia da finto tonto, poi serio come un becchino in servizio risistemò il pantalone al suo posto.

Mentre Manuel restava a bocca aperta come l’idiota che era, Damir scivolò elegantemente verso il bagno, alzando volutamente con forza rumorosa la tavoletta del water prima di svuotare la vescica. La presentatrice in posa plastica si stava asciugando le lacrime in quel momento, non c'era abbastanza volume per coprire il suono metallico e brillante del getto urinario di Damir. Manuel era a disagio, finalmente.

Al rientro di Damir dal bagno, Manuel non riuscì a frenarsi:

— Scusa, non me ne ero accorto.

— Scusa? E per cosa?

— Io sto qui a parlarti della mia vita, dei miei viaggi e tu…

Indicò la gamba ibrida di Damir facendo oscillare un indice in quella direzione.

— Io cosa?

Per un attimo nella mente di Manuel balenò un barlume di intelligenza e capì che era meglio stare zitto, stava per dire banalità come “non dev'essere facile per te… ne avrai passate tante… com’e successo?” o la stronzata più grande di tutte: “ammiro quelli come voi”. Per fortuna qualcosa di buono nel suo karma c’era e gli suggerì che sarebbe stato meglio tacere.

— Cosa dicevi a proposito del cammino esistenziale che non abbiamo ancora fatto?

Damir era spietato, non concedeva.

— Ma no… niente di che. Sai a che ora torna Guido?

— No.

Alla TV stava passando la pubblicità con Tonino Guerra, sottotitolo “Tecnologia e Ottimismo”. Finsero entrambi di interessarsi alla cosa, fino a che il poeta non la sparò grossa, mostrando un cellulare ed esclamando “Questi sono miracoli, una volta non c’erano”. Poi il capolavoro finale: “Gianni! Non può morire l’ottimismo, è il profumo della vita.”

Damir si voltò verso Manuel.

— Già. Lo diresti anche tu, non è vero?

— Sì, credo di sì.

Lo disse timidamente, abbassando lo sguardo. A quel punto la cosa più sensata da fare era solo fissarsi quell'obbrobrio di sandali che aveva ai piedi. Per la prima volta gli diedero fastidio.

— Lo penso anch’io.

Manuel lo guardò stupito, con un punto di domanda sulla faccia.

— Quei sandali sono orrendi. Vuoi vedere una cosa?

Un’altra? Con le sopracciglia Manuel ripose “se proprio vuoi…”, ma guardò in direzione della porta, sperando in un’incursione salvifica di Guido. Damir prese con calma il grosso libro appoggiato sul tavolino davanti al divano. Un album color mattone con alcuni fregi dorati sulla copertina imbottita. Poi lo porse al suo ospite.

— Aprilo, qui c’è la mia storia. So che te lo stai chiedendo. A voi… abili… bisogna proprio spiegare tutto. Chissà quando anche voi saprete lasciare andare l’ego per abbracciare il noi umano e cosmico.

Caustico, tagliente, volutamente aspro. Nessuno può esimersi dal giudicare.

Manuel prese il grosso libro tra le mani incerte, era pesante, carico di foto, pensava lui.

Lo aprì con rispetto e timore. Non erano fotografie.

Prima pagina, Il Manifesto, “Jugoslavia al capolinea”, foto con un uomo che mostra un cartello con frasi di protesta e una donna con lo sguardo perso nel nulla.

Seconda pagina, Il Giorno, “Lubiana offre invano la tregua, a Zagabria si spara nelle vie”, seguono foto di due soldati che corrono e in un’altra un cadavere con la faccia bene in vista.

Terza pagina, La Provincia, “Giù un elicottero della pace”, sotto, un cadavere senza braccia accanto a un cadavere con il solo busto e una didascalia: La tragica scena dopo l’abbattimento dell’elicottero italiano.

Quarta pagina, La Provincia, “Un massacro che continua”, di fianco una foto di bambini che rovistano tra le macerie, più sotto un’altra con una donna in lacrime e un uomo accovacciato che abbraccia un bambino tappandogli la bocca, mentre il piccolo piange e si copre le orecchie con le mani, tutti terrorizzati per i bombardamenti.

— Basta! È una cosa macabra.

Manuel chiuse con forza l’album di Damir, facendo risuonare un tonfo sordo nella stanza. Disturbato, rimise il libro con i suoi fregi e sfregi sul tavolino.

— No, è reale, onesto. Oggi c’è troppa ipocrisia, non si possono più pubblicare foto così. Tutti si offendono per qualcosa. Ridicolo.

— Non mi riferivo alla pubblicazione. Mi riferivo al fatto che tu tenga una roba del genere e che la mostri così, in bella vista per gli ospiti in soggiorno.

— È la mia storia, non volevi conoscerla?

— Non te l’ho chiesto.

— Ma lo hai pensato. Lo so che lo hai pensato, dai non ti vergognare.

Ora lo canzonava con il tono di chi parla con un bambino che abbia nascosto di aver mangiato le caramelle.

Manuel si alzò di scatto, inquieto.

— Senti, ascolta, ora devo andare, quando torna Guido digli che lo chiamo più tardi.

— Scusami, ma non posso aiutarti.

— In che senso? Appena arriva non glielo puoi dire?

— Mi sa proprio di no. Mi spiace, non so chi diavolo sia questo Guido.

— Che dici? È il tuo coinquilino. Guido.

— Non credo proprio, io vivo qui con la mia fidanzata. No so chi sia il tuo amico.

— E allora perché mi hai detto che non c’era?

— Perché è vero. Qui non c’è nessun Guido.

— Ma tu mi hai fatto entrare e mi hai fatto accomodare.

— Sono un tipo ospitale. Do sempre una possibilità a tutti. Che ci posso fare, sono un idealista e poi… l’ottimismo è il profumo della vita.

Sorrise a denti stretti.

— Sei un deficiente, ecco cosa sei.

— Sì, anche.

— Ma guarda te che razza di situazione.

Manuel prese il cellulare e chiamò con rapidità l’amico.

— Ciao, sono io. Ma dove sei? Sono venuto dove mi avevi detto. Sì, è quello. Come diciassette? Sono… Va bene sto arrivando.

— Caso chiuso, immagino. Vuoi che ti accompagni alla porta?

Manuel lo guardò con disprezzo e se ne andò senza nemmeno salutarlo, tanto meno ringraziarlo per l’amabile ospitalità. Sbatté la porta molto poco asceticamente.

— Che modi questi guru.

Edizione straordinaria. Emilio Fede. Due aerei, Ansa, dispaccio di pochi minuti fa da Nuova York. Due aerei esplosi contro il World Trade Centre e un altro al Pentagono, un incendio a Washington, vicino alla Casa Bianca e al Palazzo del Congresso, ministeri e grattacieli della zona intorno a Manhattan sono stati evacuati, gli Stati Uniti sono da oltre un’ora al centro di quello che appare come il più grave attacco terroristico mai subito dall’America sul proprio territorio, dovremmo aggiungere mai subito in nessun paese del mondo.

Damir spense la TV. Si alzò con un verso di fatica, aggrappandosi alla stampella e alla fida protesi. Uscì in balcone. Sentì l’aria fresca della sera lavargli la faccia e il profumo del gelsomino del balcone di sotto gli sembrò balsamico. Dal nono piano riusciva a vedere tutta la città e il suo perdersi fino ai confini dell’orizzonte. C’era un silenzio innaturale per le strade, poche macchine passavano per le vie e si dileguavano in fretta, come gocce di pioggia debole nelle estati afose. Un gruppetto di anziani si alzò dalle panchine dei giardinetti sottostanti per entrare, con la velocità nel passo che li contraddistingue, nel bar del quartiere. La signora del sesto piano parlava concitatamente con la vicina, facendo entrambe capolino dal vetro temprato che le separava.

— Hai sentito cos’è successo?

— Ma sì, stavo cucinando e poi ho visto gli aerei contro quei palazzi.

— Non era mai successo. Hanno detto che ci sarà una guerra.

Damir si sedette al tavolino dove amava fare colazione con Sara nelle domeniche di primavera e sospirò. In un attimo arrivò, felino come solo lui sapeva essere, il gatto soriano del vicino, ancheggiando maliziosamente e saltando da una ringhiera all’altra dei balconcini adiacenti. Faceva sempre così, quando lo vedeva seduto da solo. Se c’era Sara non osava. Era un gatto assennato. Si piazzò come al solito sulle sue gambe, metà su quella di carne, metà su quella meccanica e se ne stette lì, comodo e ronfante. Damir gli parlava sempre e l’animale sapeva benissimo quando doveva togliere il disturbo, chiaramente senza mai interrompere un discorso a metà.

— E così a te basta solo farti accarezzare. Bella vita, caro mio. E va bene, vinci sempre tu. Hai visto? Ora hanno tutti paura. Come sarebbe bello se fossimo tutti come te. Sopravvivere e farsi accarezzare. Passare da una casa all’altra ed essere accolti sempre con amore. E senza dare niente in cambio, solo due occhi da gatto e qualche moina. Sarebbe facile la vita. Ma a noi non piacciono le cose facili, gatto. Ci piacciono le sfide, il sacrificio, il coraggio. Vogliamo correre più veloce, saltare più in alto, nuotare più in basso, colpire più forte, uccidere più lontano. Pare che qualcuno un giorno abbia pensato che fosse bello mettersi una medaglia sul petto, sollevare una coppa di metallo, aggiungere una mostrina sulla giacca, sentire il rumore che fanno due mani quando vengono battute una contro l’altra. Ridicolo, eh? Eppure è così. Forse ci annoiavamo e dovevamo spendere in qualche modo tutti questi neuroni in eccesso, non lo so.

Gatto sgattaiolò via, era troppo anche per lui. Dov’era finito tutto l’ottimismo?

— Hai ragione.

L’animale non umano si voltò, salutò con il solo verso di cui era dotato, ma bastevole per disquisire su tutto e sculettò calmo verso la sua legittima ringhiera.

Damir incrociò le mani sul parapetto e vi appoggiò sopra il mento. Si accorse che il sole gli stava tramontando di fronte, lanciando tenui pennellate di luce calda sulla città sporca.

Sul marciapiede di sotto Manuel e Guido stavano discutendo animatamente. Damir li vide guardare in alto, verso di lui.

Chinando la testa sul cuscino delle proprie mani, il figlio di Acero Rosso chiuse gli occhi e si addormentò. Questa volta non sognò né fughe tra i boschi né scosse, solo Sara che rientrava dal lavoro:

— Ciao amore, sono a casa.

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