Capitolo 1
L'armadio delle streghe gentili
C’era una volta un armadio che non era fatto soltanto di legno.
Somigliava a un albero antico: il tronco saliva fino al soffitto e i rami si intrecciavano nelle ante, come se il tempo avesse imparato a crescere anche dentro una casa. Le foglie intagliate trattenevano una luce sottile che cambiava con le stagioni e, quando qualcuno le sfiorava, sembravano respirare appena. Nessuno osava aprirlo.
Non perché ne avesse paura, ma perché davanti a quell’armadio nasceva sempre la sensazione di trovarsi davanti a qualcosa che aveva visto passare più anni di quanti fosse possibile ricordare. Non sembrava un mobile. Sembrava attendere.In quella casa viveva Rune.
Ogni sera, quando la casa sprofondava nel silenzio, raggiungeva in punta di piedi la stanza dell’armadio. Non si avvicinava mai troppo: restava dietro una vecchia sedia traballante e ascoltava.Il legno scricchiolava piano.
Non era il suono secco dei mobili antichi. Somigliava piuttosto a parole pronunciate in una lingua dimenticata. Alcune notti gli sembrava di distinguere un canto lontano, altre una risata lieve, altre ancora il fruscio di pagine voltate da mani invisibili. Più ascoltava, più cresceva dentro di lui una certezza difficile da spiegare.
L’armadio non stava dormendo.
Aspettava qualcuno. Una notte di pioggia accadde qualcosa.
Tra le radici scolpite del tronco comparve un piccolo cassetto che Rune non aveva mai visto. Era così perfettamente nascosto da sembrare nato dal legno in quell’istante. Se lo fissavi troppo a lungo, quasi svaniva; se distoglievi lo sguardo, ricompariva in un punto leggermente diverso.Rune trattenne il respiro.
Allungò lentamente la mano e sfiorò il piccolo pomello, levigato come una pietra rimasta per anni sul fondo di un fiume. Lo tirò.
Il cassetto si aprì con un suono appena percettibile.
Non era uno scricchiolio: sembrava il sospiro di qualcosa che aveva aspettato così a lungo da aver dimenticato il suono della propria voce. Dentro non c’erano oggetti.
Solo una luce, piccola e quieta. Dal chiarore emerse una minuscola figura. Era alta quanto un ditale, indossava un abito intrecciato con fili d’erba e i suoi occhi avevano il verde delle foglie illuminate dopo la pioggia. Sorrideva.
Non con l’allegria di chi incontra qualcuno, ma con la serenità di chi sa che quell’incontro era stato scritto molto tempo prima. «Finalmente…» disse.
La sua voce era lieve, eppure sembrò riempire tutta la stanza.
«Ti stavo aspettando.»Rune rimase immobile.
«Aspettavi… me?»La piccola figura annuì.
«Ogni sera ascoltavi l’armadio senza pretendere che parlasse. È per questo che il cassetto si è lasciato trovare. Qui nulla si apre a chi cerca soltanto di vedere. Si apre a chi sa aspettare.»Rune sentì il cuore accelerare.
Non era paura.
Era quella sensazione rara che nasce quando il mondo, all’improvviso, diventa più grande di quanto si fosse mai immaginato. La piccola figura posò una mano sul legno.
«L’Armadio delle Streghe Gentili non custodisce tesori.»
Fece una breve pausa.
«Custodisce cammini.»Le ante si schiusero lentamente.
Oltre il legno non c’era l’interno di un armadio: c’era un lungo corridoio vivo, costruito di rami, fibre e luce, costellato da centinaia di piccoli cassetti. Ognuno portava inciso un segno diverso: una spirale, una stella, un’onda, una foglia, una costellazione che sembrava cambiare forma mentre la si osservava. Restò lì, incapace di muoversi.
La Custode sorrise.
«Non cercare il cassetto più bello.»
Abbassò appena la voce.
«Apri quello che, senza saperlo, ti sta già chiamando.»I piccoli cassetti sembravano attenderlo. Nessuno brillava più degli altri, eppure ciascuno emanava una presenza diversa, come se custodisse qualcosa che non apparteneva al mondo delle cose. Sfiorò il primo.
Si aprì senza opporre resistenza.
Dentro c’era una piccola tasca di stoffa, intrecciata con fili così sottili da sembrare luce. Nel suo cuore pulsava una stella viva. Non illuminava il corridoio: illuminava il silenzio.
Per un istante dimenticò perfino di respirare.
Non sapeva spiegare perché, ma quella piccola luce gli dava l’impressione di ricordare qualcosa che non aveva mai vissuto. Richiuse lentamente il cassetto.Ne aprì un secondo.
Una sola goccia d’acqua rimaneva sospesa nell’aria.
Non cadeva.
Eppure, osservandola, Rune ebbe la sensazione di udire il rumore delle onde, il richiamo dei gabbiani e il vento che attraversa il mare aperto.Non c’era il mare.
Eppure il mare c’era.
C’era tutto. Chiuse anche quel cassetto. Il terzo custodiva un minuscolo granello luminoso.
Era piccolo come un seme, ma mentre lo osservava sembrava cambiare colore, come fanno le stagioni quando nessuno se ne accorge. Rune inspirò lentamente.
Si voltò verso la Custode.
«Che cosa sono?»La Custode rimase in silenzio.
Poi sorrise appena.
«Apri un cassetto… e lui apre qualcosa in te.»Non aggiunse altro , abbassò lo sguardo.
Per un istante desiderò portarli con sé tutti: la stella, la goccia, il granello. La Custode sembrò accorgersene.
«Ogni cammino chiede di essere percorso.».
alzò lentamente gli occhi.
«Se provassi a portarli tutti con te, non ne percorreresti nemmeno uno.» Quelle parole rimasero sospese nel corridoio.
Rune comprese che la scelta non riguardava i cassetti.
Riguardava sé stesso.Con un respiro lieve prese la piccola tasca che custodiva la goccia di mare e la infilò nella giacca.
Non pesava più di un soffio.
Eppure sentì qualcosa muoversi dentro di lui, con la stessa calma delle maree che cambiano il volto della riva senza fare rumore.Le ante dell’armadio si richiusero lentamente.
La stanza ritrovò il proprio silenzio. Rimase ancora per qualche istante con una mano appoggiata sul legno.Da quella notte tornò spesso davanti all’Armadio delle Streghe Gentili.
Non per cercare altri doni.
Ma per ricordarsi che alcune porte non conducono in un luogo diverso: conducono verso una parte di noi che aspetta soltanto di essere riconosciuta.Per questo continuò ad ascoltare gli scricchiolii del legno, i sussurri appena percettibili e quei silenzi che sembravano raccontare più di qualunque parola .E comprese, con il passare del tempo, che il vero segreto dell’Armadio delle Streghe Gentili non era custodire meraviglie.
Era ricordare a chi trovava il coraggio di aprirlo che l’infinito non si possiede.
Si lascia cambiare.
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