3. 𝓥𝓮𝓻𝓲𝓽à 𝓷𝓪𝓼𝓬𝓸𝓼𝓽𝓮
𝐿𝑒 𝑣𝑒𝑟𝑖𝑡à 𝑣𝑒𝑛𝑔𝑜𝑛𝑜 𝑛𝑎𝑠𝑐𝑜𝑠𝑡𝑒, 𝑜𝑠𝑐𝑢𝑟𝑎𝑡𝑒 𝑑𝑎𝑙𝑙’𝑜𝑠𝑐𝑢𝑟𝑖𝑡à 𝑠𝑡𝑒𝑠𝑠𝑎. 𝐿𝑎𝑠𝑐𝑖𝑎𝑡𝑒 𝑐ℎ𝑒 𝑣𝑒𝑛𝑔𝑎𝑛𝑜 𝑑𝑖𝑚𝑒𝑛𝑡𝑖𝑐𝑎𝑡𝑒, 𝑒 𝑚𝑎𝑖 𝑝𝑖ù 𝑟𝑖𝑡𝑟𝑜𝑣𝑎𝑡𝑒.
Dalla parte opposta della città, la notte era sinonimo di festa. A quell'ora del giorno, però, le strade erano popolate solo da locali: alcuni serrati nel silenzio, altri vibranti di vita.
Tra questi spiccava il Kantharos, uno dei pochi che restava aperto anche alla luce del sole, ospitando persone di ogni rango. Accoglieva i più ricchi, che adagiavano i propri corpi sulle poltrone di velluto rosso richiedendo spettacoli esclusivi, ma anche chi poteva permettersi solo un drink su uno sgabello di pelle nera, godendosi i rari cantanti in cerca di fama.
Questo era il Kantharos: un locale che di notte regalava brio, facendoti perdere tra i fumi dell’alcol, e di giorno si trasformava in un rifugio dalla monotonia del lavoro.
Nilo lo sapeva bene; era proprio per questo che aveva deciso di tenerlo aperto ventiquattr'ore su ventiquattro, permettendo a chiunque di far parte di quel mondo. Ma per lui non era solo un affare. Quel locale, la sua "bimba", come amava chiamarlo, era una preziosa fonte di informazioni e di incontri singolari.
Lì, tra quelle mura, divinità di ogni genere si incontravano, dando inizio a ricordi legati al loro passato o a nuove possibilità di vita. Nilo conosceva bene la loro identità e la loro provenienza, ma teneva tutto per sé, nascondendolo persino al suo migliore amico.
«Guarda un po' chi si rivede, Nilo»
Nel sentire quella voce, un’ondata di nostalgia lo invase. Si voltò verso la porta, sorpreso di trovarsi davanti proprio la sua cotta adolescenziale: colui che per troppe notti aveva invaso i suoi sogni, facendolo sciogliere con quella voce roca e profonda.
«Elias? Non ci posso credere! Da quanto tempo non ci vediamo?»
Esclamò sorridendo, mentre faceva il giro del bancone per andargli incontro. Gli tese la mano e l'altro la strinse, senza mai perdere il sorriso radioso.
«Credo sia passato tanto tempo... forse anni?»
Ridacchiò Elias, osservandolo da capo a piedi.
Ricordava che, quando erano giovani, Nilo fosse un po’ più in carne, ma quel dettaglio non lo rendeva meno carino di quanto fosse ora. Il ricordo di come gli correva dietro, palesemente innamorato, lo fece sorridere ancora di più.
Chissà se prova ancora qualcosa o se è passato tutto.
Pensò non distogliendo lo sguardo dall’amico di vecchia data.
«Sì, penso dieci anni o forse più. Ma cosa ti porta qui, nel mio bellissimo locale?»
Chiese Nilo indicandogli con un gesto della mano un divanetto rosso, dove avrebbero potuto parlare in tranquillità.
«Sai, tu a differenza di molti nostri coetanei, hai avuto presto la consapevolezza di ciò che eri.»
Rispose Elias, sedendosi e venendo seguito dall'amico.
«Per questo ho bisogno di un tuo consiglio su come comportarmi.»
A quella strana richiesta, Nilo guardò l’amico di vecchia data con un sopracciglio alzato. Ma prima di lasciarlo parlare, chiamò un cameriere per farsi portare qualcosa da bere.
«Cosa vuoi?»
«Quello che preferisci, ma che non sia troppo forte»
Sorrise, mentre si toglieva la giacca e la posava al suo fianco.
«Devo pur sempre lavorare.»
«Allora, dimmi di più sul tuo piccolo problema. Cosa ti serve?»
Nilo si lasciò uscire una piccola risata divertita, poi ordinò due semplici caffè dandogli la completa attenzione non appena furono soli. Era strano che la divinità dei messaggi, Hermes, andasse a chiedere consiglio a Dioniso, l’unico dio che veniva considerato solo un misero ubriacone per ciò che donava.
«Dritto al sodo come sempre… Si tratta della divinità che devo controllare, aiutare e mettere sulla strada buona… O per meglio dire verso il suo destino.»
Elias sospirò guardando l'amico.
«Quindi? Qual è il reale problema? Non dirmi che ti è capitato un animale.»
Nilo rise, ma tornò serio quando vide che l’amico non lo seguiva a ruota.
«Aspetta… Chi è la divinità che ti hanno assegnato?»
Chiese ignorando persino il cameriere che era tornato con i caffè. Vi erano poche divinità che potevano preoccupare Hermes, ma una tra loro era la più problematica.
«Nilo questa volta come divinità mi è capitato Ares.»
Elias lo disse con un tono quasi rassegnato.
«Mi prendi in giro? Tu hai Ares?»
La faccia di Nilo assunse una strana smorfia: la bocca aperta per la sorpresa, gli occhi spalancati, e per poco se non fosse stato seduto sarebbe caduto a terra come un pesce lesso.
Tra tutte le divinità a cui poteva pensare, di certo non gli sarebbe venuto in mente proprio il Dio della Guerra, sapendo anche l’indole buona di Hermes.
«Mi prendi in giro? Lix, Ares è il più problematico…»
«Lo so, ma cosa posso farci? Il destino stavolta è stato crudele con me. Ma come faccio a farlo andare incontro al suo destino? Non so nemmeno dove si trova lei.»
A quelle parole pronunciate con rammarico, calò il silenzio improvvisamente. Lui, una divinità che non aveva mai sbagliato nelle vite passate, ora si trovava a non conoscere la strada per aiutare il suo amico. Per questo si era diretto verso il locale di Nilo, per essere aiutato.
«So che ti chiedo tanto, ma tu sai chi è lei? Dove si trovi? O qualsiasi cosa ti possa essere giunta all’orecchio?»
Portò lo sguardo su Nilo, il quale era rimasto in silenzio tutto il tempo. Ma il suo potere non si fermava solo alla velocità e l’attraversare i confini, Elias poteva leggere cosa stava girando nella mente del suo amico.
Per Nilo quella consapevolezza che Ares era sotto il controllo di Hermes, creò in lui una sorta di lotta interna.
Da una parte c’era quella che voleva fare il bravo, dire tutto all’amico, così da riuscire a porre fine alla maledizione di Afrodite. Dall’altra parte, invece, vi era quella comandata da quella persona, che lo teneva legato e teneva legato la sua amata.
Per questo si trovò a dover mentire, a non poter dire niente a Elias.
«Mi dispiace, amico. Purtroppo non so ancora niente di lei. Forse non si trova neanche in questa città.»
«Se così fosse… Lui non può adempiere al suo destino. E la morte lo troverebbe, senza che lui possa fare o dire niente.»
L’amarezza di quelle parole investì Nilo in pieno, che deluso dal suo proprio comportamento, mise una mano sulla spalla dell’amico cercando di consolarlo.
«Mi dispiace. Vorrei essere d’aiuto, ma a quanto pare sono inutile.»
«Non ti preoccupare, sono io che sono inutile in questo momento. Ero venuto qui con la consapevolezza che poteva essere un fiasco. Volevo aiutarlo, ma non ne sono capace.»
Sospirò e si alzò riprendendo la sua giacca, se la mise e guardò l’amico.
«Grazie di tutto, Nilo. Se però ti capita di avere notizie…»
«Sarai il primo ad essere avvisato. Anche se breve, mi ha fatto piacere rivederti, amico. La prossima volta parliamo di più.»
Si alzò anche lui, gli porse la mano che l’altro afferrò e strinse.
«Si, la prossima. A presto, Nilo.»
E come era arrivato, Elias lasciò il locale, amareggiato per come fosse andata la situazione, iniziando a perdere le speranze sul come aiutare l’amico.
Mi dispiace, Caleb.
Dalla parte opposta, invece, Nilo era rimasto immobile con lo sguardo sulla porta, da dove era andato via l’amico. Il tormento di avergli mentito lo avrebbe divorato in eterno, e lui come sempre non poteva fare niente.
Mi dispiace, ragazzi.
Pensò tornando poi al suo lavoro, cancellando come poteva tutto il tumulto che aveva in testa.
~~~~~~~~~~
Se al Kantharos il tumulto dei sensi di colpa echeggiava tra quelle mura, dalla parte opposta, Liam continuava il suo allenamento senza sosta.
Per tutta la mattinata, compreso il pomeriggio, aveva provato e riprovato, senza dare mai tregua ai suoi muscoli di riposare. Tutto ciò sotto lo sguardo di Caleb, che lo osservava stupido dalla tempra che possedeva, e che anche se per lui era perfetta l’altro sembrò non notarlo affatto, vedendola sempre imperfetta.
L’unico momento di riposo che si permise di avere il ballerino, fu quando, con entusiasmo, il manager entrò nella stanza informandolo sulla novità del tour.
Cosa che Caleb, dallo sguardo del moro, capì di non essere tanto d’accordo. Ma sembrava come se lui non avesse scelta, che anche se si fosse ribellato, lo doveva eseguire senza discutere. O Caleb semplicemente aveva travisato tutto, e il senso di forzatura era solo una illusione che aveva avuto.
Questo però non lo preoccupò minimamente. Il suo lavoro non era quello di fare il buon samaritano, ascoltandolo e porgendogli una spalla su cui piangere. Il suo compito era solo e soltanto quello di fare da guardia del corpo, e non si sarebbe distratto da ciò.
«Mi stai ascoltando?»
Scosse il capo, ritornando al presente e guardando il moro. Alzò un sopracciglio, confuso su ciò che gli stava dicendo. In realtà non aveva ascoltato neanche una misera parola, pensando solo ai fatti suoi.
«Cosa?»
«Bene, questo mi fa capire che non hai ascoltato un cazzo di quello che ti ho detto.»
Liam sbuffò, incrociò le braccia al petto e guardò di malo modo il biondo.
«Perdonami se il mio compito non è quello di ascoltarti, ma semplicemente tenerti al sicuro. Quindi non ti meravigliare se non ho ascoltato una sola parola.»
Ridacchiò alzandosi da terra, si mise il telefono in tasca non distogliendo lo sguardo dall’altro.
«Sei realmente un’idiota. E prendilo come un complimento, anche se io userei termini migliori.»
Disse acidamente, prendendo una bottiglietta di acqua stringendola nella mano, giusto per non buttarla in faccia al biondo.
«Come sei simpatico, guarda sto morendo dalle risate.»
Caleb parlò ironicamente, facendo spallucce, anche se dentro stava ribollendo di rabbia e voleva appendere al lampadario il moro.
« Quindi dimmi cosa vuoi?»
Liama quelle parole, a quella sua faccia da schiaffi, avrebbe voluto tirare realmente un cazzotto. Ma uno in pieno viso, lasciandogli il segno. Ma non poteva farlo, ancora una volta si trovava costretto a fare il bravo ragazzo, tutto per non dargliela vinta a quell'energumeno che aveva davanti.
«Ora torno a casa, mi cambio e vado a divertirmi. Se hai impegni puoi andartene. Non penso che serva la tua presenza, alla fine il tuo lavoro…»
«Ti bloccò dal continuare.»
Disse alzando la mano e fermandolo dal parlare, capendo che l’altro non aveva capito niente del compito che gli avevano assegnato.
«Il mio compito non si ferma solo allo studio o al palco, ma copre tutta la tua giornata. Quindi mettiti bene in testa che io, Caleb, non lascerò il tuo culo per nessuna ragione.»
Sul viso di Liam nacque un'espressione di sgomento all’informazione appena ricevuta. Non si sarebbe mai aspettato che quell’uomo lo dovesse seguire per tutto il giorno, persino dentro casa. No, non poteva essere. Lui aveva la sua vita, la sua routine, e il suo momento per assorbire la linfa. Ma con Caleb tra i piedi non poteva farlo.
«No. Non sono d’accordo su tutto ciò, non ero stato informato di questa clausola!»
Si avvicinò al computer, dove aveva lasciato il suo telefono, e compose il numero del suo manager il quale rispose in pochi secondi.
«Signore, si… Buonasera. Si, tutto bene… Volevo parlarle della guardia del corpo. Si… Tutto bene ma…»
Alzò gli occhi al cielo sentendo la voce del manager, che continuava a parlare e fare domande senza dargli tempo di esporre il suo dilemma.
«Signore, sono felice di sentire che i biglietti sono stati venduti tutti. Ma le vorrei parlare della mia guardia del corpo. Si… Lei non mi aveva detto che dovevo tenermelo tra i piedi anche a casa… No, non posso… Ma signore…»
Più provava a parlare, più il manager gli parlava sopra coprendo le sue parole. L’esasperazione che trasudava dal suo sguardo e dal suo camminare nervosamente avanti e indietro, fecero nascere sul volto di Caleb un piccolo ghigno divertito. Non gli serviva sapere cosa gli stava dicendo il manager dall’altra parte del telefono, perché lo poteva capire dai suoi gesti.
«Dannazione.»
Urlò esasperato lanciando il telefono contro il muro; non gli importava niente di quell’oggetto che si rompeva, gli importava solo che la sua libertà, adesso, era stata messa in discussione dalla presenza della sua guardia del corpo.
«Cosa ti ha fatto quel povero telefono? Non meritava tanto odio da parte tua.»
La presa in giro di Caleb mandò ancora più in bestia Liam, il quale si avvicinò alzando la mano chiusa in pugno. Lo mosse verso il viso del biondo, che schivò il colpo con un movimento veloce afferrandogli il polso facendolo girare su se stesso. Con un movimento deciso, lo costrinse ad appoggiare la schiena contro il petto, bloccandolo in una morsa d’acciaio con la mano libera che gli cingeva la vita.
A quel contatto, Liam sussultò, il respiro gli morì in gola. Il calore che emanava il corpo di Caleb gli attraversò i vestiti, e il battito del cuore sembrò iniziare a danzare velocemente. Era una sensazione strana, quasi destabilizzante: si sentiva prigioniero, eppure una parte profonda, quella legata a un passato che non ricordava, sembrava riconoscere quella morsa.
«Lasciami subito, brutto scimmione che non sei altro!»
Ringhiò, provando a muoversi, cercando in tutti i modi di liberarsi.
Caleb, dal canto suo non si mosse, avvicinò semplicemente il viso al suo orecchio, tanto che Liam poté sentire il fiato caldo sulla pelle.
«Regola numero uno: non alzare mai le mani su chi è addestrato per abbatterti in tre secondi.»
Sussurrò a bassa voce, con un tono tanto pericoloso che Liam sembrò tremare.
«Due: se vuoi andare in giro a divertirti, fai il bravo bambino oppure ti rinchiudo in casa e non ti faccio uscire. Chiaro?»
Il moro strinse i denti, cercando inutilmente di liberarsi dalla stretta possente. La vicinanza di Caleb lo stava confondendo, mandando in cortocircuito la sua mente e i suoi sensi.
«Ti odio.»
Mormorò, sperando che il biondo non lo avesse sentito, mentre stava smettendo di lottare.
«Oh! E non smetterai tanto presto di farlo.»
Caleb rispose con tono divertito, prima di allentare la presa e lasciarlo andare.
«Ti aspetto alla macchina, fai con calma. Piccola cosa… Non provare a scappare, so come trovarti.»
Si allontanò da Liam, gli diede le spalle e uscì dalla stanza, non aspettando neanche una risposta da parte dell’altro. Il quale era rimasto immobile, massaggiandosi il polso, dove era stato tenuto da Caleb. Sentiva, in quel preciso punto, un bruciore che sembrava non voler svanire.
Cosa diavolo è stato?
Pensò, mentre si appoggiava al muro cercando di calmare i pensieri e le sensazioni che lo stavano attanagliando. Chiuse gli occhi, fece alcuni respiri profondi, continuando a stringere il polso che si portò al petto.
Non aveva mai provato niente di tutto ciò con le sue conquiste, era sempre filato tutto liscio, ma lui non era una conquista. Quello scimmione, che tanto odiava, era la sua guardia del corpo.
Ora ricomponiti, vai a casa, vestiti per bene e vai a divertirti. Nessuno deve tormentarti.
Si disse riprendendosi dal momento di smarrimento. Prese e uscì dalla stanza raggiungendo l’auto.
Ma se Liam era confuso su quello appena successo, Caleb non era da meno. Subito dopo aver lasciato la stanza, si maledì per ciò che aveva fatto, o per meglio per averlo tenuto così vicino dopo i pensieri che aveva avuto quella mattina.
Entrò nella sua macchina, batté il pugno sul volante imprecando.
Che diavolo è successo?
Ciò che sentì mentre lo teneva tra le braccia, il calore che emanava quel corpo snello ma forte… sembrava una sensazione che già aveva sentito in passato. Qualcosa nascosto nel profondo, oscurato da una nuvola nera che non voleva sparire.
Deve essere uno scherzo, forse la stanchezza mi sta facendo uno strano effetto. Ricomponiti, Caleb. Hai del lavoro da fare.
Si disse poggiando la testa al sedile. Chiuse gli occhi, facendo dei profondi respiri. Nessuno, in tutta la sua vita, gli aveva mai provocato una simile confusione nella testa. Ma come aveva pensato, non aveva tempo di pensare a tutto ciò, aveva un compito da eseguire e fino a quando non l’avrebbe compiuto non ci sarebbero state altre distrazioni.
Riportò lo sguardo alla strada, vide Liam uscire dall’edificio e salire in macchina. Mise in moto e lo seguì verso la prossima destinazione.
Entrambi, nell’esatto momento in cui partirono verso casa di Liam, cancellarono ogni sensazione che avevano provato. Annullando tutto e pensando solo al resto della serata.
Ma non sapevano che il tempo dei segreti stava per scadere.
Tutto inizia a girare.
L’amore marcisce, la guerra svanisce.
La morte avanza, mentre la memoria si perde nel buio.
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