Storia · capitolo 4

FESTEGGIAMENTI FINITI MALE

STRANGELOVE IN A WORLD FULL OF NOTHING di Frances Gore

Londra, autunno 1987 e ricordi dell’ottobre 1984.

 

L’incubo di David era cominciato circa tre anni prima, quando aveva appena superato l’esame per ottenere il Membership of the Royal College of Surgeons. Superare quella prova non aveva solo rappresentato il riconoscimento delle sue conoscenze e competenze, ma gli aveva anche aperto le porte alle ambite posizioni di specializzazione in chirurgia. Ottenere quella qualifica gli aveva garantito l’onore di essere ammesso al prestigioso Royal College of Surgeons, un’istituzione simbolo di eccellenza e tradizione. Ma per suo padre, lo spietato uomo d’affari Richard Clarke, nemmeno quel traguardo era stato abbastanza da soddisfarlo.

Ripensò a come tutto fosse iniziato, e non poté fare a meno di riconoscere come il suo intelletto, la sua capacità di vedere e comprendere ogni cosa in profondità, fosse diventato un’arma a doppio taglio. Fin da bambino era sempre stato brillante, troppo brillante, tanto da sentirsi spesso fuori posto. Mentre i suoi coetanei giocavano, lui era già immerso nello studio, attirando sguardi di stupore misti a invidia. I professori e gli adulti gli dicevano che era un genio, ma a casa, sotto gli occhi del padre, quel dono diventava una colpa. Ogni suo traguardo veniva sminuito con freddezza e distacco. Suo padre sembrava ossessionato dal bisogno di "correggerlo," come se lui fosse un progetto in cui c’era sempre qualcosa di sbagliato. Aveva scelto medicina, spinto dalla passione di poter cambiare il mondo, ma per suo padre era solo l’ennesimo sbaglio: economia, secondo lui, avrebbe garantito il successo vero, quello che conta. Per quanto ottenesse il massimo in ogni esame, ogni trionfo era accolto da una critica sottile, da una frecciata velenosa che scivolava sotto la pelle come una lama affilata. Il suo genio, quella sua rara capacità di afferrare concetti complessi con una naturalezza invidiabile, era diventato il suo tormento, un tratto che lo faceva sentire ancora più isolato.

Le parole del padre, incise come cicatrici nella sua mente, continuavano a risuonare in un eterno eco anche in quel momento: “Questa strada non ti porterà da nessuna parte.”

Ricordava ancora perfettamente quando, nel dormitorio dell’università, Matt, il suo compagno di stanza, nonché miglior amico, gli aveva offerto della cocaina per la prima volta. Inizialmente non ne era stato molto convinto e aveva rifiutato per diverso tempo. Tuttavia, una sera, a seguito dell’ennesima discussione con suo padre, era crollato e aveva accettato di provarla, pervaso da un senso di sconfitta e frustrazione. Da quel momento, non aveva trascorso un solo giorno senza farsi di qualcosa, la droga divenne il suo rifugio. La sensazione di oblio che aveva provato grazie a quel primo tiro di coca, gli aveva fatto dimenticare per un attimo le continue critiche e vessazioni da parte del padre. L’oblio che gli aveva procurato era stato un balsamo per la sua anima tormentata. Le critiche incessanti del padre, il suo lamentarsi per la scelta di medicina invece di economia, il continuo sminuire i suoi brillanti risultati accademici, tutto si dissolveva in una nebbia di effimera beatitudine. Il suo costante senso di non essere il figlio perfetto per il suo vecchio, era diventato un peso insopportabile e la droga riusciva ad anestetizzare il suo dolore. Quel momento iniziale di “fuga” si era ben presto trasformato in una dipendenza crescente, un tiranno che lo privava della sua libertà e del suo futuro. Ogni giorno, da allora, aveva cercato quel barlume di oblio che solo la droga sembrava potergli offrire, scivolando così in un vortice di autodistruzione, costruito sulla consapevolezza di essere un’anomalia, una perfezione maledetta che nessuno, nemmeno suo padre, sembrava capire.

Col passare del tempo, si era reso conto di essere intrappolato in una spirale discendente, dalla quale però non desiderava uscire. Le amicizie genuine erano scomparse, sostituite da legami tossici con individui che condividevano le sue stesse dipendenze. Perché non si trattava soltanto di droga, ma anche di alcol e di sesso. Quando era strafatto di coca e ubriaco, tutti sapevano che amava scoparsi ragazze disinibite. Ogni incontro era fugace e privo di affetto, ma proprio per questo gli dava un’effimera sensazione di controllo. Non c’erano aspettative da soddisfare, non c’erano promesse né delusioni; solo corpi estranei che gli permettevano di perdere il contatto con la propria triste situazione.

In quei momenti, tra le braccia di sconosciute che lo vedevano solo come un uomo affascinante e sicuro di sé, David poteva dimenticare il suo passato. Ma quando l’eco dei respiri svaniva, quando la stanza ritornava nel silenzio, il peso di quel passato tornava sempre, lasciandolo a fissare il soffitto con un senso di vuoto ancora più profondo. Non rammentava di aver trascorso un solo week end in cui non se ne fosse portato a letto almeno tre o quattro, spesso anche nella stessa notte e a volte anche insieme. Gli si avvicinavano spontaneamente o gli erano presentate da altri tossici come lui e ogni volta erano sempre più spregiudicate. Aveva goduto tantissimo nel vederle contorcersi sopra e sotto di lui, gareggiando tra loro per dargli piacere, nella speranza di ricevere un bel regalo o qualcosa di più, ma la mattina successiva non si era mai ricordato un solo viso o un nome. Come fosse uno scherzo del destino, non aveva invece mai dimenticato quell’ultima, maledetta notte.

 

Ripensò ancora, per l’ennesima volta, a quella lontanissima sera di metà ottobre del 1984, qualche settimana prima dell’inizio della specializzazione in chirurgia pediatrica. Mentre stava aspettando l’arrivo di Matt che sarebbe passato a prenderlo, nella sua mente c’era stata solo una voce: quella di suo padre e le parole che l’uomo gli aveva rivolto.

Richard Clarke non era un uomo che si lasciava convincere facilmente. La sua visione del mondo era rigida, come scolpita nella pietra, plasmata da anni di successo spietato nel mondo della finanza. Quando David, poco più che ventenne, gli aveva comunicato la sua decisione di iscriversi a medicina, il silenzio nel grande studio di famiglia era stato assordante.

«Medicina?» aveva sussurrato infine Richard, il tono beffardo più tagliente di qualsiasi grido. «E cosa pensi di fare, salvare vite?»

Lui aveva provato a spiegare, ma suo padre lo aveva interrotto immediatamente con un gesto della mano, come se scacciare via le sue parole fosse sufficiente a distruggere anche i suoi sogni.

«Non hai capito niente, David. Il tuo posto è qui, con me. Non in qualche ospedale a curare sconosciuti. Sei un Clarke. Comportati come tale.»

Quella frase gli era rimasta impressa, come un marchio a fuoco. Tornava a tormentarlo ogni volta che metteva piede in aula, ogni volta che si immergeva nei libri di anatomia. Era diventata un’eco, un sottofondo costante nella sua mente, finché era arrivata quella maledetta notte che lo aveva costretto a rinunciare al suo sogno.

 

Era andato a festeggiare con gli amici in un pub underground nella periferia ovest di Oxford, avevano bevuto abbondantemente, lui forse, più di tutti gli altri. Ogni bicchiere gli era sembrato cancellare un frammento del suo disprezzo per se stesso, o almeno così aveva sperato. Aveva tirato tanta di quella coca, da aver perso il conto di quanti bigliettoni aveva dovuto sganciare al suo pusher. Ma i soldi non erano un problema, non lo erano mai stati. I Clarke erano talmente ricchi che non avrebbero saputo di che farsene di tutti quei soldi, nemmeno se avessero vissuto altre dieci vite. Eppure, in quella notte fatta di eccessi, aveva scoperto a sue spese che ci sono vuoti che neanche il denaro può riempire.

Il pub era immerso nella penombra, illuminata appena da luci rosse e violacee che si riflettevano sui bicchieri scheggiati. Lui era seduto al centro del gruppo, una pinta di birra in mano, il sorriso storto di chi cercava di dimenticare. I suoi amici avevano riso per tutto il tempo, le battute che si intrecciavano con il volume crescente della musica in sottofondo.

Ricordava perfettamente come, una melodia in particolare, lo avesse distratto dai suoi tristi pensieri.

Una ragazza si stava esibendo sul palco. La sua voce, nonostante la giovane età, era profonda e malinconica e aveva catturato a lungo la sua attenzione, sebbene avesse il cervello completamente offuscato a causa della sbronza e della droga. I loro sguardi si erano incrociati un paio di volte, mentre le note di “Somebody” dei Depeche Mode si susseguivano una dopo l’altra. Aveva percepito chiaramente il dolore che scaturiva dall’interpretazione e ne era rimasto affascinato. Era rimasto anche incantato dalla sua bellezza, fragile e algida. I suoi capelli erano talmente chiari da sembrare quasi bianchi, sottili e setosi e le ricadevano in morbide onde sulle spalle. La sua pelle era lattea come il marmo, con un leggero tocco di rosa sulle guance. Gli occhi erano di un verde chiarissimo, come quelli di un gatto. Era di una bellezza che incantava e affascinava, esattamente come era accaduto a lui quella sera. Inoltre, le parole della canzone, intonate con passione, gli erano sembrate toccare corde profonde nel suo cuore, corde che nessuno aveva mai nemmeno scorto. Era come se lei stesse cantando le sue stesse emozioni, quelle che non era mai riuscito a esprimere con le parole. Doveva essere davvero strafatto e stava sovraccaricato il cervello con inutili pensieri.

 

Dopo l’ultimo boccale di birra scura, Matt, il suo più grande amico, colui che lo aveva introdotto in quel mondo fatto di vizi e divertimento, aveva deciso che era arrivata l’ora di cambiare pub e di andare a divertirsi altrove, mentre lui, per diversi minuti ancora, non era riuscito a togliere gli occhi di dosso dalla ragazza che aveva appena terminato di cantare sul palco.

«Amico, hai esattamente lo sguardo di quando vuoi scoparti qualcuna,» gli aveva detto Matt ridendo.

«Hai perfettamente ragione, sono completamente fatto, eppure mi tira lo stesso per la biondina.»

«In effetti oggi ci hai dato dentro davvero, vuoi che vada a chiederle se è disponibile? Da quando ti conosco, dubito ci sia mai stata qualcuna che ti abbia rifiutato, ma potrebbe sempre esserci una prima volta,» gli aveva detto Matt ridendo e poi si era allontanato verso il palco.

Lui li aveva osservati chiacchierare per qualche minuto, con il cuore che gli batteva stranamente accelerato. Quando Matt aveva indicato nella sua direzione, la ragazza aveva lanciato un’occhiata nervosa e poi aveva abbassato lo sguardo. Un momento dopo, entrambi gli si erano avvicinati. La ragazza gli era sembrata imbarazzata, cosa piuttosto inusuale rispetto a tutte le sciacquette che gli si buttavano addosso ogni sera. Pur con la mente annebbiata dalla droga e dall’alcol era riuscito a notare anche un altro particolare. Lei teneva il voluminoso zainetto stretto tra le mani, davanti al corpo, come a proteggersi da qualcosa o da qualcuno.

«David, questa è Lily. Lily, lui è… David,» aveva annunciato Matt con un ghigno malizioso, strizzandogli l’occhio.

«Piacere,» aveva detto lui, abbozzando un sorriso. Il suo tono era stato rilassato, ma qualcosa in lei lo aveva messo stranamente a disagio.

«Ciao,» aveva mormorato lei, con un filo di voce, poi gli occhi si erano abbassati di nuovo, subito dopo averlo guardato per un breve istante.

In uno sprazzo di lucidità aveva pensato che sarebbe stato meglio tornarsene a casa da solo, per quella sera aveva già esagerato. Ma quando i suoi occhi si erano posati sulle labbra morbide e rosate di lei, i suoi buoni propositi erano andati a puttane. L’aveva presa sottobraccio e, insieme a Matt e una brunetta piuttosto su di giri, si era diretto verso la potente auto dell’amico. Matt si era messo al volante della sua Bmw M3 ed era partito sgommando, lasciando dietro di loro una scia di polvere scura. Avevano percorso pochi chilometri in assoluto silenzio, interrotto soltanto dalla musica elettronica proveniente dal poderoso sistema audio di cui era provvista la vettura, quando lui si era acceso una sigaretta con mani tremanti e aveva tirato una boccata profonda, espirando il fumo lentamente. La ragazza seduta accanto a lui, lo aveva guardato con un misto di paura e disprezzo, cominciando ad agitare nervosamente la mano davanti al viso, nel tentativo di scacciare la nuvola di fumo che si stava addensando nell’aria. Probabilmente non amava l’odore acre delle sigarette, aveva pensato in quel momento. Gli era anche parso di vederla tremare leggermente, ma lui non ci aveva badato troppo, aveva avuto in mente soltanto una cosa, farsela proprio lì, sul sedile posteriore dell’auto di Matt, certo che l’amico non avrebbe avuto nulla da ridire, in fondo non sarebbe stata nemmeno la prima volta. Chissà che cosa aveva pensato di loro in quel momento la biondina, senza dubbio che erano tre ragazzi strafatti, del tutto inaffidabili. Di sicuro lei non aveva visto l’ora di scendere dalla macchina. Ricordava di aver spento la sigaretta nel piccolo posacenere presente sullo sportello posteriore, poco al di sotto della maniglia della portiera e di esserlesi avvicinato con fare sensuale. O almeno così era sembrato a lui. Le aveva passato un braccio attorno alle spalle e aveva tentato di baciarla, ma il suo gesto era stato accolto con rigidità e tremore da parte della ragazza, la quale si era allontanata leggermente, quasi impercettibilmente, da lui. Era rimasto interdetto. Quando mai una donna, di qualsiasi età, lo aveva respinto? Annebbiato dagli stupefacenti e dall’alcol, aveva pensato che volesse fare un po’ la civetta per farlo eccitare maggiormente, così, dopo pochi istanti ci aveva riprovato e questa volta le aveva preso il volto tra le mani, impedendole di sottrarsi al bacio.

«No, per favore…» lo aveva supplicato lei, a un soffio dalle sue labbra. Ma lui era stato sordo alla sua richiesta e l’aveva baciata con feroce determinazione, costringendola, quasi con violenza, ad aprire la bocca e ad accettare l’intrusione della sua lingua. L’aveva baciata a lungo, ma la ragazza non aveva fatto il minimo accenno di voler accettare la cosa, anzi, aveva continuato a cercare di respingerlo puntando le esili braccia sul suo petto.

Non era forse salita in auto con lui per quello? Che diavolo gli aveva detto Matt per convincerla ad andare con loro? Non le aveva spiegato le sue intenzioni? Perché ora tutta quella ritrosia? Incapace di accettare il rifiuto, le si era buttato addosso con tutto il corpo, schiacciandola con il suo peso, le aveva afferrato una mano e se l’era messa sul vistoso rigonfiamento dei pantaloni.

«Toccamelo piccola, vedrai che ti piacerà, poi, se farai la brava, ti restituirò il favore.»

Ricordava ancora le parole volgari che le aveva rivolto. Lei si era affannata per cercare di ricacciarlo indietro, riuscendo a respingerlo solo con la forza della disperazione.

L’aveva guardata interdetto. «Perdonami, non avevo capito,» le aveva detto rimettendosi seduto al suo posto, accendendosi un’altra sigaretta e voltandosi verso il finestrino opposto.

Nel frattempo, la ragazza seduta sul sedile anteriore aveva estratto dal suo zainetto rosso, adornato di lunghe frange intrecciate, tutto l’occorrente per preparare una dose di eroina. Nonostante la scarsa illuminazione e la velocità sostenuta con cui l’auto stava marciando, la brunetta aveva riempito la siringa con abilità, disinvoltura e un ampio sorriso sulle labbra. Aveva poi chiesto ai suoi compagni di viaggio chi volesse essere il primo.

«Più tardi piccola, ho ancora in circolo quella che ci siamo fatti prima nel bagno,» aveva risposto Matt infilandole una mano sotto la gonna e prestando poca attenzione alla strada che stavano percorrendo.

«Io non mi faccio di quella roba,» aveva risposto lui serio, voltandosi poi verso Lily, la quale aveva scosso la testa in segno di diniego.

Ricordava esattamente tutta la conversazione che avevano avuto, come se si fosse svolta soltanto il giorno prima.

«E dai David, per una volta potresti provare, sei il solito guastafeste,» gli aveva rinfacciato Matt, osservandolo dallo specchietto retrovisore.

«Non mi interessa, lo sai che odio gli aghi quando vengono usati su di me e ho il terrore delle malattie che potrebbe trasmettermi quella dannata siringa.»

«Sei proprio un fifone, ragazzo, comunque questa siringa è nuova, assolutamente mai usata e io sono un’infermiera, sono certa che non sentirai nulla.»

«La mia risposta è sempre no!» aveva ribadito fissando fuori dal finestrino.

«Allora magari la tua amichetta vorrebbe provare…»

«I-io, no grazie. Mi avevate detto che mi avreste accompagnata a casa. P-per favore, potrei scendere qui?» aveva balbettato Lily stringendo forte la borsetta tra le dita.

«Come sei imbarazzata tesoro, ti assicuro che non c’è nulla di cui aver paura. Non dirmi che per te è la prima volta, ma quanti anni hai?» le aveva chiesto Matt mettendosi a ridere.

«Qua-quasi sedici.»

A quelle parole la sua mente era andata letteralmente in tilt. Aveva quindici anni? No, non era possibile che fosse attratto da una minorenne. Gli erano sempre piaciute le ragazze giovani ma era stato attento che fossero maggiorenni e soprattutto consenzienti, senza alcuna eccezione. In quel momento, con il membro ancora duro per quella ragazzina, si era sentito morire.

«Dai Lily, è così che hai detto di chiamarti, vero? Perché non la provi, sono certa che ti piacerà e che me ne chiederai ancora,» aveva insistito la brunetta, di cui lui non aveva mai ricordato il nome, con un sorriso malizioso sulle labbra.

«Lasciala in pace!» era intervenuto in tono severo, cominciando a sudare freddo. Come aveva potuto cadere così in basso?

«Dai solo un po’, vedrai che non te ne pentirai,» aveva incalzato la ragazza.

«Ti ho detto di smetterla!»

«Oh, per favore! Come se tu fossi un santo! E comunque, decidetevi, o tu o lei, non spreco della roba ottima per niente.»

«Fattela tu, allora.»

«Domani lavoro e mi sono già sballata più che abbastanza. Allora? Chi dei due?» La mora non aveva avuto nessuna intenzione di lasciar perdere.

«Ok, lo faccio io. Sbrigati prima che cambi idea,» era capitolato lui alla fine, con la nausea che gli era salita alla gola. E si era pentito di quella malaugurata decisione per il resto dei suoi giorni.

Quando aveva sentito l’ago entrargli nella vena, era già stato troppo tardi. Nel giro di pochi secondi aveva avvertito un’euforia che non aveva mai provato in vita sua, poi un senso di calore e una specie di calma si erano susseguiti rapidamente, come se si fosse distaccato da tutto ciò che avveniva all’esterno del suo corpo. Aveva guardato Lily, il volto pallido e terrorizzato, mentre la brunetta le si stava avvicinando con la siringa in mano.

«Ora tocca a te, carina, ne ho lasciata un po’ per fartela provare.»

«No, lasciala stare,» aveva detto lui, muovendosi come a rallentatore. Ma la ragazza aveva insistito ulteriormente e quella maledetta siringa gli era sembrata come una condanna a morte nei confronti della giovane.

Aveva fissato la biondina negli occhi e le aveva sussurrato: «Perdonami,» prima di riuscire ad afferrare la siringa e gettarla dal finestrino aperto.

«Sei proprio un coglione, amico. Hai buttato via almeno dieci sterline di roba buonissima!» aveva urlato la mora dal sedile anteriore.

«Te la ripagherò, stai tranquilla,» le aveva risposto cominciando a sentirsi sempre più euforico.

Avevano poi lasciato l’infermiera al dormitorio dell’ospedale ed erano arrivati al casolare di un quartiere estremamente degradato, in cui lui e Matt erano soliti portare la ragazze che volevano scoparsi.

«Questa volta la camera tocca a te, io mi accontenterò del divano,» gli aveva detto l’amico facendogli l’occhiolino.

Mentre gli effetti dell’eroina lo stavano avviluppando sempre di più, aveva cominciato a sentire una sorta di torpore avvolgerlo, rendendo difficile distinguere la realtà dalla nebbia dei suoi pensieri. La voce di Matt aveva echeggiato nella stanza, ma gli era sembrata lontana, come se provenisse da un altro mondo.

Ricordava di aver preso Lily per mano e di averla costretta, senza troppe cerimonie, a seguirlo nella camera al piano di sopra. Aveva chiuso a chiave la porta della stanza fredda e l’aveva spinta sul letto, sopra le lenzuola logore e stropicciate.

«Finalmente soli,» le aveva detto con voce carica di desiderio. Si era acceso una sigaretta e aveva notato le sue mani tremare notevolmente. Che cosa mi sta succedendo? L’eroina lo stava divorando dall’interno lasciandogli ben poca consapevolezza di ciò che stava facendo, eppure una voce flebile e lontana, forse quella della sua coscienza, stava gridando.

La ragazza era rimasta immobile sul letto sfatto e lui ne aveva approfittato per posarle le mani sul corpo minuto, accarezzandole la pelle morbida con incontrollabile frenesia.

«Non aver paura,» le aveva sussurrato a un orecchio. «Vedrai che ti piacerà.» Ma le sue parole erano risuonate false, persino alle sue stesse orecchie.

«Apri la porta, ti prego, lasciami andare,» lo aveva implorato lei, cercando disperatamente di liberarsi dall’abbraccio opprimente.

La paura che aveva letto negli occhi di Lily lo aveva fermato per un istante e aveva sentito la nausea montargli dentro. In quel momento non aveva saputo dire se fosse per la droga o per il disgusto di se stesso, aveva soltanto saputo che quella notte, quel momento, lo stava trascinando in un baratro ancora più profondo di quello in cui si trovava già da diversi mesi. Aveva scosso violentemente la testa, come a liberarsi di quei pensieri del tutto inopportuni e aveva ricominciato a palpeggiarla, sollevandole la gonnellina fino all’orlo delle mutandine.

Lei era rimasta come paralizzata, incapace di parlare, di urlare, di muoversi di un solo centimetro. La sua immobilità gridava il suo terrore, lo sgomento di fronte a quello che stava accadendo, ma lui era sprofondato nuovamente nel suo torpore, troppo lontano dalla realtà per ascoltare il suo appello silenzioso. E così, nell’oscurità della stanza, nell’abisso dell’indifferenza e della disperazione, aveva continuato a toccarla e a baciarla, consapevole soltanto del desiderio bruciante di scoparla che lo consumava dall’interno. Le aveva slacciato la camicetta, scoprendo un seno pieno e sodo, a stento trattenuto dal reggiseno in semplice cotone e il suo cazzo si era messo a pulsare con insistenza, gonfiandosi vistosamente nei pantaloni.

«Lasciati andare piccola. È una cosa del tutto naturale. Sono un dottore, sai? Non devi avere paura di me.» Le sue dita avevano continuato a frugarle il corpo. «Guarda qui, il tuo collo... così morbido e delicato. E le tue spalle, così tese... hai bisogno di rilassarti.» Aveva utilizzato una sfumatura morbida della voce, ma il suo tocco era stato rozzo, invadente. Aveva percorso la sua pelle candida con un dito e si era fermato all’altezza del seno. «Qui si trova il grande pettorale, è il muscolo più esteso del petto, però tu lo nascondi bene con le tue tette sode. Sento il tuo cuore battere velocemente. Hai qualche preoccupazione, piccola?» le aveva chiesto, continuando a esplorare senza permesso. Aveva portato le mani ancora più in basso, accarezzandole la vita e i fianchi. «Devi permettermi di prendermi cura di te, sai? Devi fidarti di me.»

Da parte della ragazza non era arrivato alcun cenno e lui aveva proseguito, gli effetti della droga gli avevano ormai intorpidito completamente la mente, lasciandolo insensibile a qualsiasi altra sensazione che non fosse appagare le sue voglie.

«Non preoccuparti, cara. Io so cosa fare per aiutarti. Tu devi solo rilassarti e lasciarmi fare.» Aveva pensato che lei si stesse finalmente rilassando, completamente cieco al terrore dipinto sul viso di Lily. «Ora il tuo ventre, così morbido e seducente. Qui è dove risiede la tua femminilità e il mio piacere. Devi imparare ad accettarlo e a consentirmi di prenderlo liberamente.» Le sue dita avevano continuavano a muoversi senza sosta, esplorando ogni centimetro di quel giovane corpo.

«Lasciami andare,» lo aveva allora implorato lei disperatamente.

Ma lui le aveva chiuso la bocca con le sue labbra avide e non le aveva più dato alcuna tregua, né la possibilità di gridare per chiamare aiuto. L’aveva schiacciata sul materasso, mentre il suo bacino premeva dolorosamente contro quello di lei. Voleva di più, voleva penetrarla, voleva scoparla come un animale in preda a una voglia primitiva. Il cazzo aveva iniziato a premergli contro l’elastico dei boxer e lui non aveva visto l’ora di metterglielo dentro. Si era slacciato il bottone dei jeans e poi aveva abbassato la cerniera lampo. Aveva preso la mano di Lily e se l’era messa tra le gambe.

Lei non aveva collaborato, gli occhi serrati e le membra rigide. Fatto com’era, lui non si era reso conto di nulla, gli era interessato soltanto il suo piacere, senza preoccuparsi minimamente di quello che la sua partner stava sopportando.

Aveva poi ricominciato a baciarla, espirandole il fumo della sigaretta in bocca. Aveva riso quando lei aveva cominciato a tossire, tuttavia, nel momento in cui lei gli aveva morso il labbro superiore a viva forza, si era staccato dalla sua bocca con rabbia e frustrazione.

Ricordava perfettamente lacrime di terrore far capolino dai bellissimi occhi di Lily e scorrerle copiose lungo le guance pallide. Un brivido di rimorso gli aveva attraversato la schiena, diradando per un istante il velo di nebbia causato dalle droghe e dall’alcol e permettendogli di vedere la situazione con chiarezza. Era stato come se una lama di ghiaccio lo avesse attraversato, tagliando via il torpore che la droga gli aveva imposto. L’immagine di Lily davanti a lui, con le guance solcate dalle lacrime e il corpo rigido come una statua, si era cristallizzata nella sua mente, più nitida e spaventosa di qualsiasi altra cosa. Il silenzio nella stanza era stato insopportabile, quasi assordante. Lily non aveva emesso più alcun suono, solo quei singhiozzi sommessi e soffocati che, in quel momento, lo avevano devastato. Un’ondata di orrore lo aveva travolto. La realtà era stata lì, davanti a lui, brutale, innegabile.

«Che cosa ho fatto…?» aveva sussurrato, quasi senza fiato, mentre la sua mente tentava di negare ciò che il suo corpo aveva compiuto. Aveva sentito il gelo scorrergli nelle vene, il cuore che si stringeva in un groviglio di rimorso e disgusto.

Quando si era allungato verso il comodino sverniciato per prendere un fazzoletto e asciugarle le lacrime, Lily era ancora lì, immobile, con gli occhi chiusi e il corpo che tremava impercettibilmente.

«Io… io non avrei dovuto… Non volevo… Dio, non volevo farti del male,» aveva balbettato, la voce incrinata dall’angoscia. Ma sapeva che le sue parole non significavano nulla, erano vuote e inutili, incapaci di cancellare quello che era accaduto. Con mani tremanti, le aveva passato il fazzoletto sulle guance pallide, tamponando delicatamente le lacrime che ancora scendevano. Ogni suo gesto era incerto, eppure quel contatto, anche se gentile, non l’aveva fatta smettere di singhiozzare. Aveva guardato Lily ancora per un attimo, cercando di trovare il coraggio di dirle qualcosa, qualunque cosa che potesse dare un senso a quel disastro, ma le parole gli erano rimaste bloccate in gola.

Aveva continuato a fissarla, il cuore che martellava sempre più forte. Non era il battito accelerato dell’euforia, quello che accompagnava le serate di sballo, ma qualcosa di completamente diverso: una consapevolezza terribile, lacerante. Le si era avvicinato lentamente, senza neanche sapere cosa fare.

Lily era rimasta immobile, rannicchiata contro la testiera del letto. Ricordava i suoi occhi lucidi, fissi su di lui, pieni di terrore.

Aveva teso il braccio, come per sfiorarle il viso, ma il tremore di lei, gli aveva fatto ricadere il braccio lungo il fianco.

«Va tutto bene, okay? Non ti farò niente, te lo prometto,» aveva continuato, con una voce che tradiva un senso di disperazione. «Voglio solo… scusarmi. Non avrei dovuto toccarti.» Le aveva sistemato una ciocca di capelli dietro l’orecchio, un gesto lento e delicato, quasi protettivo. Poi, senza pensarci troppo, aveva tentato di circondare le spalle con un braccio.

Il contatto era stato come un’esplosione. Lily si era divincolata immediatamente, scattando come una molla. «Non avvicinarti!» aveva gridato, la voce spezzata da un singhiozzo.

Si era allora alzato dal letto, sentendo il pavimento freddo sotto i piedi scalzi, come se quel gelo potesse riflettere la sensazione che lo stava lacerando dentro. Doveva chiamare un taxi e farla tornare a casa, immediatamente. «Ti chiedo scusa... Lily, non è questa la persona che sono,» aveva sussurrato, la voce rotta, mentre si chinava per raccogliere il giubbotto abbandonato sul pavimento.

La ragazza ne aveva approfittato per scappare. Era scattata in piedi come una molla, aveva afferrato al volo lo zainetto che lui aveva gettato con noncuranza sul pavimento quando erano entrati nella stanza e si era lanciata fuori dalla finestra rotta, in un gesto disperato.

Lui era rimasto immobile per qualche istante, come se non fosse stato del tutto certo di quello che aveva visto. Poi era corso verso la finestra e aveva guardato a terra. Nella semioscurità del vicolo aveva scorto il corpo minuto riverso sull’erba umida. In quell’esatto istante, la tragedia di cui era stato l’artefice, gli si era svelata davanti agli occhi dissipando totalmente il manto oscuro con cui l’eroina l’aveva avvolto. La brutalità delle sue azioni gli era apparsa in tutta la sua cruda realtà, mentre la sua mente si riempiva nuovamente di orrore e rimorso.

Con il cuore in gola, era corso giù per le scale, chiamando a gran voce Matt affinché lo seguisse all’esterno.

L’immagine di Lily distesa inerme, continuava a tormentarlo anche ora, a distanza di anni, ma quando avevano raggiunto il vicolo, lei non c’era più, l’unica traccia del suo passaggio, era stata una macchia di sangue sull’erba umida.

Doveva trovarla, doveva accertarsi delle sue condizioni, si era detto. Maledizione, era tutta colpa sua! Cristo santo, aveva soltanto quindici anni, come aveva potuto farle una cosa del genere?

Matt gli aveva suggerito di cercare la ragazza nei dintorni separatamente, convinto che non avrebbe potuto fare molta strada, soprattutto se si era ferita. Senza esitare ulteriormente, l’amico, ancora visibilmente alterato dalla droga, era salito in auto, mentre lui aveva cominciato correre a perdifiato, gli occhi fissi sui vicoli bui e sulle strade deserte, alla ricerca di qualsiasi indizio che potesse condurlo a lei.

«Eccola lì,» aveva urlato tirando un sospiro di sollievo, vedendola camminare speditamente sul ciglio della strada.

Ma la gioia per averla ritrovata era durata solo un attimo. Tutto era accaduto come in un incubo, l’auto di Matt era sbucata dal nulla e aveva investito Lily in pieno. La vettura era sfrecciata per qualche decina di metri ancora, poi si era schiantata contro un albero a lato della carreggiata. Matt era morto sul colpo, anche a causa del mancato utilizzo delle cinture di sicurezza, la sua vita spezzata in un istante e solo per colpa sua.

Aveva cominciato a gridare con tutto il fiato che aveva in corpo, cadendo in ginocchio sull’asfalto bagnato. Poi si era alzato barcollando ed era corso fino al corpo innocente di Lily per accertarsi delle sue condizioni. L’aveva trovata immobile e sanguinante e, scostandole i capelli dal volto, aveva intravisto i suoi occhi vitrei che lo fissavano, apparentemente privi di vita. Le aveva preso il polso per verificare il suo battito cardiaco, ma non era riuscito a sentire nulla. Ciò gli aveva provocato un freddo brivido lungo la schiena, alimentando il panico che gli attanagliava il cuore. L’orrore di ciò che aveva fatto gli era apparso chiaro davanti agli occhi. Pochi istanti dopo si era accasciato a terra accanto a lei, le mani ricoperte di sangue, la testa che pulsava di dolore. Tutto gli era sembrato così surreale, nel silenzio rotto soltanto dal crepitio delle lamiere contorte dell’auto, poi aveva perso i sensi.

 

Le immagini di quella fatale sera continuavano a tormentare la sua mente come spettri invocati dalla sua coscienza ormai straziata. Ogni dettaglio, ogni frammento di quella tragedia, si ripeteva incessantemente nelle lunghe notti insonni. Le sequenze si rincorrevano nei suoi sogni infranti, come fantasmi insaziabili che non gli concedevano tregua. Il dolore fisico si mescolava al tormento dell’anima, creando un turbinio di sensazioni oscure che lo avvolgevano, rendendo ogni respiro un ricordo di ciò che non avrebbe mai potuto cancellare.

Torna alla scheda dell’opera

Dopo questo capitolo puoi leggere anche