Storia · capitolo 8

- Questione di tempo -

Artemys di dblackangel

Quella settimana era trascorsa come in un frullatore. Sette giorni in cui la parola "normale" aveva ufficialmente perso di significato, tra lezioni all'Accademia, turni al locale e le continue, estenuanti ripetizioni sul mondo moderno a un ragazzo-gatto del Settecento.

Il giorno dopo il suo arrivo, alle 6:45, la sveglia sul comodino di Zoe iniziò a suonare. Nel giro di un millisecondo, un proiettile di pelo nero si lanciò dalla poltroncina dritto sul petto della ragazza.

«Svegliati... Ehi, ragazzina! Svegliati!» strillò Artù, con gli occhi sgranati per il terrore e il pelo completamente dritto, lasciandosi sfuggire un miagolio disperato. «Ehi, ragazzina! Ragazzina, avanti, svegliati!»

Zoe si svegliò di soprassalto, quasi senza fiato per il peso improvviso del gatto.

«A-Artù! Ma... che ti prende?» sbadigliò, stropicciandosi gli occhi ancora appesantiti dal sonno.

«Ah! Non riesco a far smettere questo... "coso"!» esclamò lui, indicando la sveglia con la zampa tremante.

Zoe allungò una mano e premette il tasto per azzittire l'apparecchio, facendo calare improvvisamente il silenzio nella stanza. Artù si immobilizzò, guardando l'oggetto con profondo sospetto, per poi assumere un'espressione completamente sconvolta.

«Tutto qui?! Bastava premere lì per spegnere quell'"aggeggio infernale"?» disse, visibilmente contrariato per aver perso la faccia in quel modo.

Zoe scoppiò a ridere, raggomitolandosi sotto le coperte. «Benvenuto nel futuro, Artù. Ora scendi, mi stai schiacciando i polmoni.»

All'Accademia, i progetti di coppia assegnati dal professor Oliver erano ormai entrati nel vivo. Nelle diverse aule sparse per l'istituto, le prove procedevano tra scintille e incomprensioni.

Nell'aula d'angolo, Zoe e Demian erano già a buon punto; avevano scritto e impostato qualche strofa. Lei finì di cantare l'ultima nota, lasciando che la voce sfumasse dolcemente nel silenzio della stanza. Demian staccò le dita dal pianoforte, permettendo all'eco del pezzo di svanire lentamente. Rimase a fissare i tasti per qualche secondo, serio, prima di voltarsi verso di lei.

«L'attacco della seconda strofa era decisamente migliore rispetto a ieri...» disse lui con il suo solito tono distaccato, anche se un piccolo cenno del capo tradiva la sua approvazione. «Hai un buon controllo sul finale.»

«G-grazie...» Zoe strinse il foglio del testo tra le mani, sentendo le guance scaldarsi leggermente. «Anche il nuovo arrangiamento che hai fatto... ci sta davvero bene.»

«Che abbiamo fatto...» Demian chiuse lo spartito con un colpo secco.

L'imbarazzo calò di colpo come un muro invisibile tra di loro. C'era una sintonia innegabile quando si trattava di note, ma anche un profondo, costante disagio non appena la musica finiva. Puntuale come sempre, suonò la campanella a decretare la fine della lezione.

«A-alla prossima...» mormorò Demian.

«C-certo, a domani» rispose lei, affrettandosi a infilare le sue cose nella borsa per sfuggire a quel silenzio diventato improvvisamente troppo pesante.

In un'altra aula dell'istituto, l'atmosfera era l'esatto opposto. Lì dentro si stava consumando una vera e propria guerra diplomatica. Milly e Matilda si stavano scambiando occhiate di puro fuoco davanti a un pianoforte e a una chitarra.

«Ti ho detto di no, Milly! Non se ne parla nemmeno!» stava esclamando Matilda, le braccia rigidamente incrociate e un'espressione sdegnosa. «Non rovinerò la mia esibizione inserendo una base rock o pop, o qualunque sia quella tua robaccia che continui a proporre!»

«Ah! La tua esibizione? E non è robaccia, è un arrangiamento pop-elettronico moderno!» replicò Milly a tono, gesticolando furiosamente con il plettro in mano. «Il professore ha chiesto un lavoro di coppia! Se facciamo solo quello che proponi tu... la tua solita ballata classica e noiosa, finiremo per far addormentare tutta la classe!»

«Preferisco farli addormentare con classe piuttosto che farmi cacciare dall'aula per aver trasformato il teatro in una discoteca di quartiere...» ribatté Matilda con una risatina velenosa, voltandole le spalle per sistemarsi i capelli allo specchio.

Milly alzò gli occhi al cielo, stringendo i pugni e trattenendo a stento un urlo. «Lavorare con te è un vero incubo!»

Poco più in là, vicino alla zona dei laboratori, Eva e Vanessa erano immerse nei loro appunti. O meglio, Eva, da perfetta prima della classe seria e preparata, era concentratissima sugli spartiti, mentre Vanessa la fissava con l'aria totalmente persa di chi sta guardando dei geroglifici egizi.

«...quindi, Vanessa, quando la melodia arriva a questo punto, il tempo della canzone rallenta. Tu devi semplicemente seguire il mio tempo e alleggerire il tocco sui tasti, vedi? C'è scritto ritardando sullo spartito. Chiaro, no?» spiegò Eva, indicando il foglio con la punta della penna.

Vanessa batté le palpebre un paio di volte, arricciando il naso con la sua solita, disarmante ingenuità. «Uhm... sì. Cioè, no... Aspetta. Cos'è che devo ritardare? Se arrivo in ritardo sulla nota non andiamo fuori tempo? Non possiamo semplicemente suonare dritto dall'inizio alla fine?»

Eva si lasciò sfuggire un sospiro rassegnato, massaggiandosi le tempie per scacciare la flemma. «Vanessa, non devi fare ritardo tu. È la velocità del brano che diminuisce per dare più emozione. È una scelta espressiva, non un errore.»

«Ah!» esclamò Vanessa, illuminandosi per un secondo, prima di tornare a farsi dubbiosa. «E... esiste un manuale per questo? Perché non mi scrivi sul quaderno esattamente quale tasto premere e quando...?»

Eva sorrise nervosamente, mossa da una pazienza infinita. – Ci metteremo solo il triplo del tempo rispetto a tutti gli altri... – pensò, lasciandosi sfuggire un debole sospiro.

I pomeriggi di Zoe si erano trasformati in una maratena senza sosta, divisi rigorosamente in due metà: le lezioni all'Accademia e i turni al The Corner, il locale di suo padre. Tra comande da prendere, caffé da servire di corsa e le infinite, bizzarre lezioni di storia moderna che doveva impartire a un gatto del Settecento non appena metteva piede in camera, le sue giornate volavano via lasciandola esausta.

Non era affatto facile mantenere il controllo. Tra la scuola, il segreto di Artù da custodire gelosamente e la paura costante di passare per pazza se avesse detto qualcosa a qualcuno, Zoe sentiva di camminare continuamente su un filo sottile.

Il weekend non concesse tregua, trascorrendo tra i tavoli affollati del locale, i libri di scuola e i continui dubbi filosofici del suo insolito coinquilino a quattro zampe. Ma fu proprio in quei due giorni di caos, mentre cercava di riordinare i pensieri, che una strana e sgradevole sensazione iniziò a farsi strada nella sua mente.

Un brivido leggero e persistente dietro il collo, come l'inquietante impressione di essere costantemente osservata da qualcuno nascosto nell'ombra.

Ogni volta che Zoe si voltava di scatto lungo la strada o tra i tavoli del locale, però, non trovava mai nessuno. Scosse la testa, convincendosi che fosse soltanto la stanchezza a giocarle brutti scherzi. Eppure, dentro di lei, qualcosa le diceva che non era semplice suggestione.

Continua...


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