Storia · capitolo 6

- Un Passo di Troppo -

Artemys di dblackangel


Nell'ufficio della preside, l'aria era pesantissima.

«È stata lei! Si è fiondata contro il mio tavolo e mi ha rovesciato addosso il pranzo di proposito, senza alcun motivo, è una pazza! Guardi cosa mi ha fatto!» strillò Matilda, indicando con un dito tremante di rabbia la sua giacca candida, ormai irrimediabilmente macchiata.

«Non è affatto vero! È lei che è una squilibrata... È una falsa... È lei che ha iniziato perché...»

«Silenzio!!» La voce della preside scoppiò nell'ufficio come una fucilata, facendo zittire entrambe le ragazze all'istante. La donna le fissò da sopra i suoi occhiali sottili con uno sguardo che avrebbe potuto congelare l'inferno.

«Non mi interessa chi ha iniziato...» continuò la preside, con la voce pericolosamente bassa e affilata. «Quello che so è che due studentesse del secondo anno dell'Accademia si sono prese a zaffate di cibo davanti a tutta la scuola, comportandosi come due ragazzine dell'asilo.

Questo istituto esige decoro, disciplina e rispetto. Non tollero queste bravate nella mia scuola...»

Matilda aprì la bocca per protestare, ma un'occhiataccia della preside la bloccò sul nascere.

«M-ma... signora preside, mi lasci spiega...»

«Niente "ma". Per questa volta vi risparmio la sospensione solo perché siamo all'inizio dell'anno, ma consideratelo il vostro solo e unico avvertimento. Ora filate in bagno a ripulirvi e poi subito in classe. Se sento volare un'altra mosca, potete ritenervi sospese. Sono stata chiara?»

«S-sì, signora...» mormorarono in coro, abbassando la testa.

Pochi secondi dopo, la porta della presidenza si chiuse con un clic secco. Matilda scattò in avanti, superando Milly con una spallata rabbiosa. «Questa me la paghi», sibilò tra i denti, prima di allontanarsi a passi veloci verso i bagni.

Milly lasciò andare un lungo sospiro, ripulendosi un pezzetto di purè dalla fronte. «Che

giornata... ma dove sarà Zoe...» borbottò.

Ma, ben lontana dal caos della mensa e dai corridoi affollati, Zoe si trovava davanti a un problema decisamente più assurdo.

Il gatto scattò in posizione di difesa, pronto a scappare «Presto!» ordinò alla ragazza con un sibilo autoritario «Dobbiamo andarcene... seguimi!»

Si voltò e iniziò a correre.

Zoe esitò, solo un istante e poi lo seguì, convinta di essere impazzita - E adesso? Dove diamine mi porterà questa creatura? - si domandò

«Ehi, ma... dove stiamo andando?» Chiese con il fiato corto.

«Tu continua a correre! Dovrebbe esserci un'altra via d'uscita da questa parte!» rispose il gatto. Almeno spero... aggiunse tra sé, con un briciolo di ansia.

«Aspetta... Ma quindi tu parli davvero?»

«Sì, sono un gatto che parla, complimenti per l'osservazione! Ma non c'è tempo per le spiegazioni, non sprecare il fiato e corri!»

Arrivarono davanti a un condotto d'aria arrugginito che si infilava direttamente nella parete di pietra. Il gatto ci saltò dentro senza esitare. Zoe guardò l'apertura con il cuore in gola.

«S-sicuro che ci passo, io?» chiese, fissando lo spazio angusto.

«Certo che ci passi, non essere ridicola! Muoviti, prima che ci trovino!»

«O-ok...»

Zoe si infilò nella tubatura, strisciando a fatica. L'aria era umida e fredda, e il rumore dei suoi movimenti rimbombava metallico tutto intorno.

«Dove conduce questo passaggio? È sicuro passare per di qua?» chiese lei, tossicchiando per la polvere.

«Sì, sì, meno chiacchiere e continua a muoverti. Tra poco saremo arrivati.»

Continuando a strisciare attraverso i condotti di aerazione, arrivarono finalmente a una grata sgangherata. Zoe la spinse con forza e, con un po' di contorsionismi, riuscì a calarsi giù, atterrando con i piedi su un pavimento di legno.

Si guardò intorno a bocca aperta: erano sbucati in un posto avvolto nella penombra, che profumava di legno e velluto. Alle pareti c'erano grandi specchi da camerino illuminati da lampadine calde, mentre su lunghi stand erano appesi splendidi abiti di scena luccicanti. Qua e là c'erano poltroncine di velluto rosso e tavoli da trucco ordinati. In alto, file di riflettori e tendaggi scuri incorniciavano lo spazio: era il backstage del teatro della scuola.

«Wow... Potevi anche dirmelo che finivamo qui. Sarei stata meno in ansia,» borbottò Zoe, spolverandosi i jeans e cercando di riprendere fiato.

L'animale si guardò intorno con stupore. «Non sapevo nemmeno che... Aspetta, cos'è questo posto?» Il gatto capì subito: il tempo era cambiato. Non era più nel mondo che conosceva.

Zoe, però, non lo ascoltava. Oltre il pesante sipario rosso provenivano delle voci. Incuriosita, si avvicinò e scostò un lembo della tenda per spiare.

Sotto le luci dei riflettori c'erano Matilda, che si era ripulita dopo il disastro in mensa, e

Demian. Sembravano nel mezzo di un esercizio di recitazione.

Zoe si sporse troppo. Un centimetro di troppo.

Il piede si impigliò nella base pesante della tenda e lei perse l'equilibrio. Cercò di aggrapparsi al velluto, ma la stoffa le scivolò tra le dita e, con un gemito, Zoe rotolò in avanti, sul pavimento di legno lucido, finendo in pieno centro del palcoscenico.

Il tonfo della sua caduta echeggiò nell'immenso teatro.

Per due secondi calò un silenzio assoluto. Dietro il sipario, Artù era nascosto nell'ombra, invisibile a tutti.

Poi, dalla platea, arrivarono delle risate. Tra le prime file, Milly ed Eva sgranarono gli occhi, guardando l'amica come se fosse apparsa dal nulla.

Matilda si irrigidì, fulminandola con uno sguardo terribile. «Ma che... tu?!» sibilò furiosa.

Demian rimase a guardarla. Sul suo volto solitamente serio passò un'espressione divertita: si trattenne dal ridere, ma un sorriso ironico gli piegò le labbra. Si ricompose subito, però, sotto lo sguardo glaciale di Matilda.

Zoe, rossa per la vergogna, si alzò a fatica massaggiandosi il gomito. Cercando di mantenere la calma, accennò una risatina nervosa. «S-salve... Scusate...»

Dalla prima fila, un uomo si alzò lentamente. Non sorrise, né fece battute. La fissò con sguardo freddo e severo, visibilmente infastidito dall'interruzione. Avanzò verso il palco.

"E lei... chi sarebbe?" disse 

Zoe strinse i denti, sentendo le guance andare a fuoco sotto il peso di tutti quegli sguardi. Poi i suoi occhi si posarono sull'uomo che stava salendo i gradini del palco. Era alto, con quel completo scuro d'altri tempi, un cappello a cilindro e due occhi ambrati che la fissavano con una severità disarmante.

Non aveva la minima idea di chi fosse, ma in quel momento capì di essersi cacciata in un guaio grosso...

Continua...



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