Storia · capitolo 4

- Senza via d'uscita -

Artemys di dblackangel

Zoe si voltò di scatto, con il cuore che le batteva forte per lo spavento.

A pochi passi da lei, un bidello dal volto tranquillo e i capelli brizzolati la guardava con curiosità, ma in modo gentile. Aveva un mazzo di chiavi appeso alla cintura e un sorriso comprensivo sul viso stanco.

«Tutto bene? Hai perso qualcosa?» chiese l'uomo con voce pacata, facendo un cenno verso l'uscita. «Ti posso aiutare... ma facciamo in fretta. La scuola sta per chiudere, tra poco devo sbarrare il portone principale.»

Zoe buttò fuori il fiato tutto in un colpo, passandosi una mano sulla fronte. Lo spavento di essere stata scoperta si sciolse all'istante davanti alla gentilezza di quell'uomo.

«Oh... sì, mi scusi... Cioè volevo dire no! Non ho perso nulla. Stavo proprio per andare via,» rispose, cercando di darsi un contegno e sfoggiando un sorriso tirato.

Afferrò lo zaino da terra, se lo gettò in spalla e salutò l'uomo con un rapido cenno della mano. «Grazie... arrivederci!»

«Arrivederci...» replicò il bidello, non molto convinto. La trovò strana, ma si incamminò comunque con calma verso la fine del corridoio.

Zoe allungò il passo verso l'uscita principale, sentendo l'aria fresca del pomeriggio accarezzarle le guance. Una volta sul marciapiede, però, la frustrazione prese il sopravvento.

Non solo aveva dovuto mentire a Milly ed Eva, ma era rimasta lì a fissare un banale pezzo di metallo senza ricavarne un bel nulla. Eppure era strasicura di ciò che aveva visto.

Quella luce, quella fessura... non possono essere state un'allucinazione... pensò.

Scosse la testa infastidita, sistemandosi lo zaino. Avrebbe cercato le risposte l'indomani. Ora doveva correre al "The Corner": suo padre la stava aspettando nel suo nuovo locale.

Il profumo di muffin alla cannella e legno antico avvolse Zoe appena spinse la porta a vetri. Il suono del campanello all'ingresso fu subito coperto dal rumore dei clienti e dalla macchina del caffè in funzione.

La ragazza si diresse sul retro, in cucina, dove si trovava suo padre.

«Eccoti qui! Cominciavo a pensare che ti avessero rapita i libri di testo...» esclamò una voce allegra. Suo padre le rivolse un gran sorriso, poi si voltò verso gli altri: «Ragazzi! Lei è mia figlia Zoe!»

Tutti i colleghi risposero in coro, salutandola e sorridendo.

«Ciao a tutti!» rispose la ragazza.

«Scusa il ritardo, papà,» disse poi Zoe, dandogli un bacio sulla guancia mentre passava dietro il bancone per posare lo zaino. «C'era un po' di fila all'uscita della scuola.»

Ho detto... un'altra bugia... pensò, avvertendo una fitta allo stomaco. Tra il mistero dell'armadietto e la fessura scomparsa, aveva i nervi a fior di pelle. Eppure, non poteva di certo dirgli la verità. L'avrebbe spedita dritta da uno psicologo.

«"Un po' di fila"? Ma cosa...?»

«Beh, papà, non importa! Piuttosto, vedo che c'è un po' di movimento qui, vorrei dare una mano,» disse afferrando un grembiule e un cappellino.

Lui si fermò a fissarla, inclinando la testa. «Zoe... sì, sei carinissima ma... sei sicura di stare bene?»

La ragazza si irrigidì per un secondo, allacciandosi i lacci dietro la schiena. «Ti ho detto di sì, papà! Dai, fammi aiutare qui, da dove comincio?»

Suo padre la studiò ancora per un istante, non del tutto convinto, ma il richiamo di una comanda stampata sul bancone lo costrinse a desistere. «Va bene, signorina, per ora ti prendo in parola. Comincia a portare questi piatti al tavolo cinque, forza!»

Per tutto il resto del pomeriggio e della sera, Zoe si impose di fare la cameriera perfetta.

Correva tra i tavoli, serviva i clienti, puliva il bancone e scherzava con i nuovi colleghi del padre. Ma era tutta una maschera. Una parte del suo cervello era rimasta incastrata in quel corridoio silenzioso della scuola, davanti all'armadietto 214.

Cosa c'era là dentro? Cos'era quella apertura... Perché c'era una luce? continuava a chiedersi, quasi ossessionata.

Quelle domande continuarono a frullarle in testa come un disco rotto per tutto il tempo, finché l'orario di chiusura non arrivò e le luci del The Corner si spensero.

Pochi minuti dopo, l'auto viaggiava nel silenzio della sera mentre fuori Moonridge spariva nella nebbia. La pioggia sottile picchiettava sul parabrezza e i tergicristalli andavano su e giù.

Suo padre guidava con calma, rilassato. «Allora...» disse, rompendo il silenzio nell'auto calda.

«Adesso che siamo solo io e te... mi racconti com'è andato davvero questo primo giorno? Ti ho osservata bene, non mi sembri la Zoe che conosco io...» Suo padre le lanciò una rapida occhiata, senza distogliere troppo gli occhi dalla strada.

Zoe appoggiò la testa contro il vetro fresco del finestrino, lasciando andare un sospiro. «In realtà è andato bene, papà, ho detto la verità... Ho conosciuto due ragazze, Milly ed Eva. Sono super carine, mi hanno fatto fare il giro della scuola e abbiamo pranzato insieme.»

«Mh, ok... Non insisterò! Sono contento che ti sia già fatta due amiche.» Suo padre si voltò un secondo a guardarla, con un sollievo sincero dipinto sul volto. Sapere che sua figlia aveva già trovato delle compagne gli tolse un peso enorme dal petto. «Comunque te lo dicevo che quella scuola era il posto giusto per te. E... il resto della classe? I ragazzi?»

Zoe pensò subito all'occhiataccia di Matilda e a Demian. Le sarebbe piaciuto sfogarsi, ma guardando il profilo stanco di suo padre illuminato dal cruscotto ci ripensò. Aveva già troppi pensieri con il nuovo locale, non voleva caricarlo anche dei suoi problemi a scuola.

«Tutto normale, i soliti gruppetti,» rispose, accennando un sorriso rassicurante. «Ognuno si fa i fatti suoi, ma... l'ambiente sembra tranquillo. E in mensa abbiamo pranzato con un primino! Si chiama Leo, è simpatico.»

«Bene, sono davvero contento,» commentò il papà, svoltando finalmente nella via di casa. «Vedrai che andrà sempre meglio.»

«Sì... lo penso anche io,» rispose lei, spostando poi lo sguardo fuori dal finestrino. O almeno, lo spero...

Ma mentre l'auto si fermava nel vialetto e il motore si spegneva, Zoe ripensò a quegli armadietti... Suo padre era tranquillo, non poteva immaginare che la scuola non nascondeva solo una faticosa routine, ma forse qualcosa di molto più grande.

Quella notte, rannicchiata sotto le coperte nella sua nuova stanza, Zoe rimase a fissare il soffitto al buio per ore.

Quando finalmente si addormentò, la pioggia stava ancora lavando le strade, cancellando le tracce del suo primo giorno e preparando il terreno per l'indomani.

Il giorno dopo, a Moonridge c'era un cielo grigio e pioveva. Nel cortile le pozzanghere riflettevano il grigiore, e gli studenti camminavano sull'asfalto bagnato facendo pochissimo rumore.

Zoe arrivò a scuola stanca, con le occhiaie e la mente fissa su quella luce. Aveva la borsa pesante e una strana sensazione addosso.

Le prime ore volarono. Matematica sembrò durare un'eternità, mentre a storia della musica la voce del professore era solo un fastidioso ronzio.

Poi arrivò l'ora di storia, subito prima dell'intervallo. Fu la peggiore. Zoe fissava l'orologio sopra la cattedra, guardando la lancetta dei minuti che sembrava non volersi muovere mai.

Tic. Tac. Tic. Tac.

Finché non arrivò il suono della campanella più atteso: l'intervallo. La ragazza, però, non se ne accorse nemmeno. Rimase immobile a fissare il vuoto.

«Zoe? Ci sei?»

Niente. Nessuna reazione.

«Zoe...?»

La ragazza si riscosse. Si voltò di scatto e trovò Milly che la fissava dall'alto del banco, con un'espressione tra il divertito e il preoccupato. «Ti ho chiamata più volte, non mi hai sentita? Hai lo sguardo completamente perso nel vuoto. Tutto bene?»

«S-sì, sì! Scusami, sono solo... un po' stanca,» mentì, stringendo la penna tra le dita.

Dall'altra parte dell'aula sentì uno sguardo addosso. Girò un attimo la testa e incrociò gli occhi verdi di Demian. Lui la stava fissando serio, ma appena si accorse che lo guardava, voltò subito la testa e fece finta di mettersi a posto le cose. Davanti a lui, Matilda, bisbigliava qualcosa all'orecchio di Clarisse, senza accorgersi di niente.

«Allora, andiamo in mensa, ragazze?!» propose Milly con il suo solito entusiasmo.

Zoe sentì il cuore accelerare di colpo. Era il momento...

«Ragazze, andate avanti voi, vi raggiungo... più tardi,» disse, cercando di mantenere la voce più ferma e naturale possibile.

«Che hai, Zoe? Non ti senti bene?» domandò Eva, preoccupata.

«N-no! Sto bene, ragazze, ma... ho... ho lasciato un quaderno importante nell'armadietto e devo assolutamente recuperarlo!»

Milly la squadrò per un secondo, un po' perplessa. «Oh... ok. Vuoi che ti accompagniamo?»

«No!» scattò Zoe.

Lo disse con tale foga che le ragazze quasi si spaventarono. Persino gli ultimi studenti rimasti in classe si voltarono a guardarla.

Zoe arrossì per l'imbarazzo e cercò di rimediare. «Cioè... no, tranquille! Vado un attimo e arrivo. Voi intanto prendete posto!» disse, provando a sorridere.

E senza aspettare risposta, si tuffò nella folla del corridoio, camminando in fretta nella direzione opposta a quella degli altri studenti che andavano verso la mensa.

Dietro di lei, le sue amiche si scambiarono uno sguardo confuso...

«Ma... che le prende?» sussurrò Milly, inclinando la testa di lato con un'espressione visibilmente interdetta.

Eva scrollò le spalle, stringendo i libri al petto, mentre i suoi occhi continuavano a fissare il punto in cui l'amica era appena sparita. «Non lo so...»

Più Zoe si allontanava, più il rumore della scuola diminuiva, finché non svoltò nell'angolo del corridoio secondario.

Lì c'era il silenzio. Il sole di metà mattina faticava a entrare dalle finestre alte...

Si fermò davanti all'armadietto 214.

Controllò che non ci fosse nessuno.

Il corridoio era completamente deserto.

Persino le voci provenienti dalla mensa sembravano lontanissime.

Il cuore le batteva così forte nel petto che temeva si potesse sentire nel corridoio vuoto. Allungò la mano; una parte di lei era convinta che dietro quell'armadietto si nascondesse qualcosa. Per qualche istante rimase immobile a fissarlo.

Sembrava uguale a tutti gli altri. Niente luci, niente fessure, nessun segno particolare. Solo una semplice anta di metallo.

La ragazza aggrottò la fronte.

Pensò forse di aver sbagliato armadietto.

Si spostò di qualche passo.

Controllò quello accanto. Poi quello successivo... Ma niente.

- No, ne sono sicura... era il 214 -  pensò, scuotendo la testa.

Allungò una mano e sfiorò il metallo freddo. Le dita seguirono lentamente i bordi dell'armadietto. Cercò una crepa, un'apertura... Qualunque cosa.

Ma non trovò nulla.

«Andiamo...» mormorò.

Si abbassò leggermente per osservare meglio. Passò una seconda volta le dita lungo la superficie. Ancora niente.

Il cuore iniziò a batterle più forte, per l'agitazione. Più cercava e meno trovava.

E questo la stava facendo innervosire.

- So quello che ho visto. Non posso essermelo immaginato. -

Fece un passo indietro e strinse i pugni. Poi, frustrata, colpì l'armadietto con il palmo della mano...

Nessuna reazione. Ne diede un secondo. «Forza...» sbuffò.

Tentò ancora, spingendo con tutto il peso del corpo, finché non si accasciò contro l'armadietto, quasi sfinita.

Si avvicinò con il viso al metallo, cercando disperatamente una fessura, o qualsiasi cosa che provasse la sua sanità mentale.

«Dai! Apritevi!» sussurrò con voce strozzata. «Non sono pazza... ho visto che c'era qualcosa qui dietro!»

Proprio in quel momento, non appena le sue dita scivolarono su un piccolo solco quasi invisibile alla base dell'armadietto, un fruscio metallico ruppe il silenzio del corridoio.

Un brivido le scosse il braccio. E poi, proprio sotto i suoi occhi, la linea sottile tra l'armadietto 214 e quello accanto ricominciò a vibrare.

Non era stata un'allucinazione. La linea sottile tra i due armadietti tremò appena.

Zoe trattenne il respiro.

Un debole bagliore azzurro filtrò dalla fessura.

Il metallo si aprì piano, allargandosi come se il ferro e la pietra si piegassero per farla passare.

Zoe si voltò un'ultima volta: il corridoio era deserto.

Esitò un secondo, poi infilò le dita là dove c'era la luce. Il muro non era duro, sembrava aria calda e pesante. Spinse e l'armadietto si spostò di lato con un fischio leggero. Dietro c'era il buio e una vecchia scala di pietra che scendeva giù.

Trattenendo il fiato, Zoe fece un passo avanti ed entrò. Appena mise il piede sul primo gradino, l'armadietto dietro di lei scattò e si chiuse con un rumore secco, lasciandola completamente al buio.

Ora non poteva più tornare indietro. La ragazza non aveva più via d'uscita...

Continua...


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