Storia · capitolo 13

- Nuvole passeggere -

Artemys di dblackangel

Mentre la scuola si svuotava… Pochi sapevano che, proprio sotto i pavimenti di quell’edficio, esisteva un posto nascosto:
Un passaggio segreto che portava a una stanza sotterranea, illuminata solo dalla luce tremolante delle candele.
Attorno, a libri antichi, amuleti, boccette e altri oggetti strani e insoliti, in piedi al centro di tutto c'era la preside Brown, immobile, con le mani dietro la schiena.
«Allora?» domandò senza voltarsi.
Dalla penombra emerse una figura: era il professor Corbin. Il suo cilindro proiettava un'ombra sul volto, lasciando visibili soltanto gli occhi ambrati.

«L'ho osservata attentamente» disse con calma.

«E?»
Un leggero sorriso gli sfiorò le labbra. «Credo che... sia arrivato ciò che stavamo aspettando.»

Per alcuni secondi la stanza rimase immersa nel silenzio.

«Ne sei certo?» chiese infine la preside, chiudendo gli occhi per un istante.

«Non ancora. Ma le probabilità sono alte.» Le dita si serrarono appena.

«Continua a sorvegliarla... e vedi di darmi buone notizie.»

Corbin annuì. «Non la deluderò.»

«Meglio così. Sai che mi fido ciecamente di te... Corbin.» un silenzio pesante cadde nuovamente nella stanza. «Non commettere errori.»

«Non lo farò, stia tranquilla. Ho già attuato un piano...» disse, sorridendo.

La preside lasciò la stanza.

Corbin rimase solo.

Per qualche istante osservò il buio davanti a sé.

«Finalmente...» mormorò.

I suoi occhi brillarono nell'oscurità.

«Ti ho trovata...»

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Molto più in alto, ignara di tutto quello che stava succedendo sotto i suoi piedi, Zoe trascorreva la settimana tra impacchi di ghiaccio, serie TV e i commenti assurdi di Artù sul mondo moderno. Il gatto, dal canto suo, guardava quella strana realtà con un mix di curiosità e totale disapprovazione.
«Continuo a non capire come facciate a passare ore a fissare questa scatola luminosa.»

«Si chiama televisione.»

«Mi hai già detto come si chiama. Solo che non capisco perché vi piaccia.»

«Perché è divertente e fa compagnia...»

Artù fissò per qualche secondo lo schermo, dove un personaggio stava scappando da un'esplosione.

«È palesemente una trappola.»

«Quale trappola?»

«Ti siedi cinque minuti e, quando ti rialzi, sono passate tre ore.»

Zoe scoppiò a ridere.

«Su questo forse hai ragione.»

«Io ho sempre ragione!» sentenziò, sollevando il muso con orgoglio.

Zoe gli lanciò contro un cuscino, ma lui lo schivò con un balzo agile, scomparendo dietro la poltrona con un verso divertito.

I pomeriggi di Milly trascorrevano quasi sempre a casa di Zoe. Le due ragazze ridevano, studiavano e cercavano di capire altro sulla storia dell'amuleto e su Artù,
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Dall'altra parte della città, Eva fissava lo schermo del telefono. Negli ultimi giorni le arrivavano spesso gli stessi messaggi rapidi:
- Scusa Eva, oggi non posso. -
-Ti spiego dopo. -
- Sono impegnata da Zoe, ci sentiamo più tardi. -
All'inizio non ci aveva dato troppo peso. Pensava fosse solo colpa dello studio e della caviglia di Zoe. Poi, con il passare dei giorni, quelle risposte sbrigative avevano iniziato a farla insospettire.
Si sentiva esclusa da un gruppo di cui, fino a poco prima, faceva parte, e continuava a chiedersi se stesse succedendo qualcosa all'insaputa o se avesse fatto qualcosa di sbagliato.
Fu quasi per caso che Eva iniziò a passare più tempo con Leo.
Le ripetizioni di matematica, nate per recuperare il brutto voto del ragazzo, si erano trasformate presto in lunghe ore passate in biblioteca. Tra esercizi, formule e timidi sorrisi dietro, i due ragazzi avevano scoperto che stare insieme era molto più semplice di quanto immaginassero.
Con Leo non c'erano segreti, né l'ansia di sentirsi di troppo. C'era solo una strana e rassicurante sintonia.
- - -
Nel frattempo, le parole di Ethan continuavano a ronzare nella testa di Demian.
Più ci pensava, più la versione di Matilda gli sembrava falsa. Lo sgambetto, la reazione di Vanessa nei corridoi, le accuse improvvise...
Non riusciva a togliersi dalla mente la chiacchierata fatta con Ethan dopo l'allenamento di basket a metà settimana:
Ethan lo aveva bloccato mentre si allacciava le scarpe, guardandolo dritto negli occhi con quell'aria seria che usava solo per le cose importanti.
«Demian... insomma, che ti prende?», gli aveva chiesto, appoggiandogli una mano sulla spalla.
«È Matilda. Ho ancora dei dubbi sulla storia della caduta di Zoe, sulla discussione ascoltata in mensa dalle ragazze... e su quello che ha detto Vanessa. Io... sono confuso.»
«Davvero credi alla favola che ti ha raccontato Matilda?» rispose l'amico.
«Basta vedere come si comporta quella svampita di Vanessa. È terrorizzata da Matilda. C'è qualcosa sotto, è chiarissimo, e tu lo sai... Solo che non vuoi ammetterlo.»
Eppure, ogni volta che il ragazzo cercava di affrontare l'argomento, finiva sempre allo stesso modo:
Matilda cambiava discorso con un complimento affettuoso, oppure scoppiava a piangere, accusandolo di non volerle bene abbastanza. O ancora, riusciva a convincerlo che il problema fosse qualcun altro, come quella "novellina" che cercava solo attenzioni.
E ogni volta Demian finiva per sentirsi in colpa, intrappolato in una rete di parole da cui non sapeva come uscire.
Chi invece non sapeva più cosa inventarsi era Vanessa. La sua disperazione per tornare nelle simpatie di Matilda aveva raggiunto livelli quasi comici. Un pomeriggio, pur di farsi perdonare la gaffe in corridoio, si era presentata a casa di Matilda con un enorme e costosissimo frappuccino al caramello, preso nel bar più lontano della città perché «era l'unico che lo faceva esattamente come piaceva a lei».
Matilda l'aveva guardata dall'alto in basso, prendendo il bicchiere senza dire grazie.
«È tiepido, Vanessa.» fu il suo unico commento.
E Vanessa, anziché arrabbiarsi, aveva iniziato a scusarsi in tutti i modi, finché non le era venuta la "geniale" idea di scaldarlo al microonde.
Ma, non appena aprì lo sportello, il frappuccino esplose addosso ad entrambe, macchiando tutto.
Clarisse, seduta sul divano, aveva trattenuto a fatica una risata, godendosi la scena.
- - -
Quelle due settimane, intanto, erano state per Zoe e Artù un'illusione di perfetta normalità.
Non avevano più visto ombre dietro i vetri né avvertito presenze strane, convincendosi che quella sensazione fosse solo un'allucinazione o un falso allarme.
Ma quella quiete era solo una trappola silenziosa. La domenica sera, seduta sul letto, Zoe tagliò con delicatezza l'ultimo giro di garza.
Sfilò la benda e appoggiò con cautela la pianta del piede sul pavimento freddo, facendo un passo e poi un altro: nessun dolore, nessun cedimento, con la caviglia completamente guarita e sgonfia, mentre guardava fuori dalla finestra verso la luna che illuminava i tetti di Moonridge, pronta a tornare a scuola il giorno dopo.
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Il lunedì mattina arrivò fin troppo in fretta: quando l'auto del padre si fermò davanti al cancello dell'Accademia, Zoe fece un respiro profondo, sentendo una strana morsa allo stomaco.
«Sicura di farcela, tesoro?», le chiese il papà, lanciandole un'occhiata protettiva verso l'edificio.
«Sicurissima. Cammino perfettamente ora!», rispose lei con un sorriso rassicurante prima di scendere.
Non appena Zoe mise piede a scuola camminando dritta sulle sue gambe, Milly le piombò addosso con l'entusiasmo di un cucciolo, stringendola in una presa fortissima «Eccoti! Finalmente sei tornata!»
«Parli come se non ci fossimo mai viste in questi giorni, Milly...»
«Beh ma, vederti a scuola fa un altro effetto!»
Poco distante, Eva le rivolse un sorriso dolce ma leggermente tirato, rimanendo un passo indietro e affiancata da Leo, che le sussurrava qualcosa per tranquillizzarla.
«Ciao, Eva! Buongiorno»
«Ciao, Zoe. Bentornata...»
Zoe avvertì chiaramente la freddezza nella voce dell'amica e fece un passo avanti per colmare quella distanza inaspettata.
Ma in quel momento la marea di studenti si aprì in due, lasciando spazio al trio. Matilda avanzava a testa alta, insieme a Clarisse e a una Vanessa visibilmente rigida e nervosa. Si fermò a due passi da Zoe, fissandola con evidente fastidio nel vederla di nuovo perfettamente in piedi.
Stava per aprire bocca, ma proprio in quel momento arrivarono Demian ed Ethan. Demian si fermò a pochi passi e i suoi occhi, cupi e pensierosi ormai da giorni, si posarono su Zoe. Per un istante sembrò sollevato nel vederla bene, ma subito dopo il suo sguardo tornò freddo e distaccato perché Matilda si accorse immediatamente di dove fosse rivolto il suo sguardo. Trattenne il nervosismo e si limitò a rivolgere a Zoe un sorriso tirato.
«Andiamo, ragazze» disse poi, voltandosi verso Clarisse e Vanessa.
Le tre si allontanarono, mentre Matilda lanciò a Zoe un'ultima fredda occhiata.
- - -
- Dopo scuola –
Nel tardo pomeriggio si preparò per andare al locale con suo padre a dare una mano, ma prima di mettersi la giacca si tolse l'amuleto dal collo.
«Artù, tu resta qui, okay?», disse guardando il gatto.
«Sì, ma lascia l'amuleto qui...», rispose lui con un'occhiata seria. «È più sicuro sotto la mia custodia. Non è saggio portarselo dietro in quel locale. Potresti perderlo, romperlo, sporcarlo o...»
«Sì, Artù, ho capito!», lo interruppe Zoe, posando il gioiello sul tavolo vicino all'ingresso prima di uscire.
La serata al locale era affollata, tra tavoli pieni, musica e luci calde. Ma quando la porta si aprì, Zoe sentì un brivido percorrerle la schiena, sollevò lo sguardo e le si gelò il sangue:
Era il professor Corbin.
L'uomo si avvicinò alla cassa per ordinare un caffè, poi si diresse verso il bancone, proprio nella sua direzione.
«Buonasera, signorina Zoe... Non pensavo di trovarla qui...», disse a passi felpati.
«P-professore, salve...», balbettò lei, stringendo forte lo straccio per nascondere il tremolio delle dita.
«Vedo che oggi non indossa la collana che porta abitualmente a scuola», osservò lui inclinando la testa.
«Oh... ehm, no. L'ho lasciata a casa. Ho troppa paura di rovinarla o di sporcarla con i drink, sa com'è...», rispose forzando un sorriso.
Corbin le rivolse un sorriso educato, ma i suoi occhi rimasero freddi: «È vero... Sarebbe un peccato perderla. Immagino sia un oggetto estremamente importante per lei», disse con una voce calma ma uno sguardo talmente penetrante da metterla a disagio.
«S-sì... molto», confermò lei passandogli il caffè ordinato da un collega.
«Ecco a lei... Posso portarle qualcos'altro?»
«No, la ringrazio, sono a posto così», rispose lui con un sorriso gelido. Prima di allontanarsi con il caffè in mano e accennare un piccolo inchino teatrale, si fermò un istante senza distogliere lo sguardo: «Ci vediamo a scuola, signorina.»
Solo quando la porta si chiuse, Zoe riuscì a tirare un lungo sospiro di sollievo. Quell'uomo la inquietava da morire e aveva percepito chiaramente un'eco fredda e oscura provenire direttamente da lui.
Ma non era finita lì: ad un tavolo vicino all'ingresso notò Matilda con le sue inseparabili amiche, insieme a Ethan e Demian e altri due ragazzi. Zoe si irrigidì e sperò con tutte le sue forze di riuscire a passare inosservata.
Ma fu tutto inutile. «Zoe, per favore, porta queste bevande al tavolo tre, quello vicino alla porta», le disse un collega passandole il vassoio.
- Oh no... perché proprio io? - pensò, sentendo un peso allo stomaco. Si avvicinò a passi incerti e, nel disperato tentativo di nascondersi, sollevò il vassoio davanti al volto. Il gesto, però, ottenne l'effetto contrario, attirando ancora più attenzione su di lei.
«Oh, ma guardate un po' chi c'è!», esclamò Matilda con voce tagliente come il vetro. «Mi ricorda qualcuno che conosciamo bene... e a voi?»
Le sue amiche scoppiarono in una risata stridula e Matilda rincarò la dose con un sorriso di scherno: «Ah, sì! La piccola novellina della scuola. Finalmente ti vedo fare qualcosa che ti si addice davvero. Servire noi.»
Le risate riempirono la sala, ma Demian rimase in silenzio con lo sguardo fisso sul tavolo, un atteggiamento che fece smettere gli altri quasi subito, mentre Zoe iniziava a posare i bicchieri con le mani tremanti e senza rispondere alle provocazioni, sentendo gli occhi di tutti addosso il cuore le battè forte.
Fu allora che accadde: un bicchiere rimasto sul vassoio iniziò a vibrare e Zoe lo fissò confusa, mentre il liquido al suo interno si sollevava lentamente. Per un istante sembrò che tutto si fosse fermato, poi il liquido si riversò fuori dal bicchiere finendo dritto addosso a Matilda.
La ragazza rimase immobile, completamente zuppa, mentre nella sala calava il silenzio e si sentiva soltanto il rumore delle gocce che cadevano sul pavimento.
Matilda esplose: «Ma sei impazzita? Cosa fai?!» gridò, scattando in piedi e sbattendo le mani sul tavolo con tanta forza da far cadere e rompere alcuni bicchieri. Il rumore fece voltare tutti i clienti.
Zoe fissò la scena sconvolta, con le mani strette al petto. Non aveva nemmeno sfiorato quel bicchiere.
Allora chi aveva rovesciato il liquido addosso a Matilda?
Era stato un colpo d'aria? Un gesto maldestro? Oppure... qualcosa che non riusciva a vedere?
Nel locale calò un silenzio improvviso. Nessuno osava fiatare.
Continua...

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