- Apparenze -
- Apparenze -
Nella sua camera da letto, Matilda era comodamente sdraiata sul materasso, del tutto a suo agio. Con una mano teneva il telefono sollevato a mezz'aria, inclinando la testa di lato e sfoggiando le sei migliori espressioni per scattarsi una serie di foto da pubblicare sui social, controllando che il leggero rossore sul naso non si vedesse troppo.
Ma non appena avvertì dei passi pesanti e sentì tre tocchi bussare alla porta, la sua espressione cambiò all'istante.
«Matilda... Posso entrare?»
Capì che era Demian. Con un movimento fulmineo, nascose il cellulare sotto il cuscino, afferrò al volo una borsa del ghiaccio sul comodino e si rannicchiò sotto le coperte, assumendo un'aria sofferente ed esausta. «S-sì... certo, avanti.»
Quando Demian aprì la porta ed entrò, la messinscena era già impeccabile. Matilda mise subito in atto la sua recita drammatica. Chiuse gli occhi a metà, lasciando andare un sospiro debole e tremolante, quasi impercettibile, muovendo appena la testa sul cuscino come se anche solo respirare le costasse una fatica immane.
Si rannicchiò ancora di più sotto il piumone, stringendosi la borsa del ghiaccio sul viso con la mano che le tremava leggermente.
«Oh! Didì, sei tu...» sussurrò con un filo di voce nasale, emettendo un piccolo gemito soffocato mentre si voltava piano sul cuscino. «Mi scoppia la testa, sento ancora il parquet della palestra che mi rimbalza nel cervello. Quella stupida di Vanessa mi ha quasi rovinato la faccia...»
Demian si mosse verso il letto della ragazza a passi lenti. Vedendola in quello stato così pietoso, si bloccò per un secondo, combattuto, ma l'espressione sul suo volto rimase comunque seria. Si sedette sulla poltrona accanto al materasso, incrociando le braccia al petto e fissandola intensamente.
Matilda aprì lentamente gli occhi, guardandolo con uno sguardo vitreo, da cucciolo bastonato, stringendo le labbra per sembrare sul punto di piangere. «Perché mi guardi così...?»
Il ragazzo prese un respiro profondo, cercando di non farsi intenerire. «Matilda, dobbiamo parlare... sul serio» esordì, mantenendo la voce calma ma ferma. «Oggi in classe, prima dell'intervallo, Vanessa ha detto che tu hai fatto uno sgambetto a Zoe durante la lezione di matematica... È vero?»
Matilda sgranò gli occhi, fingendo un'espressione di totale sconcerto e ferimento. Si tolo il ghiaccio dal viso, guardandolo come se l'avesse appena accusata del peggiore dei crimini.
«Ma sei impazzito?!» esclamò con voce stridula, portandosi una mano al petto. «Demian, come puoi anche solo pensare una cosa del genere di me? Credi davvero a quello che dice Vanessa?»
«Beh, mi chiedo perché avrebbe dovuto inventarsi una cosa simile?» insistette lui, stringendo le sopracciglia.
Matilda lasciò andare una risata amara, scuotendo la testa con aria di superiorità. «Oh, andiamo! Sappiamo tutti com'è fatta Vanessa. È una svampita totale, vive nel suo mondo e si inventa le storie per darsi importanza e per fare del gossip! Probabilmente ha sentito Milly o qualcun altro dire quella sciocchezza e, nella sua testa confusa, l'ha trasformata in realtà.
Quello che è successo... è stato un incidente, Demian! Come avrei potuto farle uno sgambetto apposta, davanti alla professoressa?»
I suoi occhi si riempirono di lacrime teatrali mentre tornava a guardarlo. «Mi ferisce che tu creda a lei invece che a me. Soprattutto oggi che sono stata presa in pieno da una pallonata... E anziché preoccuparti per me... vieni qui, solo per accusarmi di qualcosa che non ho fatto.»
Demian la fissò per qualche istante, incassando il colpo. Sentendosi terribilmente in colpa per aver dubitato di lei in un momento simile, il ragazzo sospirò, sedendosi sul bordo del letto, accanto a lei.
«Va bene, hai ragione» mormorò con tono mortificato, allungando una mano per accarezzarle dolcemente una spalla. «È solo che... volevo essere sicuro e sentire la tua versione. Ma ti credo, sul serio»
Matilda tirò su col naso, girando lentamente il viso verso di lui e guardandolo con un'espressione malinconica, studiata alla perfezione.
«Mi ha fatto davvero male sentire queste parole da te, Didì...» sussurrò, modulando la voce per farla sembrare ancora tremante. Lasciò passare qualche secondo di silenzio per dargli il tempo di sentirsi ancora più in colpa, poi allungò una mano e gli accarezzò il viso. «Però ti perdono... perché ti amo tanto, e perché so che ti sei fatto solo influenzare dalle bugie di quelle arpie a scuola. Non voglio litigare con te!»
Detto questo, Matilda si sporse in avanti e gli gettò le braccia al collo, stringendolo a sé in un abbraccio che avrebbe dovuto suggellare la pace.
Demian, però, sentì una strana nota stonata in quelle parole. Nonostante si sforzasse di crederle, quel termine "arpie" gli lasciò l'amaro in bocca. Si irrigidì impercettibilmente e, dopo appena un istante, si staccò dall'abbraccio in modo garbato ma deciso, allontanandola di qualche centimetro afferrandola per le spalle.
«Matilda, non esagerare adesso» la riprese lui, con un tono di voce improvvisamente più serio. «Non c'è bisogno di definirle così...»
«Oh, Didì... tu sei troppo buono e innocente...» sospirò con voce dolce, come se stesse parlando a un bambino che non conosce la cattiveria del mondo. «Vedi sempre il buono in tutti, ma non capisci che quelle là usano questa tua gentilezza per manipolarti. Comunque... va bene così. Non volevo essere cattiva, sarò ancora scossa per la pallonata in testa...»
Tese le mani in segno di resa e tornò ad appoggiare comodamente la testa sulla sua spalla. Sotto quel velo di apparente dolcezza, Matilda sorrise internamente, asciugandosi l'ultima finta lacrima con il pollice. Aveva il ragazzo in pugno...
Invece, l'atmosfera, a casa di Zoe era l'esatto opposto di quella che si respirava da Matilda.
C'era solo silenzio, il profumo caldo di una tazza di tè e una tranquillità quasi irreale.
Suo padre le aveva sistemato con cura i cuscini sul divano per permetterle di tenere la caviglia fasciata in alto, e ora la guardava dalla porta d'ingresso con la giacca da lavoro già addosso, visibilmente dispiaciuto di doverla lasciare.
«Sicura di farcela da sola stasera, tesoro?» le chiese per l'ennesima volta, accennando un sorriso premuroso. «Se il dolore aumenta o se hai bisogno di qualunque cosa, chiamami subito, d'accordo? Posso chiedere un cambio.»
«Papà, sto benissimo, davvero,» lo rassicurò Zoe, ricambiando il sorriso per non farlo stare in ansia. «Devo solo restare immobile sul divano e riposare. Vai pure a lavorare, non ti preoccupare per me.»
L'uomo sospirò, si avvicinò un'ultima volta per stamparle un bacio affettuoso sulla fronte e poi si diresse all'uscita. «Va bene. Stai attenta. Ci vediamo più tardi.»
Non appena la porta d'ingresso si chiuse con un clic e il rumore del motore dell'auto si allontanò lungo il vialetto, la casa piombò nel silenzio. Zoe si appoggiò allo schienale del divano, lasciando andare un lungo sospiro. Ma quella solitudine durò pochissimo.
Un fruscio leggero proveniente dal corridoio attirò la sua attenzione e, un attimo dopo, un musetto lungo e due grandi occhi azzurri spuntarono da dietro la poltrona. Artù balzò agilmente sulla poltroncina di fianco a lei, scrollandosi la pelliccia.
Guardò la fasciatura sulla caviglia di Zoe «Si può sapere che diamine hai combinato?» esordi il ragazzo-gatto, inclinando la testa di lato. «Sei uscita stamattina che camminavi sulle tue gambe e torni a casa fasciata come una mummia?»
Zoe roteò gli occhi, lasciando andare una mezza risata. «È stato uno sgambetto in piena regola, in mezzo alla classe, durante la lezione di matematica.»
Artù arricciò il naso, sinceramente disgustato da tanta mancanza di classe. «Uno sgambetto?
Che bassezza, che infamia! Questi ragazzi del ventunesimo secolo non hanno proprio idea di cosa sia l'onore. E sentiamo... chi è stato il vigliacco?»
Zoe si sistemò meglio sui cuscini, giocherellando con il bordo della coperta. «La vigliacca. Una ragazza di nome Matilda. È... la fidanzata di un ragazzo della mia classe, Demian.»
Artù drizzò le orecchie, e nei suoi occhi balenò subito la scintilla di chi ha capito perfettamente la situazione. «Ah! Una ragazzina gelosa, dunque! Ma spiegami bene, cosa sono queste dinamiche nella vostra scuola? Cosa le prende a questa tizia...?»
E Zoe iniziò a raccontarle tutto dall'inizio...
Intanto, a casa di Matilda, l'atmosfera idilliaca e sdolcinata che c'era stata fino a un attimo prima con Demian era evaporata non appena il ragazzo aveva varcato la soglia d'ingresso.
Matilda si alzò di scatto dal letto, lanciando la borsa del ghiaccio contro il muro con rabbia. Il naso le faceva ancora male, ma la furia era decisamente peggio.
Clarisse e Vanessa, che erano rimaste nascoste in cucina in attesa che Demian se ne andasse, per poi entrare in camera della loro amica.
«Tu... brutta imbecille!» ringhiò Matilda, piantandosi a mezzo metro da Vanessa con gli occhi fuori dalle orbite. «Si può sapere cosa ti è saltato in mente?! Ti sei fusa il cervello per caso?»
Vanessa fece un passo indietro, visibilmente terrorizzata, stringendosi la borsa al petto come uno scudo. «M-mati, ti giuro, mi è sfuggito! Io volevo solo difenderti, volevo dire che avevi fatto bene a...»
«Fà silenzio!» la interruppe, incrociando le braccia e guardandola con totale disprezzo. «Sei un'idiota, Vanessa. Per colpa della tua boccaccia enorme, Demian è venuto fin qui a farmi il terzo grado! Ho dovuto piangere finta disperazione »
«Esatto!» aggiunse Clarisse, stringendo i pugni. «Sei una svampita colossale! Ti rendi conto del rischio che ha corso Maty per colpa tua?»
Vanessa abbassò lo sguardo, con gli occhi lucidi e il labbro tremante. «S-scusate... mi è sfuggito...»
«Il problema è che non pensi mai!» sentenziò Matilda con voce gelida. Si avvicinò e le puntò un dito contro il petto. «Visto che ho dovuto rimediare a un disastro, adesso ne pagherai le conseguenze. Per questa settimana scordati di uscire con noi, i passaggi in macchina e, soprattutto, farai tutto quello che ti dico. Sono stata chiara?»
Vanessa annuì rapidamente, trattenendo le lacrime. «S-sì, Matilda... scusa.»
Clarisse si sedette sul bordo del letto. «Maty, ma ora che si fa? Demian, prima di uscire, sembrava ancora sospettoso...»
Matilda si voltò verso lo specchio, sistemandosi i capelli e l'espressione. Sul suo viso comparve un sorriso freddo e calcolatore. «Nah, lui non sospetta nulla... Sono troppo brava, per vostra fortuna!» Si voltò di scatto verso le amiche, che balzarono per lo spavento.
«Ma quella ragazzina mi sta stancando...» Sibilò con disprezzo «Non la sopporto più.»
Al locale, la serata era nel pieno del caos. Il padre di Zoe si muoveva sicuro dietro il bancone, controllando che tutto filasse liscio. Nonostante il sorriso cordiale, ogni tanto guardava l'orologio, pensando a sua figlia a casa con la caviglia fasciata.
A casa, la cena era finita da un pezzo. Zoe era seduta in cucina con Artù, intenta a raccontargli le bizzarre abitudini dei giovani moderni.
All'improvviso, la ragazza si bloccò con la forchetta a mezz'aria. Un brivido freddo le corse lungo la schiena. Voltò di scatto la testa verso la finestra che dava sul giardino buio, investita da una scarica di adrenalina. Quella stessa sensazione che l'aveva perseguitata durante la settimana era tornata, ma stavolta sembrava più vicina. Come se, dal buio oltre il vetro, qualcuno la stesse fissando.
Artù scattò a terra, drizzando le orecchie e annusando l'aria, avvertendo il malessere della ragazza. «Zoe? Che succede?» domandò a bassa voce, perdendo ogni traccia di ironia.
Zoe continuò a fissare il vetro per qualche secondo, con il fiato corto. Fuori tutto appariva immobile, immerso nella quiete notturna di Moonridge. Si massaggiò le tempie, sospirando per calmarsi.
«S-sì... forse sto impazzendo,» mormorò, stringendosi nelle spalle. «Tra la caduta, la caviglia e lo stress, i nervi sono a pezzi. Finisco per amplificare ogni rumore. Vado a dormire...»
Sistemò il piatto e, zoppicando, si diresse verso la sua camera, sforzandosi di credere alle proprie scuse. Ma fuori, celata nel buio del giardino, l'ombra invisibile era ferma, in attesa, e non aveva alcuna intenzione di andarsene.
Continua...
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