- Effetto domino -
Quella stessa mattina, in classe Zoe si sistemò sulla sedia, appoggiando un gomito sul banco di scuola. Aveva ancora gli occhi pesanti per il sonno la testa ancora al sogno della notte prima: quella voce nella nebbia le sembrava così vera da lasciarla interdetta e con una strana sensazione addosso.
La prima ora di Matematica era già iniziata. Non appena l'insegnante finì di fare l'appello, chiuse il registro e puntò lo sguardo dritto sulla "nuova" arrivata, risvegliandola bruscamente dai suoi pensieri.
«Zoe, le andrebbe di venire alla lavagna?» disse la professoressa, mentre iniziava a trascrivere un lungo problema con il gessetto.
Zoe rimase senza fiato. Non era mai stata una cima in matematica e la sola idea di fare una figuraccia davanti a tutti la pietrificava. Soprattutto perché, a pochi banchi di distanza, Matilda e le sue "amiche" la stavano già fissando.
«Oh... la novellina ha paura di alzarsi da quel banco!?» sussurrò Matilda a mezza voce, scatenando le risatine soffocate delle sue compagne.
Strinse le mani a pugno, si alzò e andò alla lavagna. Ma davanti a tutti quei numeri e lettere si bloccò con il gessetto a mezz'aria. Provò a scrivere qualcosa, ma sbagliò tutto.. Matilda non perse tempo e continuò a metterci del suo:
«Oltre a vestirsi male, non è neanche in grado di ragionare. Che pena» mormorò
La professoressa, però, se ne accorse e la richiamò. «Visto che ha così tanto da ridire, Matilda, venga lei alla lavagna a risolverlo...»
Matilda si alzò a testa alta,, convinta di potercela fare, ma una volta lì davanti fece scena muta: non sapeva da dove iniziare. In classe partì una risata collettiva, e persino Zoe si ritrovò a trattenere a stento un ghigno divertito.
Alla fine, la professoressa sospirò. «Eva... È la mia unica speranza. Sarebbe così gentile da venire a spiegare la soluzione alle sue compagne?»
«C-certo, professoressa...» rispose la ragazza, alzandosi con la sua solita timida calma. Raggiunse la cattedra e risolse il problema in un secondo.
Mentre Eva illustrava i passaggi, la professoressa fece cenno alle altre due di tornare a sedersi.
Matilda rimase indietro, camminando lenta e bollendo di rabbia. Quando Zoe le passò accanto per raggiungere il proprio posto, lei tese la gamba di scatto e facendole uno sgambetto.
Un colpo basso e meschino. Zoe perse l'equilibrio e finì a terra con un gemito, proprio accanto al banco di Demian.
Zoe perse del tutto l'equilibrio e cadde a terra con un gemito, finendo proprio vicino al banco di Demian. Il ragazzo, vedendola crollare, scattò in piedi e si chinò subito ad aiutarla a rialzarsi, stringendole delicatamente il braccio. «Ehi, stai bene?»
«S-sì... sto bene...» Zoe provò a fare un passo per appoggiare il piede, ma una fitta acuta le strappò una smorfia e le impedì di alzarsi del tutto.
La professoressa si avvicinò, visibilmente preoccupata. «Demian, per favore, accompagnala subito in infermeria.»
A quelle parole, Matilda ribollì ancora di più. Non era decisamente questo il suo piano: voleva solo umiliarla, non regalarla a Demian su un piatto d'argento!
Prima che Demian potesse rispondere, Milly intervenne prontamente, lanciando un'occhiata di fuoco a Matilda: «Sì, Demian, vai, accompagnala tu...».
Poi, si voltò verso la sua compagna e sbottò: «Brava Matilda, per una volta hai fatto una cosa giusta... Non ci posso credere!».
La professoressa si voltò di scatto, severa. «Che intende, Milly?»
«Beh, ecco, vede...» Milly stava per vuotare il sacco e raccontare dello sgambetto a tradimento.
Ma Matilda la interruppe subito, assumendo un'espressione da vittima ferita: «Niente, prof! Mi sta solo umiliando davanti a tutti come al suo solito, perché non ho saputo risolvere il problema...».
«No, ma non è vero! Io...» protestò Milly, scioccata da tanta sfacciataggine.
«Okay, ragazze... adesso basta!» tagliò corto la professoressa, perdendo la pazienza. «Fate silenzio. Non voglio sentire queste discussioni infantili durante la mia lezione. Matilda, Eva, tornate ai vostri posti adesso per favore.»
La prof zittì la classe e tornò a spiegare, mentre Demian le mise un braccio intorno per sorreggerla e la aiutò a uscire dall'aula.
Mentre camminavano piano in corridoio, lui continuava a tenerla stretta per il braccio, lasciando che lei si appoggiasse tutta sulla sua spalla.
Zoe aveva il cuore a mille, e di certo non c'entrava il dolore alla caviglia. Tra il profumo di lui e quella presa così salda, era un mix di confusione totale e una strana sensazione di protezione
«Fa molto male?» le chiese lui a bassa voce, spezzando il silenzio del corridoio. Il suo sguardo era sinceramente preoccupato.
Lei provò a fare un mezzo sorriso. «Un po'. Ma... sopravviverò.»
Accennò a un sorriso, guardandola con la coda dell'occhio. Un sorriso che si trasformò presto in un'espressione divertita. «Non ne dubito. Ma dimmi una cosa... questi "incidenti" sono una tua specialità?»
La ragazza lo guardò confusa, arrossendo leggermente. «Cosa?»
«Andiamo!» ridacchiò Demian, stringendo leggermente la presa sul suo braccio per aiutarla a superare un gradino. «Da quando sei arrivata non fai altro che sbattere e cadere. Sembra che tu abbia un'attrazione fatale per il pavimento!»
Zoe sentì le guance andare in fiamme, mortificata ma anche divertita dalla sua ironia. «In mia difesa... il pavimento di questa scuola è decisamente troppo lucido e scivoloso!» balbettò, cercando di darsi un contegno.
«Certo, certo...» mormorò lui, e il suo sguardo si fece più caldo mentre la fissava. «Comunque, spero che tu non abbia intenzione di farti un giro in infermeria ogni giorno!»
«Beh, potresti vederlo come un mio superpotere» scherzò lei, grata per quel tentativo di alleggerire la tensione. «Ho un radar infallibile per i pericoli... e finisco sempre per "caderci" dentro.»
Demian rise, e quel suono fece vibrare qualcosa dentro di lei. «Un superpotere insolito, devo dire...»
Lei sentì le guance andare a fuoco ancora di più e ringraziò mentalmente il fatto di essere arrivati davanti alla porta della stanza medica.
Il ragazzo bussò e, non appena ebbe il permesso di entrare, aprì la porta. L'infermiera, una donna di mezza età dall'aria severa ma rassicurante, era seduta alla sua scrivania. Si alzò subito vedendo la studentessa appoggiata a Demian.
«Oh, cielo. Cos'è successo?» chiese, avvicinandosi per aiutarla a sedersi sul lettino.
«Sono inciampata mentre tornavo al mio posto in classe...» rispose Zoe «Non riesco a... caricarci il peso.»
L'infermiera si chinò per controllare il piede di Zoe, tastando delicatamente la zona gonfia. Zoe strinse i denti, lasciandosi sfuggire una piccola smorfia, e d'istinto si aggrappò un secondo di più alla manica della felpa di Demian.
«Vediamo un po'...» esclamò l'infermiera spezzando quel momento, poi tastò di nuovo con cura. «Sì, è una bella distorsione, ma per fortuna non mi sembra ci sia nulla di rotto.» La donna si voltò poi verso Demian. «Grazie per averla accompagnata, ragazzo. Adesso puoi pure tornare in classe. Qui ci penso io.»
Il ragazzo tentennò per qualche istante, chiaramente riluttante ad andarsene. Guardò Zoe, quasi a voler essere sicuro che stesse davvero bene, poi accennò un sorriso timido. «Va bene. Allora... a dopo Zoe.»
«A dopo! Grazie...» rispose guardandolo uscire.
Appena suonò la campanella della prima ora, Milly ed Eva si precipitarono in infermeria come furie. Entrarono nella stanza quasi senza fiato.
«Zoe! Come stai? Sei tutta intera?» esclamò subito Milly, correndo al lettino, seguita da Eva che la guardava con gli occhi sbarrati dalla preoccupazione.
L'infermiera si voltò con un sorriso tranquillo. «State serene, ragazze, non si è rotta niente. È solo una storta, le ho appena stretto una fasciatura. Può seguire le lezioni in classe senza problemi, basta che non metta sotto sforzo il piede.» Poi guardò tutte e tre e domandò: «Che ora avete adesso?».
«Educazione fisica!» rispose Eva.
L'infermiera incrociò le braccia e scosse la testa. «Ah, no. Scordatevelo. Oggi niente giochi o corse. Può venire in palestra con voi per non perdersi la lezione, ma deve starsene seduta a riposo.»
«Tranquilla, a farle da guardia del corpo ci pensiamo noi!» disse Milly facendole l'occhiolino.
Sostenuta dalle amiche, Zoe scese dal lettino e, zoppicando un po', le tre raggiunsero la palestra.
Appena arrivati, il professore di ginnastica diede un'occhiata alla caviglia e le assegnò un posto sulla panchina a bordo campo, affidandole il tabellone segnapunti mentre il resto della classe iniziava a prepararsi per una partita di pallavolo.
Prima che iniziasse la partita, mentre i compagni si stavano ancora scaldando con qualche palleggio, Matilda radunò le sue amiche vicino alla rete.
«Ascoltatemi bene» sussurrò con un ghigno cattivo, tenendo le braccia incrociate. «Quando la palla capita a voi, tiratela con tutta la forza addosso a Zoe. Chiaro?»
Clarisse la guardò perplessa, scambiandosi un'occhiata con Vanessa. «E perché non lo fai tu direttamente? Sei quella che ha la battuta più potente della classe.»
Matilda sbuffò, tirandosi i capelli della coda di cavallo con un gesto nervoso. «Perché le ho già fatto lo sgambetto poco fa in classe, idiote! Se la colpiamo adesso, si capisce subito che l'abbiamo fatto apposta. Quindi muovetevi e mirate bene.»
Milly stava passando di lì per recuperare un pallone. Quando sentì quelle parole, si bloccò: aveva avuto ragione fin dall'inizio, Matilda non era solo antipatica, era proprio una carogna.
Non resistette un secondo di più: fece un passo avanti, guardandola nera in volò. «Tu sei matta, Matilda. Ho sentito tutto!» disse a voce alta, piantandosi davanti al loro gruppetto. «Sei davvero patetica... Ora vado da Demian e gli racconto che tipo di mostro si sta frequentando.»
Ma non fece in tempo a fare tre passi che Matilda scattò in avanti, afferrandola di colpo per un polso.
«Dove pensi di andare, ragazzina?» ringhiò Matilda a denti stretti, avvicinando il viso al suo. «Prova a dire mezza parola e giuro che te ne pentirai.»
Ma a Milly non me importava niente. Non aveva mai avuto paura di lei. Si liberò con uno scatto e la fissò negli occhi.
«Oh, davvero? E che mi faresti? Mi fai uno sgambetto anche a me?» ribatté a voce alta, per niente spaventata.
Matilda strinse i pugni, rossa dalla rabbia, pronta a saltarle addosso. Proprio in quel momento, il fischietto del prof risuonò in palestra, fermandole giusto in tempo.
«Ragazze, venite qui!» urlò il prof da metà campo. «Matilda, Milly... oggi farete le capitane. Forza, scegliete le squadre!»
Si lanciarono uno sguardo di fuoco e andarono davanti ai compagni. Il prof spiegò la regola: andava scelto un ragazzo e una ragazza alla volta, a turno.
Avendo vinto la moneta, toccherà a Milly iniziare. Sapeva benissimo come farla salire su tutte le furie e, con un bel sorriso, indicò il ragazzo biondo.
«Io scelgo... Demian!» disse a voce alta.
A Matilda vennero gli occhi fuori dalle orbite e strinse i denti per non urlare. Demian, un po' sorpreso ma senza dire una parola, andò da Milly.
Matilda, furiosa per quel dispetto, scelse subito Ethan per ripicca. La squadra di Milly continuò a formarsi con Eva, Clarisse e altri compagni, mentre Matilda prese Vanessa e il resto della classe.
La partita partì subito forte. Con la grinta di Milly e le belle alzate di Eva, la loro squadra andò subito in testa, prendendo un punto dopo l'altro. Ma il momento chiave arrivò quando la palla passò alla squadra avversaria, esattamente nei turni di battuta di Vanessa.
Vanessa si piazzò in fondo al campo con il pallone. Prima di tirare, guardò la panchina dove Zoe se ne stava seduta a segnare il punteggio.
- E adesso sistemiamo la novellina, come voleva Matilda - pensò Vanessa, tutta fiera della sua mira.
Prese una rincorsa, buttò la palla in alto e la colpì con tutta la forza che aveva, puntando dritta alla panchina.
Il guaio fu che... la direzione era giusta, ma Matilda si trovava ferma a rete, proprio sulla traiettoria. Vanessa non aveva fatto i conti con l'altezza del tiro e la palla, anziché volare oltre la rete per colpire Zoe, finì dritta in faccia a Matilda, centrandola in pieno.
L'impatto fu pazzesco. Matilda mandò giù un grido strozzato, barcollò un istante tenendosi il viso e cadde all'indietro sul pavimento della palestra, svenuta.
«Oh mio Dio, l'ho uccisa?!» urlò Vanessa, mettendosi le mani davanti alla bocca per la paura.
Demian scattò subito, superando tutti e inginocchiandosi accanto a lei, seguito a ruota da Ethan. «Matilda! Ehi, mi senti...?» la chiamò, dandole una leggera scossa a una spalla.
Dall'altra parte della rete, Milly dovette mordersi forte un labbro, diventando rossa in faccia nel tentativo disperato di non scoppiare a ridere. «Il karma... il karma esiste, Eva! Che colpo leggendario!!» sussurrò con le lacrime agli occhi per lo sforzo.
Eva le dava dei colpetti sul braccio, cercando di fare la seria anche se le tremavano le spalle dal ridere. «Milly, ti prego, sta' zitta! Se ci beccano finiamo nei guai, datti una mossa a smettere!»
Il professore corse verso di loro con la faccia preoccupata. «Matilda, mi senti?» disse, poi si rivolse alla classe: «Ragazzi, per oggi la lezione è finita. Filate negli spogliatoi a cambiarvi e tornate in classe. Io porto Matilda in infermeria.»
«Prof, posso venire anch'io?» chiese subito Demian.
Il professore ci pensò un attimo, poi annuì. «Va bene...»
Poco dopo, in infermeria, Matilda si riprese sul lettino con un cerchio alla testa e un dolore lancinante al naso. Appena aprì gli occhi, vide Demian seduto su una sedia vicino a lei che le stringeva una mano.
Realizzando di avere un pubblico, accese subito la sua solita modalità drammatica per accentuare la scena.
«Mi gira tutto... e mi fa un male cane. Il mio povero naso...» sussurrò con un filo di voce, recitando alla grande.
Il professore di ginnastica, lì con l'infermiera, scosse la testa. «Hai preso una botta tremenda, Matilda. Direi che per oggi è meglio chiamare a casa e farti andare via in anticipo. Ti serve proprio riposo.»
«No! Non serve. Io...» A quelle parole, Matilda protestò immediatamente. Non voleva assolutamente andare a casa; non certo perché amasse la scuola, ma perché l'idea di lasciare Demian a scuola, senza poterlo controllare, la faceva letteralmente impazzire di gelosia.
«Dai, ha ragione il professore. È meglio se vai a casa» la interruppe Demian, cercando di tenerla calma mentre le accarezzava dolcemente il dorso della mano.
Matilda, godendosi tutte quelle attenzioni, alla fine cedette, fiutando l'occasione. «Ehm, e va bene... Però mi prometti che dopo passi a trovarmi?»
«Certo... va bene» rispose lui con un accenno di sorriso.
Il professore di ginnastica guardò l'orologio appeso al muro e diede un colpetto sulla spalla del ragazzo. «Bene Demian. È ora di tornare in classe...»
Il ragazzo si alzò dalla sedia per congedarsi, liberandosi delicatamente la mano. «Sì, arrivo prof. Tu riposati... ok?» disse voltandosi verso la ragazza.
Ma Matilda non lo lasciò andare così facilmente. Gli afferrò di scatto il polso, costringendolo a voltarsi verso di lei un'ultima volta. Lo tirò leggermente a sé e gli rivolse uno dei suoi sorrisi più dolci, ma con un'aria di totale possesso.
«Ci vediamo dopo, allora, e... Demian? Cerca di non farti distrarre da nessuno durante la mia assenza.»
Il ragazzo fece un sorriso storto, a disagio per quella frecciatina. Si tolse dalla presa e filò fuori dall'infermeria insieme al professore.
Finalmente suonò la campanella della ricreazione. Matilda era già tornata a casa da un pezzo, e l'aria in classe era decisamente tornata vivibile.
Milly ed Eva piombarono al banco di Zoe e, reggendola per benino, la aiutarono a camminare piano verso la mensa. Dall'altra parte dell'aula, Demian le fissò per un secondo; poi scattò in piedi, deciso a raggiungerle.
Non fece in tempo a muovere due passi che Clarisse e Vanessa gli piantarono la muraglia davanti, sbarrandogli la strada.
«Ehi, dove credi di andare?» lo gelò Clarisse, incrociando le braccia con la faccia da dura. «Non ti sembra di aver fatto già troppo il cavaliere per oggi? Matilda è appena andata via dolorante, non è per niente carino che tu scatti subito a correre da quella lì...»
Demian si sentì andare a fuoco, e le guance gli diventarono subito di un rosso scurissimo. «M-ma che vi state inventando?!» protestò, balbettando la prima scusa che gli passasse per la testa per pararsi il sedere. «... Stavo solo andando da Ethan, dobbiamo organizzarci per... gli allenamenti di basket!»
Clarisse lo guardò con la coda dell'occhio, non credendo a una sola sillaba di quella scusa inventata di pianta. Ma prima che potesse replicare e metterlo all'angolo, si inserì Vanessa con un ghigno furbo, gasatissima perché pensava di aver capito tutto.
«Oh, andiamo, Demian... Abbiamo capito tutto, non siamo delle stupide!» esclamò Vanessa, ridacchiando con aria fin troppo sveglia. «In fondo ha ragione Matilda ad essere gelosa! Ha fatto proprio bene a fargli quello sgambetto stamattina a lezione di matematica, quella ragazzina se lo meritava eccome!»
Calò all'improvviso un silenzio di tomba.
Clarisse si sbatté una mano sulla fronte, emettendo un gemito disperato. Vanessa era incredibilmente, irrecuperabilmente idiota.
Il viso del ragazzo si gelò di colpo, diventando di marmo. Si voltò lentamente verso Vanessa, con una voce che scese di molti gradi sotto lo zero. «Aspetta un momento...» mormorò, stringendo i pugni lungo i fianchi. «Cosa hai appena detto? "Matilda" cosa?»
Vanessa, accorgendosi solo in quel millesimo di secondo dello sguardo letteralmente assassino che le stava lanciando Clarisse, s i tappò la bocca con entrambe le mani, sgranando gli occhi e indietreggiando di un passo.
«Ops... No! Io volevo... Aspetta!» esclamò
Demian le scansò con un gesto secco e uscì furioso, diretto alla mensa.
Si avvicinò al tavolo dove le ragazze erano sedute, ma si fermò a qualche tavolo indietro, sentendo le loro voci. Purtroppo, arrivò a metà discorso.
Milly stava dicendo: «Matilda si è presa una pallonata in faccia strameritata. E Demian è proprio un ingenuo a starsene con una vipera del genere, si fa rigirare come vuole».
Zoe, stringendo le posate, cercava di difenderlo: «Ragazze, dai, non definitelo così... poverino. Lui non c'entra niente...».
Ma Demian, avendo sentito solo quello spezzone di conversazione senza cogliere il filo del discorso, fraintese tutto. Nella sua testa, quelle parole suonarono come una presa in giro: si convinse che lo stessero deridendo alle spalle, considerandolo un debole senza palle.
Ferito nell'orgoglio, fece dietro-front e sparì tra la folla.
Leo arrivò al tavolo delle ragazze con il suo vassoio in mano. Si sedette accanto a loro con un gran sorriso, ignaro di tutto.
«Ehi, ciao ragazze! Ma... che è successo?» chiese curioso, guardando la caviglia fasciata di Zoe.
Milly non se lo fece ripetere due volte. Gli si avvicinò con gli occhi che le brillavano di gioia e gli sputtanò tutto: filotto completo dallo sgambetto in classe fino alla leggendaria pallonata dritta sul grugno di Matilda.
Dopo l'intervallo le ultime sembrarono non passare mai. L'aria in classe era carica di tensione, tra sguardi rubati da una parte all'altra della stanza e bisbigli che volavano veloci tra i banchi.
Quando finalmente suonò la campanella.
Zoe stava uscendo a fatica dal portone della scuola, trascinandosi zoppa sulla gamba fasciata, quando Demian le spuntò alle spalle all'improvviso.
«Zoe...?»
Lei si voltò di scatto e se lo trovò davanti: aveva una faccia scura, mezza preoccupata e mezza imbronciata.
«Io...» esordì, tenendo le mani profondamente affondate nelle tasche della giacca per darsi un contegno. «Volevo solo sapere se stai bene. Ce la fai a tornare a casa? »
Zoe lo guardò, sentendo un nodo allo stomaco. La gentilezza di Demian la destabilizzava, ma sapeva fin troppo bene quanto Matilda fosse instabile e gelosa; non aveva nessuna intenzione di diventare il bersaglio di altre cattiverie.
«Sì, sto bene... Sta arrivando mio padre a prendermi in macchina» rispose, sforzandosi di non far tremare la voce. Poi, guardandolo negli occhi con assoluta sincerità e senza un briciolo di cattiveria, aggiunse a bassa voce: «Tu... dovresti andare a preoccuparti per la tua ragazza, piuttosto, come sta, dopo quella pallonata...».
Demian incassò il colpo in pieno. Nella sua testa, quelle parole risuonarono come l'ennesima provocazione, una conferma che lei lo considerasse solo il cagnolino di Matilda.
La fissò per un istante interminabile, poi annuì lentamente
«Sì... giusto. Hai perfettamente ragione» tagliò corto, la voce improvvisamente fredda. «Allora ci vediamo domani. Ciao.»
Si voltò senza aggiungere altro e si allontanò.
Milly ed Eva, che erano rimaste qualche passo indietro, avevano assistito a tutta la scena. Milly si avvicinò subito a Zoe, incrociando le braccia con un'espressione perplessa.
«Ma, perché gli hai risposto così, Zoe?»
Zoe lasciò andare un lungo sospiro «Perché non voglio problemi, Milly. Matilda, è lei la sua fidanzata, non voglio altri problemi... Meglio che stia lontana da lui»
«Beh, ma, non può impedirti di essere sua amica...» aggiunse Eva, scuotendo la testa.
«Invece si...» ribatté Zoe, regalandole un sorriso venato di tristezza. «Matilda mi odia a morte, e se continuo a parlare con Demian non farò altro che peggiorare le cose»
Proprio in quel momento, il clacson dell'auto di suo padre risuonò dal vialetto, interrompendo ogni pensiero. Zoe salutò le sue amiche, avvicinandosi verso la macchina.
Suo padre le andò incontro. «Ehi, tesoro, ti sei fatta male sul serio? Dai, vieni, ti aiuto io» le disse con voce dolce, dandole sostegno.
Mentre salivano a bordo e l'auto si metteva in moto, Zoe si voltò un'ultima volta a guardare fuori dal finestrino, lasciandosi alle spalle la scuola e quel complicatissimo ragazzo biondo.
Continua...
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