Storia · capitolo 3

Capitolo 3

I sogni di Erica di Duils

La luce soffusa e tremolante delle candele riusciva a conferire una calda intimità e dignità persino a quel bagno spoglio e vecchio. Anche l’intonaco scrostato dal tempo e dall'umidità sembrava danzare di una pacata allegria al lume delle piccole fiammelle. Erica si chiese perché non l'aveva mai fatto prima, era tutto così rilassante. Sentiva il pelo dell'acqua solleticarle il mento e il vapore caldo che le impregnava la faccia e la bocca, diventando fresco ad ogni respiro. Provava un enorme piacere nel tenere una gamba fuori dalla vasca, aspettando che si asciugasse per poi immergerla di nuovo e sentire il calore che la avvolgeva e risaliva, dandole i brividi lungo il corpo, spinto dal sangue in circolo. Perché non ci aveva mai pensato prima a coccolarsi così? A starsene un po' per conto suo, chiudersi in una bolla calda, in silenzio, lontano da tutti. Aveva anche spento il telefono prima di immergersi, cosa che non faceva mai se non dopo uno dei suoi sogni, altrimenti, al massimo, lo silenziava e lo buttava da qualche parte, dimenticandosene. L'atto di rendersi irraggiungibile lo rivendicava come diritto alla solitudine e le piaceva, la faceva sentire sicura e determinata. Si sentiva in pace con se stessa, con tutti. Nonostante l'acqua iniziasse a sembrare più fredda, non aveva voglia di aprire il rubinetto per scaldarsi, era inutile. Era stranamente tranquilla. Si perse un attimo nella luce traballante di una candela a bordo vasca e ripensò a Gian. Il cuore le accelerò per un attimo e per un attimo le fu piacevole. Era così rilassata che il suo corpo iniziava ad afflosciarsi, cercando di abbandonarsi all'acqua. Quella sorta di debolezza la inebriava. Si immerse fino a coprire le orecchie, così il calore le massaggiava gli occhi e li sentiva pesanti. Guardava il riflesso delle candele che si specchiavano nella vasca e il suono ovattato di se stessa le scorreva tutto intorno. Sentiva il proprio cuore come un rimbombo in lontananza. Pensò a sua mamma. Pensò a stare nel grembo sicuro e caldo di sua mamma. Non ci poteva essere abbraccio più grande di quello che non si ricordava. Pensava a Delia e a tutte le volte che si erano chiamate al telefono solo per piangere e a quanto si era sempre sentita confortata. Più l'acqua diventava fredda, più lei provava gratitudine e amore per le persone della sua vita. Si accorgeva di essere stata amata più di chiunque altro sulla faccia della terra. Capiva che tutto ciò a cui gli altri avevano rinunciato lo aveva lei. Più l'acqua si tingeva di rosso più le veniva da essere felice e sentirsi completa in tutto quello che aveva passato nella propria vita che adesso le sembrava il trionfo della solidarietà, dell’umanità, dell’amore. Gli occhi iniziarono a chiudersi in maniera regolare, poi gli intervalli della vasca davanti a lei si fecero sempre meno frequenti di quelli di buio. Poi fu tutto nero. Sentì che stava sorridendo. Sentì un rumore d'acqua e poi suoni lontani e poi più niente. Solo alla fine sentì la sua voce chiamare dolcemente "mamma".

Erica era improvvisamente sveglia, gli occhi sgranati descrivevano un terrore che non trovava ragione di essere nella rilassatezza e nella pace che fisicamente il suo corpo provava. Si guardò i polsi. Niente. Si toccò i capelli e il viso. Niente. Non era mai successo prima. Non aveva mai sognato di togliersi la vita. Soprattutto ciò che la turbava di più era tutta la pace che aveva provato nel farlo. Era sconvolta. Non sapeva cosa pensare. Adesso troppe cose le turbinavano in testa e non riusciva a prenderne una per cercare di iniziare da una parte a sbrogliare il filo delle cose. Doveva chiamare Gian? Doveva parlarne con lui? Doveva cercarlo sebbene lei avesse chiuso definitivamente? Questa era una situazione estrema? Voi che avreste fatto? Non riusciva proprio a calmarsi e trovare un senso a tutto quello che aveva vissuto. Perché aveva sognato questo? Voleva farla finita? L'avrebbe fatta finita? Era un sogno normale? Era un sogno che avrebbero potuto fare tutti? Che ne sapeva lei di sogni di morte normali? Adesso era una sua decisione? La casualità, l'effetto domino, tutto era andato a farsi benedire adesso. Adesso che l'unica cosa che la separava da tutto ciò era il tragitto tra il letto e la vasca. Adesso. Guardò oltre la porta aperta della camera, quella chiusa del bagno, in preda al batticuore. Era arrivato dentro casa. Non era mai morta nelle sue quattro mura e questo l'aveva portata a sopravvalutare la sicurezza delle sue stanze. Adesso? Il pericolo non era fuori, non erano le mille implicazioni di una scelta di una svolta a sinistra o a destra. Il pericolo era lei. Se si fosse mossa non sarebbe stata più certa di non finire così.

Eppure. C’era una presenza, non esattamente una voce, era una presenza. La consapevolezza dell’esistenza di un dubbio. In fondo a tutte le domande che non trovavano pace né risposta, oltre i come e i perché, c’era qualcosa. Forse una porta. Un qualcosa che urlava implorante di essere ignorato. Erica vedeva il grande paradosso e più cercava di non pensarci più si avvicinava a toccarne la maniglia per aprire. Il respiro le si fece più affannoso, il cuore era impazzito, cavalcato dall’ansia. Improvvisamente si scoprì in piedi, diretta, decisa, quasi impaziente, verso il bagno. Come volesse cogliersi in flagrante mentre se ne andava, spalancò la porta e si fermò sulla soglia. Il bagno era spoglio, buio, freddo, vuoto. Guardò la vasca, con sguardo quasi di sfida e si tranquillizzò che la sua vista non le suscitò alcuna emozione. Nel sogno era calma, anzi di più, sembrava aver trovato la soluzione a tutti i propri problemi. C’erano candele accese sparse per il bagno, evidenza che Erica aveva calcolato e preparato tutto con cura. Da quanto pensava al suicidio? No. Lei non aveva mai pensato al suicidio. Cosa voleva dire questo? Era davvero diventato improvvisamente qualcosa su cui avrebbe dovuto riflettere? Come poteva fidarsi di se stessa? Soprattutto, tutta questa apprensione e paura di non finire proprio lì, in quella vasca, non era essa stessa il sintomo del proprio attaccamento alla vita e la prova che non sarebbe mai andata così? Per un po’ questo la tranquillizzò e si sforzò di non pensare a tutta quella faccenda.

L’acqua bollente scorreva abbondante ed era quasi ora di chiuderla, altrimenti Erica l’avrebbe fatta traboccare, una volta entrata. Sospirò e cacciò il primo piede dentro il bagno caldo. Subito sentì il piacevole calore emanarsi in tutto il corpo. S’immerse piano mentre si raccoglieva i capelli con un elastico e si distese comoda. Si guardò intorno, la luce accesa contribuiva ad amplificare la tristezza di quell’intonaco, aggrappato, senza più un vero motivo ormai, a quei vecchissimi muri. Il telefono vibrò un paio di volte e Erica ebbe l’istinto prima di prenderlo e di silenziarlo completamente, poi decise che andava bene così. Chiuse gli occhi e aspettò che l’ansia e la preoccupazione si dissipassero,  smembrate, dissolte e portate via, in caotici tragitti, dal vapore, altrove. Rilassò i muscoli, lasciò le braccia libere di cercare la superficie, abbandonate a loro stesse. Il mento sfiorava il pelo dell’acqua e nel bagno si sentivano solo le intermittenti, minuscole esplosioni delle gocce che si buttavano dal rubinetto e le loro intermittenti, minuscole eco. Una cosa era vera: perché non l’aveva mai fatto prima? Alzò una gamba, la stese e se la scrutò grondare mentre roteava il piede, poi l’appoggiò al bordo della vasca. Non sapeva come le fosse arrivato il coraggio di provare una cosa del genere, di azzardare e di sentire il brivido di avverare un suo sogno. Rise per il pensiero di queste parole. Esaudire e inseguire i propri sogni era davvero l’ultima cosa che avrebbe voluto e potuto fare nella propria vita. Poi di nuovo una nota di panico dal proprio petto increspò leggermente l’acqua. L’ultima cosa. Realizzare un suo sogno sarebbe stata l’ultima cosa che avrebbe fatto nella propria vita. Aveva il potere di rendere i propri sogni realtà. La propria libertà consisteva nella capacità di andarsene nel modo per gli altri più bello possibile: vivendo un sogno. Doveva ammettere che come scappatoia ultima a nessuno era concesso un lusso del genere. Ci pensò a lungo a questa possibilità. Non tanto nella sua attuazione, quanto a ciò che questo voleva dire per lei, nella situazione particolare che era la propria vita. E poi però si chiese se, tra le infinite possibilità della fine, potendo scegliere, non fosse allora meglio andarsene nel modo migliore, indolore e pacifico che le era concesso. Stette così tanto a riflettere che la sua gamba ormai era completamente asciutta. La immerse nuovamente e il piacere del calore che la pervadeva fu la conferma che sì, avrebbe dovuto farlo molto tempo prima. Ora era arrabbiata con se stessa e con il mondo perché non avrebbe mai potuto godersi un bagno in santa pace con le candele e senza la rottura di persone che la chiamano. Anche se. Anche se bastava semplicemente non tagliarsi i polsi, Erica! Così facile! Fino a quel punto era la conferma che la propria volontà era la parte fondamentale di tutta la faccenda. Anche solo un piccolo cambiamento avrebbe potuto portare un esito diverso agli epiloghi dei propri sogni. Sorrise rassicurata e si lasciò cullare dal tepore dell’acqua, abbandonandosi ad un piacevole e caldo torpore.

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