Storia · capitolo 1

Capitolo 1

I sogni di Erica di Duils

Erica aprì gli occhi a fatica e la prima cosa di cui si accorse fu che Gian, al posto di guida, la guardava. La seconda cosa arrivò come un lampo, cercò di respirare e scoprì che le faceva un male cane. La cintura di sicurezza le aveva fracassato la cassa toracica e ogni respiro le toglieva le poche forze che si sentiva. In bocca aveva il sapore del sangue e un'altra cosa che apprese era che le mancavano alcuni dei denti davanti. Provò a parlare, ma il dolore le creò uno spasmo e tossì un lungo filo di saliva rosso e denso. Appoggiò la testa faticosamente sul sedile, ma ancora una volta il male allo sterno la fece ricadere in avanti, costringendola ad abbandonarsi da un lato, contro il finestrino andato in frantumi. Non riusciva a mettere a fuoco bene, gli occhi le si chiudevano pesanti e senza sincronia e le pupille viaggiavano a destra e sinistra, disorientate.

Sentiva il calore del sole sulla faccia e si stupì che, per un attimo, le fu piacevole. A piccoli e spezzati respiri si torse leggermente sul sedile, verso il posto guidatore. Aprì la bocca per dire qualcosa ma ne uscì solo un rantolo penoso. Cercò di piangere. La confusione stava piano piano svanendo, lasciando posto alla paura. Gian continuava a guardarla, la testa appoggiata sul volante, puntinata dai riflessi dei vetri rotti sulla faccia, come enormi brillantini. Erica si rese conto solo in quel momento del suono continuo del clacson, schiacciato sotto la guancia di Gian. Tentò di chiamarlo, ma il viso le faceva male, probabilmente aveva il naso rotto, le pareva che la faccia le stesse per esplodere. Chiuse gli occhi, esausta, terrorizzata. Voleva sua mamma. Chiuse gli occhi e una lacrima si mischiò alla maschera di sangue che le copriva il viso. Chiuse gli occhi e cercò di chiamare aiuto, ma la mandibola si muoveva a malapena e capì che non avrebbe potuto dire niente. Le forze la stavano abbandonando e il dolore diminuì di intensità. Si sentì scivolare nel buio e nel freddo e l'ultima cosa che distinse fu il forte sapore di sangue in bocca. Mamma, cercò di dire.

Erica aprì gli occhi poco a poco, il sole del primo mattino la scaldava e l'odore di fresco e di pulito delle proprie lenzuola fu la prima cosa di cui si accorse. Stette per un po' immobile, lo sguardo rivolto al soffitto, poi si passò la lingua sugli incisivi superiori. Con un sospiro sollevato constatò che c'erano tutti. Si prese ancora un po' di tempo per pensare a quello che le era successo. Ormai era abituata ai risvegli così, ma a quei sogni non era possibile farci l'abitudine. Si girò alla propria sinistra e prese il telefono sul comodino. Scrisse a Gian. Aveva fatto un altro suo sogno, così li chiamava, "i miei sogni", gli disse che non le andava di andare al lago quel giorno. Non c'era problema, l'importante è che lei stesse bene. Gian sarebbe comunque passato di lì a poco, le avrebbe portato la colazione e lei non avrebbe protestato. Voleva obiettare che non aveva fame, aveva ingoiato troppo sangue, ma poi pensò che mettere qualcosa sotto i denti avrebbe aiutato a far andare via il sapore ferroso in bocca.

Era ormai da qualche anno che faceva questi sogni. La prima volta era annegata in mare e al proprio risveglio sentiva il sale bruciarle la faccia. Si era alzata urlando, ancor prima di essere cosciente e, prima che le uscisse dalla gola, la voce si portò fuori anche un po' di acqua di mare. All’epoca aveva 21 anni e nessuna idea di quello che le stesse capitando. Il primo sogno avvenne il giorno prima di andare in spiaggia da sola a studiare. Si era vista sugli scogli assorta nella lettura, poi aveva deciso di fare un tuffo, nonostante il tempo stesse cambiando rapidamente. Si era immersa, aveva fatto una nuotata, ma la corrente l'aveva spinta troppo a largo e nel tornare indietro era finita in un punto dove le onde la tenevano prigioniera della risacca. Dopo immensi sforzi per cercare di vincere la violenza del mare, era stata trascinata sotto, senza riuscire più a risalire a galla. Si era svegliata esausta, i muscoli le facevano male e aveva gli occhi irritati dal sale. Dire che era terrorizzata non rende giustizia alla complessità e quantità di emozioni che aveva provato. Era morta. Era sicura di essere morta davvero, lo sentiva, ma nessuno poteva capire la reale entità della cosa. Gian sapeva, perché lo aveva visto con i propri occhi. Era rimasto a dormire da Erica e nel cuore della notte l’aveva sentita agitarsi accanto a lui. Aveva cercato di svegliarla delicatamente per non turbarla ancora di più, ma si era fermato, incredulo, vedendo della condensa uscire fuori dalla bocca tremante di Erica. Lei era dannatamente fredda, le guance e il naso rossi, nei capelli minuscoli e lucenti cristalli di ghiaccio. Era andato in panico. L'istinto era quello di prenderla per le spalle e scuoterla dal sonno, ma improvvisamente lei aveva aperto gli occhi, stremata, disorientata e si era accoccolata su se stessa, in preda al gelo. Gian le si era steso accanto, abbracciandola e frizionando più superficie possibile del proprio corpo contro di lei per restituirle calore. Erica era ricaduta in un sonno profondo, ma lui era rimasto sveglio, scosso, accarezzandole i capelli freddi e umidi. Il giorno seguente sarebbero dovuti andare in montagna, ma dopo la notte insonne per lui e stremante per lei, Erica aveva chiesto di rimanere a casa. Lui aveva accettato senza fare storie.

Lei aveva parlato a Gian dei propri sogni qualche mese dopo l’inizio della loro frequentazione, ma lui non aveva mai capito fino in fondo quello che volesse dire, fino a quel primo episodio. Su quella montagna, nel posto in cui sarebbero voluti andare, il giorno dopo, cinque sciatori furono travolti da una slavina e tutti rimasero dispersi.

Successivamente, a seguito di lunghe e feroci discussioni, decisero, su pressione di Erica, di non dormire più insieme. Quei momenti per lei erano troppo dolorosi e sfiancanti e non voleva che Gian vivesse anche lui lo strazio di quelle notti. Con non poche obiezioni, lui accettò la cosa, a patto che lei lo chiamasse ogni qualvolta facesse uno dei suoi sogni.

Erica avvertì Gian con un messaggio, buttò il telefono al suo fianco, poi lo riprese quasi immediatamente per scrivere un contrordine. Prima di inviare il tutto si bloccò e cancellò. Ripensava a lui con la faccia abbandonata sul clacson, ai vetri rotti del parabrezza che gli costellavano il viso, al suo sguardo fisso rivolto verso di lei, ma altrove, nel nulla. Quell’immagine era dolorosissima e si sforzava di non pensarci. Vedere Gian avrebbe voluto dire due cose opposte tra loro: la prima era il rivivere quei momenti, il che le metteva un'angoscia non indifferente; la seconda era l'essere grata del fatto che lui stesse bene, sano e salvo.  Decise che il desiderio di saperlo vivo e vegeto era più forte.

Aveva provato a chiudere con lui, a spiegargli che un conto era sperimentare il dolore e le emozioni su se stessa, un altro era rivivere il lutto di perderlo sempre e per sempre. Era consapevole di non poter mantenere una relazione sana in quello stato. Immaginava che più avessero passato del tempo insieme, più sarebbe stato facile sognare la morte di entrambi. Aveva paura di abituarsi a lasciarlo andare e quindi di diventare più fredda nei suoi confronti. Tuttavia Gian aveva insistito così tanto e con tanta tenacia per rimanerle accanto che Erica decise di darsi una possibilità.

Si tirò su facendo una smorfia di dolore. Una fitta al petto l’aveva fatta trasalire, ma era passata immediatamente. Dopo quei sogni non riusciva quasi a fare niente. Di solito la stanchezza la costringeva a letto per gran parte della giornata, ma molto dipendeva dal tipo di sogno. La maggior parte delle volte erano molto violenti e le richiedevano un dispendio di energie enorme. Appoggiata alla testiera del letto chiamò sua madre e pianse. Pianse a singhiozzi, a spasmi, buttò fuori tutto il dolore e la paura che aveva provato. Non si dissero niente. Sua madre non aveva bisogno di usare parole di conforto, doveva semplicemente essere lì presente, anche solo respirando, solo facendo sapere ad Erica che erano vive, entrambe. D’altronde, anche volendo esserle d’aiuto, non avrebbe avuto parole giuste per una situazione così sbagliata.

Delia, così si chiamava la madre di Erica, si portava dietro il fardello di avere la consapevolezza che non ci fosse rimedio alle sofferenze della propria figlia. Anche Delia aveva avuto un sogno simile a quelli di Erica, ma solo una volta, e quella volta non sognò di sé, ma del proprio padre. Il nonno di Erica, quando lei aveva due anni, ebbe un incidente in moto e Delia sentì esattamente tutto quello che provò lui. La cosa che più la sconvolse fu che verso la fine, mentre era consapevole di esalare gli ultimi respiri, venne invasa da una profonda solitudine, quella che provava suo padre. Avrebbe voluto dirgli che era lì con lui, avrebbe voluto stringergli la mano, ma tutto quello che ottenne fu la maledizione dell'avere la certezza che suo padre se n'era andato sentendosi solo e impaurito come un bambino smarrito. Ci erano voluti anni a Delia per riprendersi da quel sogno e, quando Erica ebbe la sua prima crisi, ricadde per qualche settimana in un terribile sconforto. L'unica cosa che la mantenne a galla, a quel punto, fu il profondo desiderio di non voler far sentire Erica abbandonata come si era sentito suo padre nei suoi ultimi istanti. Con sforzi enormi era riuscita a trasformare quel trauma nel motore ostinato della propria determinazione e cercava di essere in tutti i modi il più possibile d’aiuto alla figlia.

Delia era certa che una maledizione avesse colpito la famiglia, ma Erica ne rideva, il suo approccio era più razionale, se così si può dire, e credeva da sempre alle connessioni tra le cose. Nel tempo aveva sviluppato una propria teoria e cioè che ognuno di noi è la versione di se stesso che non muore mai. Credeva che nessuno di noi, vivendo, sperimentasse la morte, se non per vecchiaia. Secondo lei, siamo la linea temporale di noi stessi che arriva fino alla fine. Ogni giorno ci svegliamo, usciamo di casa e torniamo intatti, nonostante siano migliaia, infiniti i modi di morire. Gli altri capita che muoiano precocemente nella nostra vita, non noi.  Questo per lei voleva dire che esisteva una realtà diversa per ogni persona vivente. La differenza tra lei e gli altri è che lei poteva vedere quando e come sarebbe morta nella linea temporale di qualcun altro. Non che si sentisse immortale, ma era morta così tante volte che, a dirla tutta, non era sicura che ciò che sognava sarebbe necessariamente accaduto, tuttavia la cosa era così reale e spaventosa che anche solo la possibilità che succedesse la costringeva bloccata in casa. Prendiamo l’episodio della montagna ad esempio: è vero che il giorno seguente una slavina travolse cinque sciatori, ma, se lei è Gian fossero andati, quanto è sicuro che si sarebbero trovati proprio lì in quel momento? Chi può dire che un piccolo contrattempo lungo la strada per raggiungere la pista non sarebbe stato sufficiente a evitare la tragedia? Erica credeva anche nell’effetto domino delle cose e forse questa era l’unica cosa che la tranquillizzava, la faceva ragionare con più lucidità sulla questione. Certo, tutto questo non bastava affatto a farla partire per la montagna e sfidare la sorte per vedere come sarebbe andata. Non era importante avere ragione. Premonitori o no, il problema era la fatica che lasciavano i suoi sogni, perché quelli li avrebbe vissuti lo stesso ed erano più che reali.

Quello di quella notte era il secondo incidente d’auto in cui moriva. Nel primo era da sola in macchina e non era stato particolarmente doloroso: le sarebbe dovuto succedere in autostrada, morendo sul colpo. Si svegliò solo con un gran mal di testa. Non importava quanta sofferenza partisse nella morte in sé e per sé, più era prolungata l'esperienza del trapasso, più il dolore diventava reale, come se avesse bisogno di tempo per connettersi - è questo il termine che usava - all’altra parte.

Erica si era calmata, aveva chiuso la chiamata con la madre, senza dire niente se non uno stanco e umido "grazie, scusa" prima di mettere giù e spegnere il telefono. Non aveva voglia di sentire nessuno, a mala pena poteva sopportare l'imminente presenza di Gian, per quanto gradita le potesse essere. Si tastò i denti lentamente e delicatamente con le dita di una mano, quasi temesse di farli cadere testandone eccessivamente la solidità; con l'altra mano si teneva il petto, ascoltando il corpo andare al doppio ritmo dei polmoni e del cuore. Non aveva più dolore, ma qualcosa era rimasto, una sensazione, niente di propriamente tangibile. Cadde sul letto a peso morto massaggiandosi all'altezza dello sterno. Rimase supina, cercando, a profondi respiri, di spurgarsi dall'ansia che ancora le appesantiva la cassa toracica.

Dopo qualche minuto, proprio mentre si sentiva scivolare lentamente nel sonno, si ridestò all'improvviso, in preda al batticuore, come se il suo corpo non fosse ancora pronto per dormire, nonostante la stanchezza, e si rifiutasse di concedersi al riposo. Proprio in quel momento lo sferragliare delle chiavi oltre la porta d'ingresso annunciò l'arrivo di Gian e Erica si sentì già più tranquilla e grata che fosse lì presente. Lui entrò con cautela portando con sé due buste piene di cibo di vario genere per soddisfare qualsiasi voglia lei potesse avere, anche la più flebile. Gian sapeva che Erica non avrebbe mangiato subito, ma era sicuro che il suo appetito sarebbe arrivato a breve, quando il suo corpo, rilassatosi, avrebbe reclamato a gran voce le energie perse sotto forma di patatine, cioccolata o altre porcherie simili.

Rapido ma silenzioso, distribuì il contenuto delle buste in cucina tra la credenza e il frigo e andò ad accertarsi delle condizioni di Erica, arrivando sulla soglia della camera da letto in punta di piedi. La vide distesa, pallida, a pancia in su, con le mani intrecciate sul petto che si alzava e abbassava a un ritmo dannatamente lento, i capelli folti e ricci erano esplosi sul cuscino quando s'era lasciata andare distesa poco prima e Gian non poté che constatare che tutto ciò le conferiva una lugubre e delicata bellezza. C'era qualcosa nella stanza, l'aria era spessa, ma non viziata, Gian poteva percepire che lì fosse successo qualcosa, poteva sentire la pesantezza  della quiete dopo un terribile tumulto. In effetti era quello che non c'era che riempiva la camera. Strascichi di paura e terrore, di lacrime e stanchezza, di battaglia e di resa. Forse era solo una sensazione suscitata dalla vista di Erica in quelle condizioni, ma a quel punto, dopo aver vissuto in parte anche lui tutta quella assurdità, si sarebbe aspettato di tutto. Non si sarebbe stupito se le mura dell'appartamento fossero crollate da un momento all'altro sotto il peso di un'inondazione e il mare stesso, lontano chilometri da lì, si fosse portato via Erica sotto i propri occhi. Le si avvicinò lentamente, teso, trattenendo il respiro, evitando di spostare più del necessario l'aria che lo circondava. Spiò il viso di Erica e notò il viola marcato delle occhiaie attorno agli occhi, il suo colorito bianco, più del solito, che faceva risaltare le lentiggini sulla faccia. Le mani le tremavano leggermente quando espirava, forse riflessi dell'enorme stanchezza che ancora la attanagliava. Gian si accorse che lei lo stava guardando e un debole sorriso le si allargò sul volto. Le si distese con cautela accanto, lei si girò su un fianco, dandogli la schiena e suggerendogli la posizione più comoda per abbracciarla. Stettero così per un po', finché lui non si accorse che il respiro di Erica s'era fatto più profondo e regolare. Finalmente era riuscita ad addormentarsi.

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