Storia · capitolo 1

LA MATRICOLA 316440

LA MATRICOLA 316440 Storia di Pasquale Falleti di antimo67


Antonino Falleti

I. La neve sugli ulivi

Nel Sud, la neve è un’apparizione. Arriva raramente, durante una notte più fredda delle altre, e al mattino cambia il profilo delle cose: i tetti, gli ulivi, le strade e i muretti sembrano appartenere a un paese sconosciuto. Una mattina d’inverno, a Taurianova, Pasquale Falleti si fermò davanti alla finestra. I fiocchi cadevano leggeri nel cortile e per qualche istante egli non vide più la Calabria. Vide un’altra neve, quella rimasta nella memoria dopo la prigionia in Germania.

Aveva imparato che il bianco non è sempre innocente. Può coprire il fango, le impronte, il sangue e persino i nomi degli uomini scomparsi. Ma quella mattina meridionale la neve si scioglieva appena toccava la terra. Dal fondo della casa arrivavano le voci dei figli e il rumore delle stoviglie. Pasquale appoggiò una mano al vetro e sentì il calore della stanza. Era vivo, era tornato, aveva una famiglia. Questa certezza, anche dopo tanti anni, gli sembrava ancora un dono inatteso.

Era nato il 10 luglio 1919 a Radicena, il paese che in seguito avrebbe preso il nome di Taurianova. Da ragazzo conosceva l’odore della terra dopo la pioggia, il frinire delle cicale, la polvere delle strade e il vento che scendeva dall’Aspromonte. Il mondo aveva confini semplici: la casa, la campagna, la piazza, le voci dei vicini. Non poteva immaginare che la guerra lo avrebbe portato oltre il mare e trasformato il suo nome in un numero.

Quando raccontava quei fatti, Pasquale non seguiva sempre l’ordine delle date. La memoria procedeva come il vento tra gli ulivi: tornava indietro, cambiava direzione, si fermava su un volto. Le carte militari, invece, erano precise. Il 12 marzo 1940 fu chiamato alle armi e assegnato al 33° Reggimento Artiglieria Verona. Aveva vent’anni. Lasciò il Sud con una valigia leggera e una giovinezza che credeva ancora sua.

II. Oltre il mare

L’11 giugno 1940 venne mobilitato. Il 27 dicembre partì da Brindisi per l’Albania e due giorni dopo sbarcò a Valona. Sul porto c’erano uomini infreddoliti, casse di munizioni e ordini gridati. Pasquale si voltò verso il mare. Dall’altra parte c’era l’Italia; più a sud, quasi irraggiungibile, c’era Radicena. Davanti a lui si apriva un inverno di guerra.

In Albania conobbe il freddo che penetra negli abiti e resta attaccato alla carne. Quando la neve cadeva, gli tornavano in mente i racconti dell’infanzia e le montagne calabresi viste da lontano. A volte, durante gli spari, si gettava a terra e il tempo sembrava fermarsi. In quei secondi ascoltava il proprio respiro e pensava alle cose più semplici: il pane, il fuoco acceso, una porta che si chiude contro il vento. Non desiderava gloria. Desiderava sopravvivere e tornare a casa.

In base alla circolare n. 10001 del 24 agosto 1939, fu trattenuto alle armi dal 12 settembre 1941. Il 1° ottobre venne trasferito al Deposito del 33° Reggimento Artiglieria della Divisione di fanteria Acqui. Con l’unità fu inviato nelle isole Ioniche e successivamente dislocato a Cefalonia.

L’isola aveva ulivi, montagne e un mare luminoso che gli ricordavano il Mediterraneo della sua terra. Ma la bellezza non cancellava la guerra. Gli artiglieri vivevano accanto ai pezzi e alle munizioni, osservavano il cielo, attendevano ordini. Nelle ore di quiete ogni soldato parlava del proprio paese. Insieme formavano un’Italia invisibile: paesi del Sud e del Nord, madri, mogli, fratelli, promesse di ritorno.

Pasquale custodiva Radicena dentro di sé. Bastava il profumo di una pianta o una luce sul mare perché per pochi istanti gli sembrasse di rivedere le strade di casa. Poi un richiamo, un turno di guardia o il rumore di un motore lo riportavano sull’isola. La guerra era anche questo: vivere sospesi fra il luogo in cui si trovava il corpo e quello in cui continuava ad abitare il cuore.

III. Cefalonia

L’8 settembre 1943 giunse la notizia dell’armistizio. Non portò la pace. Portò confusione, ordini contraddittori e paura. I tedeschi, alleati fino al giorno prima, divennero una minaccia. I militari italiani non sapevano se sarebbero stati rimpatriati, disarmati o combattuti. Ogni decisione poteva significare la salvezza o la morte.

Il 12 settembre Pasquale si oppose, insieme agli altri artiglieri, alle forze tedesche presenti sull’isola. Nei giorni successivi Cefalonia divenne il luogo del massacro. Per chi era lì, però, la storia non aveva ancora un nome: era il fragore dei colpi contro le montagne, il fumo, la sete, la corsa fra le pietre. Era il volto di un compagno visto un momento prima e poi scomparso.

Pasquale vide la paura negli occhi degli uomini. Molti erano poco più che ragazzi. Alcuni cercavano di mostrare coraggio, altri tacevano. Tutti pensavano alla casa. Anche lui, accucciato dietro un riparo, rivide per un istante il Sud: la luce bianca sulle facciate, le voci nella piazza, le campagne distese sotto il sole. Si aggrappò a quelle immagini mentre intorno l’isola sembrava spezzarsi.

Molti soldati della Divisione Acqui vennero uccisi dai tedeschi. Altri furono catturati e destinati alla deportazione. Pasquale scampò all’eccidio, ma la sua salvezza ebbe il volto della prigionia. Disarmato e messo in fila con i superstiti, cercò i compagni con lo sguardo. Alcuni nomi non ricevettero più risposta. Comprese quanto fosse sottile il confine tra esserci e scomparire: un passo, un ordine, il caso di trovarsi in un punto invece che in un altro.

Quando lasciò Cefalonia da prigioniero, portò con sé i morti dell’isola. Non erano un peso visibile, eppure lo avrebbero accompagnato per tutta la vita. Il mare lo allontanava ancora una volta dal Sud. Davanti a lui c’erano la Germania, i reticolati e una distanza che nessuna carta poteva misurare.

                                         IV. La matricola 316440

Nello Stalag III B Pasquale Falleti diventò la matricola 316440. I documenti continuarono a registrare il suo nome, la paternità, la data di nascita e la qualifica di artigliere. Nel campo, però, il numero serviva a ridurre un uomo a una presenza da contare. Come molti militari italiani catturati dopo l’armistizio, fu classificato IMI, Internato Militare Italiano.

La formula burocratica nascondeva fame, freddo, lavoro, umiliazioni e incertezza. I giorni erano misurati dagli appelli, dalle razioni e dal buio. Pasquale non sapeva quando sarebbe tornato né se la famiglia ricevesse sue notizie. Intorno a lui si parlavano dialetti diversi, ma tutti comprendevano il linguaggio della stanchezza.

La neve copriva il campo e cancellava le impronte. Pasquale la guardava cadere oltre il filo spinato. Talvolta gli sembrava un’immensa pagina bianca sulla quale nessuno avrebbe scritto ciò che stava accadendo. Allora pronunciava mentalmente il proprio nome: Pasquale Falleti, figlio di Vincenzo, nato a Radicena. Ripeterlo significava opporsi alla matricola, ricordare che dietro il numero esisteva ancora una persona.

Nel campo gli uomini si scambiavano memorie come pezzi di pane. Uno descriveva una festa, un altro il profumo del vino nuovo, un altro ancora la voce della madre. Pasquale raccontava il sole della Calabria, gli ulivi e le strade del suo paese. Per qualche minuto la baracca si riempiva del Sud. Ricordare diventava una forma di resistenza: ricostruire una casa oltre il filo spinato per attraversare un altro giorno.

Vide compagni indebolirsi e scomparire. Nei momenti peggiori, la paura gli si attaccava alla carne. Eppure la voglia di vivere non lo abbandonò. Immaginava un treno diretto verso l’Italia, il paesaggio che cambiava dietro il finestrino, il freddo che cedeva lentamente alla luce del Mediterraneo. Non sapeva se quel viaggio sarebbe arrivato davvero, ma continuava a prepararlo dentro di sé.

La matricola 316440 non riuscì a cancellarlo. Dietro quel numero rimase il ragazzo calabrese partito nel 1940, l’artigliere sopravvissuto a Cefalonia, l’uomo che voleva tornare. La sua forza non consisteva nel non avere paura. Consisteva nel continuare a immaginare il futuro mentre tutto intorno sembrava negarlo.

V. Verso Sud

La guerra finì, ma il ritorno richiese ancora tempo. La libertà doveva trasformarsi in un confine attraversato, in un documento, in un posto su un treno. Il 20 settembre 1945 Pasquale riuscì a rientrare in Italia, passando per il centro alloggio di Verona. Udire ovunque parole italiane gli sembrò quasi irreale.

Verona era anche il nome del reggimento al quale era stato assegnato cinque anni prima. Un cerchio doloroso si chiudeva, ma mancava ancora molta strada. Il treno procedeva verso sud. Fuori dal finestrino il paesaggio mutava: alle pianure seguirono colline, paesi, distese più luminose. Pasquale osservava tutto in silenzio. Ogni chilometro restituiva concretezza alla parola casa.

Quando attraversò lo Stretto e sentì di essere nuovamente in Calabria, respirò come se il mare gli avesse tolto un peso dal petto. Si presentò al Distretto Militare di Reggio Calabria per essere posto in congedo illimitato. “Congedo”: una parola breve per chiudere più di cinque anni sottratti alla giovinezza. Nessun timbro, tuttavia, poteva congedarlo dai ricordi.

Tornò a Taurianova diverso da come era partito. Le strade erano familiari, ma lui portava nello sguardo Cefalonia, il campo e la neve. Qualcuno lo riconobbe e chiamò il suo nome: “Pasquale!” Non 316440, non internato, non prigioniero. Pasquale. Essere chiamato di nuovo per nome gli restituì la misura della libertà.

La Croce Rossa Italiana conservò la traccia ufficiale del suo ritorno: “Falleti Pasquale di Vincenzo, nato a Taurianova il 10/07/1919, IMI, n. internamento 316440, Stalag III B, Artigliere, Taurianova, 20 settembre 1945”. Anche gli Arolsen Archives lo censirono come prigioniero di guerra. Poche righe per contenere anni di paura, resistenza e speranza.

Ma il documento più vero era il suo corpo tornato nel Sud: i piedi sulle strade del paese, il volto riconosciuto, le mani finalmente libere. Pasquale non morì nella neve né sull’isola. Tornò. E nel ritorno cominciò la parte più lunga della sua storia.

VI. La vita dopo la guerra

Il 23 aprile 1949 Pasquale sposò Maria Concetta Crisarà. Dal loro matrimonio nacquero sette figli. Alla guerra, costruita per dividere e distruggere, rispose formando una famiglia numerosa. Ogni nascita era una vittoria silenziosa contro il numero che gli era stato imposto, contro il filo spinato e contro la morte vista a Cefalonia.

La vita quotidiana riprese fra il sole, le stagioni e le voci della casa. Pasquale lavorava, camminava per le vie di Taurianova, sedeva a tavola con i figli. Il Sud non era più soltanto il luogo dal quale era partito: era il luogo nel quale aveva scelto di ricominciare. Eppure la guerra tornava nei racconti, nei silenzi improvvisi, forse in certe notti in cui il vento sembrava parlare una lingua lontana.

Raccontava spesso la prigionia in Germania e i tragici eventi di Cefalonia. Non lo faceva per vantarsi. Raccontare significava restituire un nome ai compagni scomparsi e consegnare ai figli una responsabilità: ricordare che la pace non è garantita e che la dignità di una persona può essere ferita quando le viene tolto il nome.

Molti anni dopo, davanti alla rara neve caduta sugli ulivi, Pasquale poteva finalmente guardare il bianco senza vedere soltanto il campo. Dietro di lui c’era una casa piena di voci. Il calore non proveniva da un miraggio lontano, ma dalla famiglia che aveva costruito. La neve si scioglieva sulla terra scura e lasciava emergere le pietre, l’erba e le tracce dei passi.

Si spense il 10 marzo 2012, nel suo novantatreesimo anno di vita. Aveva attraversato quasi un secolo, ma la sua testimonianza non terminò con lui. Rimase nei figli, nei nipoti, nei documenti della Croce Rossa e negli archivi tedeschi. Rimase soprattutto nei racconti pronunciati nella casa di Taurianova.

Pasquale Falleti: figlio di Vincenzo, marito di Maria Concetta, padre di sette figli. L’artigliere che la guerra trasformò nella matricola 316440 e che seppe tornare nel Sud, al proprio nome e alla vita. Sulla neve della memoria sono rimaste le sue tracce. Non conducono verso la morte, ma verso casa.

Aveva superato   confini stranieri,   ma alla fine con un Ulisse era riuscito a tornare..


 

SINOSSI

Il racconto ricostruisce la vicenda di Pasquale Falleti, nato a Radicena, oggi Taurianova, nel 1919. La narrazione si apre in Calabria: una rara nevicata sugli ulivi riporta Pasquale alla neve conosciuta durante la guerra e la prigionia. Chiamato alle armi nel 1940 e assegnato al 33° Reggimento Artiglieria Verona, parte da Brindisi per l’Albania e viene poi trasferito alla Divisione Acqui, con la quale raggiunge Cefalonia. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, Pasquale partecipa alla resistenza contro le forze tedesche, sopravvive all’eccidio dell’isola, viene catturato e deportato nello Stalag III B. Nel campo diventa la matricola 316440 e affronta il conflitto centrale della storia: conservare la propria identità e la volontà di vivere mentre la prigionia tenta di ridurlo a un numero. I ricordi della Calabria, condivisi con gli altri internati, gli permettono di resistere. Nel settembre 1945 rientra in Italia, passa per Verona e raggiunge Reggio Calabria, dove viene congedato. Tornato a Taurianova, recupera il proprio nome e ricostruisce la vita: nel 1949 sposa Maria Concetta Crisarà e diventa padre di sette figli. Pasquale è il protagonista e il testimone della storia; Maria Concetta rappresenta il ritorno alla vita familiare, mentre i compagni di guerra e di prigionia costituiscono una presenza collettiva legata alla memoria delle vittime. La guerra, l’eccidio e il sistema dell’internamento agiscono come forza antagonista. Il racconto termina con la morte naturale di Pasquale nel 2012 e con la permanenza della sua testimonianza nei figli, nei nipoti e nei documenti. I temi principali sono la memoria, la dignità umana, la sopravvivenza, la perdita, l’identità, il ritorno nel Sud e la famiglia come risposta alla distruzione prodotta dalla guerra.

 

Antonino falleti ( figlio) 

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